La cura migliore – di Caterina Corucci

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Agata entrò con la sua copia delle chiavi, erano le otto di mattina ma la casa non era ancora uscita dalla notte. Il solito odore di disinfettante e desolazione. Gettò per terra la borsa e senza togliersi la giacca andò in camera dei suoi.

Suo padre era seduto sul bordo del letto e teneva tra le sue la mano bianca della moglie.

«Non vuole alzarsi, non vuole fare colazione e non ha mangiato nemmeno ieri sera», disse l’uomo voltandosi appena verso la figlia.

Agata si avvicinò al letto prendendo un respiro per incassare meglio il colpo, anche se sapeva cosa aspettarsi: la pelle del viso giallastra tesa sulle ossa, le labbra inaridite spaccate agli angoli e due paludi al posto degli occhi.

«Dai mamma, non fare le solite storie. Ti aiuto ad alzarti e facciamo colazione insieme, va bene?» Poi si rivolse al padre: «Ieri sera le ha prese le pasticche?»

«Non lo so…».

«Non deve prenderle da sola, lo sai, tu poi devi controllare sotto la lingua, il palato. Non guarirà mai così, dovrebbe stare in ospedale».

Sua madre cominciò a scuotere la testa.

«Vedi?», disse suo padre, «non vuole andarci. Ci penso io a lei».

«Papà guardala! Non può essere lei a decidere, non più».

Agata si allontanò per telefonare, la donna continuava a scuotere la testa.

Quando tornò nella stanza la trovò alzata a sfidarla, che dondolava sulle gambe insicure. La giacca del pigiama, ormai troppo grande, era abbottonata storta; i pantaloni erano bagnati in mezzo alle cosce.

«Cavolo, papà, ma gliel’hai messo il pannolone ieri sera?»

«Lo sai che non lo vuole!»

«Non so chi è il peggiore fra voi due! Comunque il dottore è di guardia al pronto soccorso e ci sta aspettando. Tranquilli, soltanto per idratarla con una flebo».

Ci volle quasi un’ora per uscire di casa, Agata lavò sua madre e la vestì combattendo contro di lei, poi mise le lenzuola in lavatrice. Salirono in macchina, al massimo venti minuti e sarebbero arrivati al pronto soccorso. Suo padre stava seduto dietro con la moglie e faticava a tenere fermi i pugni che lei voleva darsi in testa.

«Ieri ho visto quella badante di cui ti parlavo, è libera in questo periodo, è una brava donna energica, magari riesce a darle le medicine e a farla mangiare, appena torniamo a casa la chiamo».

«Io e mamma a casa non ci vogliamo nessuno, te fatti gli affari tuoi, a mamma ci penso io!»

«E allora dovete smettere di chiamarmi, questa è l’ultima volta che corro da voi!»

Erano un nucleo marcio, impenetrabile. E Agata combatteva ogni giorno una battaglia impossibile per cercare di salvarli. Li maledisse tutti e due.

Controllò nello specchietto retrovisore e incontrò gli occhi di sua madre, la guardavano ma non la vedevano, nebbiosi. Di quel verde luminoso che aveva fatto innamorare suo padre era rimasta solo una vaga traccia. Da quando Agata aveva memoria, lui non l’aveva contraddetta nemmeno una volta, neanche quando, anni prima, il delirio non era così evidente ma già esisteva, mascherato da ossessioni e capricci, e Agata sembrava l’unica ad averlo capito.

Il traffico a quell’ora rallentava ogni cosa, dilatava l’attesa, permetteva di pensare. Senza dire niente Agata accostò a destra, mise le quattro frecce e scese dalla macchina. Si chiuse la portiera alle spalle e compose un numero sulla tastiera del cellulare, mentre suo padre batteva al vetro del finestrino. Rientrò dopo un paio di minuti e mise in moto ignorando le domande di lui.

Arrivarono davanti all’ospedale, la sbarra si alzò e il sorvegliante li lasciò passare. A destra c’era l’indicazione per il pronto soccorso ma Agata svoltò a sinistra. Suo padre si sporse in avanti:

«Dove stai andando? Il pronto soccorso è di là».

«Papà, mi dispiace, non sei la cura migliore per lei».

Agata fermò la macchina soltanto quando arrivarono davanti al decimo padiglione. Psichiatria. Suonò il clacson tre volte.

«Portaci via da qui!» gridò suo padre.

«Carogna» disse sua madre con un filo di voce.

Carogna. Era così che Agata si sentiva. Perché quel giorno, nascosto dietro alla cura, c’era ciò che lei avrebbe sempre voluto fare.

Due infermieri uscirono dal portone bianco e si avvicinarono alla macchina. Quello alto aveva una siringa in mano, l’altro spingeva verso di loro una sedia a rotelle vuota.

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