Gioia – di Gabriella D. Jana

gabriella

Infilò guanti e mascherina chirurgica. Chiuse il portoncino con un colpo che risuonò nella tromba delle scale. Scese i gradini di corsa, si riversò in strada con lo spirito di una bambina libera di giocare. In autobus osservò la strada con occhi sgranati e interessati.
Alla fermata comunque si sentì a disagio. Silenzio.
Non quello rispettoso a teatro prima che si alzi il sipario.
Nemmeno quello delicato e morbido della notte.
Ma corposo, fatto di mancanza e prudenza.
Mancavano pochi minuti all’appuntamento e si voltò in direzione del locale. Aveva trovato il coraggio e glielo aveva detto, non poteva stare un altro giorno senza di lui.
Ripercorse mentalmente gli ultimi mesi nei cinquecento metri che li separavano.
L’ultima volta si erano mancati per poco. In seguito si era data della stupida per non essere arrivata in tempo. Una serie di coincidenze sfortunate – l’autobus in ritardo, un incidente che bloccava la strada – avevano resa vana la corsa. Al suo arrivo non c’era più nessuno ad attenderla.
Pazienza, ci vedremo domani.
Ma il giorno dopo il mondo era cambiato. Come dentro la palla di vetro, poggiata e poi dimenticata sulla libreria dopo un viaggio a Cortina, tutto era fermo. Finito il turbinio della neve, ogni cosa rimaneva immobile e irreale.
Serrande chiuse, sguardi indagatori dietro le tendine, pochi impavidi personaggi a piedi, cani sicuri di sé finalmente padroni della città. Il giorno dopo si era fermato il tempo, allargata la paura, creato l’antefatto per i libri di sociologia.
Gli aveva scritto alcuni messaggi. Certo non era arrivata a dire “mi manchi”, non era il caso. Ma aveva espresso chiaramente la sua delusione e la voglia di rivederlo presto.
Il tempo nel mentre passava. Giorni. Su giorni.
Le risposte di lui erano sempre vaghe e poco convincenti.
Non sono così debole, posso farcela anche da sola.
Fu così che iniziò a guardarsi con occhi nuovi, spogliati dal giudizio e dalle pressioni. Via il trucco che ogni mattina spalmava sul viso e che ogni sera toglieva nonostante la voglia di buttarsi sul cuscino.
Via il push up, e i tacchi. Accolse con un sorriso di benvenuto le tute comode e le sneakers. Si osservava allo specchio. La mancanza di lui si era sistemata fra una serie di altre sensazioni. Acquattata. Decise di scovarla, tirarla fuori con la forza e analizzarla. Sì, ne sentiva la mancanza. Ma era una mancanza nuova, liberata dal bisogno. Era lucente e spensierata, non più schiava di un’urgenza ma frutto di una scelta.
Ora era lì, a trecento metri da lui.
Il passo sicuro, percorreva la strada con sguardo dritto, spalle rilassate. Sapeva di non essere la prima. Sapeva anche che non sarebbe stata l’ultima ma non le importava. Aveva dentro sé una consapevolezza nuova e preziosa che non avrebbe perso valore solo perché non era esclusiva.
Lui la vide da dietro la vetrina del locale. Le sorrise e la salutò mentre attraversava la strada sgombra. Lei rispose allegra.
Aprì la porta e respirò quegli odori familiari.
«Tesoro, da quanto tempo! Vorrei darti un bacio, ma lo sai, non si può.»
«Che bello rivederti. Certo, tranquillo, va bene così.»
«Allora, finalmente riprendiamo da dove avevamo lasciato. Il solito vero? Taglio e colore.»
«Solo taglio.»
Lui la guardò con sospetto.
«Mi sono scoperta grigia. Come la nebbia, come il colore della cenere all’alba o una perla. Come una gatta. Ecco, Gioia la Gatta. Così mi sento. Niente più tintura per me.»

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