L’anno del pensiero magico, di Joan Didion, a cura di Miriam Bulgarelli

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Joan Didion  (1934), è considerata una delle più importanti scrittrici statunitensi viventi. Il libro L’Anno del pensiero magico è stato pubblicato in Italia dal Saggiatore. Negli Stati Uniti l’autrice ha vinto per quel libro il National Book Award nel 2005 per la saggistica.
Il libro tratta dell’anno terribile che la scrittrice ha vissuto dopo la morte del marito (pure scrittore), mentre la figlia adottiva era ricoverata in ospedale.
Forse perché non avevo ancora elaborato il lutto per la scomparsa di mio marito, non sono riuscita ad apprezzare questo libro. Non mi sono trovata in sintonia con nessuna parte di esso. Non solo non mi è piaciuta la forma ma non sono riuscita a condividere nessuna considerazione nè , soprattutto, la modalità di analisi delle diverse situazioni. Infatti, per ogni osservazione contenuta nello stesso, mi sono sentita immediatamente in disaccordo, anche se poi non ho potuto non ravvisare nella sintesi finale, elementi di logica. È il percorso che non sono riuscita ad assimilare. Essendo il libro redatto in parte in forma di racconto e in parte in forma di saggio, con moltissimi rimandi bibliografici, non solo l’ho riletto tre volte, ma sono andata a leggere anche tutti i saggi citati e ogni rimando, approfondendo anche le considerazioni contrarie di altri autori.

Mi sono sentita irragionevole e antipatica. Ho pensato anche di non essere normale.
Ho scritto che l’ho riletto tre volte. Devo dire che lo faccio spesso per i libri che, scritti da autori importanti, non mi piacciono, per timore di aver perso o di poter perdere qualche risvolto importante. A volte la rilettura mi ha regalato qualcosa. Stavolta non è accaduto. Il libro in questione mi è stato regalato da un’ amica piena di buone intenzioni, che lo aveva letto prima di comprarne una copia per me. Credo che questo sia in assoluto il suo libro preferito.
Joan Didion scrive, cambiando solo di poco la data di inizio rispetto a quella reale, del suo “anno del pensiero magico”, facendolo decorrere dal giorno della morte improvvisa del marito (2003) con cui ha vissuto per quarant’anni. La scrittrice afferma che in quel periodo si aspettava illogicamente che il marito ritornasse a casa e su lutto e sogno in pratica costruisce le sue giornate.
La scomparsa improvvisa del marito, nell’insieme dei ricordi che si accavallano, la conduce a fare una specie di dialogo con la morte e, in quell’ambito, prende in considerazione i pensieri che normalmente passano nella mente di chi resta solo, dopo la scomparsa di una persona con cui ha condiviso la propria vita.
Secondo la scrittrice tutto quello che è passato e che si è condiviso, si cerca di trattenere e di ricordare ma scivola via in modo inesorabile, come per magia, e non lascia che polvere. Pertanto giunge a concludere che i defunti vanno liberati dai ricordi e i vivi devono affrontare il presente senza rimpianti per il passato. Mi rendo conto che è ovvio che una persona viva debba prima o poi rassegnarsi e vivere il presente e che la sintesi  abbia una logica. È il modo in cui arriva a questo punto che non sono riuscita a condividere. Penso che ognuno giunga alla fine di un percorso come questo in modo diverso, in base alla propria personalità, al rapporto che ha vissuto con la persona scomparsa e alla modalità del decesso di quest’ultima. Se è evidente che, quando la propria vita viene stravolta dalla morte di un’altra persona, ci si rende conto tutti, anche se in modo diverso, del fatto inconfutabile che la morte, e talvolta anche la malattia, si trovano al di fuori di ogni possibilità di controllo umano, penso che sia difficile accettare le considerazioni di altri in aggiunta alle proprie, prendendo entrambe in considerazione vissuti e comportamenti molto diversi tra loro.

Letto come saggio da una persona che non si è venuta a trovare in una condizione analoga, è assai probabile che il libro in parola possa risultare bellissimo. In me è rimasta la convinzione di non essere riuscita a leggerlo in modo obiettivo.

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