Cinque minuti, un’ora? – di Matelda Novelli

BAMBINA-bambole

Non avevo ancora cinque anni, ma era normale che una bambina come me restasse sola in casa, se i genitori dovevano uscire e il tempo era brutto. Perché a Scarlino non c’erano pericoli.

Infatti, i miei avevano lasciato anche la chiave sulla porta di casa, così loro due erano entrati mentre io mi stavo godendo il calduccio accanto al camino, in cucina, con la bambola Carlotta in braccio, e Lupo accoccolato sui piedi. Il cane ha drizzato le orecchie. Io sono corsa ad abbracciare le gambe del mio zio, che mi ha preso in braccio, per farsi dare il bacino. Poi, mi ha rimesso in terra e mi ha chiesto dov’era il mio babbo. Stavo per dirglielo, quando quell’altro mi ha ripetuto la domanda. Ci aveva una brutta faccia, così non ho risposto.

Ci siamo seduti sulla panca davanti al fuoco; a quell’altro gli voltavo quasi le spalle e guardavo il mio zio, che mi ha ripetuto la domanda e intanto tirava fuori un pugnale dal fodero agganciato alla cintura dei pantaloni. Il fuoco ci riverberava luce e colori; sarebbe stato bellissimo se non fosse stato un pugnale. Mi sono venuti subito in mente i discorsi che il mio babbo faceva, disperato con la mia mamma.

«Non lo so se il mio fratello è più pazzo o più scemo. E’ sempre stata la pecora nera della famiglia; ora che ci ha anche la camicia nera c’è da aspettarsi qualunque cosa. Perché a lui interessa solo sentirsi più forte degli altri; lui ci gode a far paura alla gente. Ci mancava anche la repubblica di Salò».

A me dispiaceva quando il mio babbo diceva queste cose, perché io ce lo avevo simpatico il mio zio. Ci giocava sempre con me: mi buttava per aria, mi faceva volare, tenendomi per i polsi. Si stufava subito, però, perché non aveva pazienza per niente, nemmeno coi suoi figlioli.

Il pugnale continuava a muoverlo come una racchetta con cui palleggiava il fuoco, e faceva anche dei movimenti che avevo visto fare a un amico nostro che praticava le arti marziali. Ogni tanto, l’altro a cui voltavo la schiena mi toccava un braccio: «Dov’è il tuo babbo?»

Fingevo di non sentirlo e continuavo a parlare con mio zio; gli dicevo come era bravo Lupo che avrebbe sbranato una persona per difendermi; che sapeva obbedire a tutti i comandi che gli avevo insegnato; che però era molto bravo anche il suo cane e che sarebbero stati di sicuro contenti se avessero potuto giocare insieme. E gli dicevo anche delle cose che imparavo all’asilo e di come la mia bambola fosse capricciosa. Dicevo di tutto senza mai fermarmi. Ogni tanto dovevo inghiottire con forza, perché la voce non mi usciva più.

Il mio babbo era andato a fare un lavoro nel suo frantoio, un posto pieno di cose e zio avrebbe potuto arrivargli alle spalle senza essere sentito. Ero quasi certa che qualcuno gli avesse detto che il suo fratello non gli voleva bene e che lui voleva ucciderlo per questo. Non glielo dovevo dire dov’era e non glielo avrei detto nemmeno morta. Lo sapevo. Però dovevo stare attenta a non fargli capire che avevo paura, perché, se “ci godeva”, non se ne andava di sicuro. Invece io speravo che si stufasse di aspettare. E, per essere sicura che non si accorgesse della mia paura, cercavo di non averla, perché lui era furbo; così del pugnale guardavo solo le luci e i colori. Ma morivo lo stesso. Cominciai a giocare con le mie mani, almeno non vedevo niente. E continuavo a chiacchierare. Per cinque minuti, o forse un’ora. Non lo so.

E mio padre arrivò. Gli corsi incontro col cane. Lo zio ripose il pugnale:

«Senti, stasera ci ho una cena importante con un gerarca. Me le dai due bottiglie del tuo vino, quelle speciali? Una di rosso e una di bianco».

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