In fondo al Mar – di Stefania Marchesini

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La subacquea ha presupposti essenziali e regole inappellabili. Per accedervi è necessaria una certa acquaticità. Nulla di eccezionale, solo quella confidenza con l’elemento marino con cui solitamente una persona nasce o non nasce. Se si desidera immergersi si devono osservare coscienziosamente alcune norme, una delle quali prevede che, quando la lancetta del manometro sfiora la zona che indica la riserva d’aria, è il momento di risalire. La parte di colore giallo consente di temporeggiare ancora un po’, volendo, per ammirare un pesce colorato, una roccia dalla forma particolare o semplicemente per godersi un altro istante di totale contatto con il creato. La zona rossa invece non permette ulteriori tentennamenti. Si deve risalire, punto e basta, altrimenti non rimarrà abbastanza aria per poterlo fare in sicurezza. Qualche anno fa Pietro e io abbiamo deciso di prendere il brevetto da sub, dopo un’elettrizzante immersione nel Mar Rosso. Inizialmente credevo si trattasse di uno dei soliti raggiri che i villaggi turistici rifilano ai propri ospiti creduloni e annoiati per spillar loro un po’ di quattrini quindi, ritenendomi un’esperta e acculturata donna di mondo, declinai la proposta di Pietro con il naso sollevato e un marcato senso di superiorità. Pietro, con tutta la caparbietà che lo caratterizza da sempre, insistette per giorni e giorni adducendo ragionamenti razionali e articolati, tipici del suo carattere pragmatico e, promettendo esperienze paradisiache, alla fine l’ebbe vinta sulla mia, per natura davvero scarsa, resistenza. Nonostante tutto mi recai all’appuntamento piantando i piedi a terra come un mulo e borbottando lamentele per qualsiasi cosa: il caldo insopportabile, la muta complicata da indossare, le bombole troppo pesanti – non dovrò mica portarle da sola fino all’acqua, vero? – la maschera stretta e il mare freddissimo. Pietro si mostrò imperturbabile, alternando qualche pacato consiglio – bagnati un po’, così la muta sale più facilmente; se tiri lì la maschera si allarga – a lunghi lassi di tempo in cui mi ignorava del tutto. Tra una lagnanza e l’altra giunse infine il momento di immergersi. Non appena anche la mia testa fu del tutto sotto la superficie dell’acqua il mio cuore perse un battito e quasi dimenticai di respirare nell’erogatore per lo stupore e la meraviglia che provavo. Milioni di colori, un intero universo di vita si muoveva intorno a me. Sperimentai una forma di libertà particolare e mai provata: mi sentivo completamente svincolata dalle leggi della terra ferma, dalle sue forme, dal ruolo che l’uomo ha su di essa e allo stesso tempo fragilissima, del tutto dipendente dall’attrezzatura che portavo legata al busto e consapevole che lì c’erano altre regole da rispettare, l’inottemperanza delle quali mi sarebbe costata cara. Ebbi una prima, fugace ma incisiva esperienza di cosa significhi essere una parte di un tutto enorme, provando al contempo una profonda solitudine, nella consapevolezza che quel mondo variegato e vivo poteva anche accogliermi, ma rimaneva indifferente alla mia presenza. Nel silenzio totale udivo solo il mio respiro all’interno dell’erogatore e per un attimo, dalla sensazione di pace assoluta che provavo, emerse una parola: finalmente. Non appena tornammo in superficie ci iscrivemmo al corso di subacquea per principianti e l’anno successivo decidemmo di fare anche quello avanzato, che consente di immergersi fino a una profondità di trenta metri. Le acque del lago non hanno nulla in comune con quelle marine. Sono torbide, assai più fredde e, come in tutte le acque dolci, la capacità di galleggiare cala drasticamente. Prendemmo entrambi i nostri brevetti sul lago di Garda, un po’ perché tra i sub circola un detto secondo cui se si supera l’esperienza dell’immersione al lago, quando si è al mare tutto sembra più semplice, in secondo luogo perché da un punto di vista logistico era la scelta più ragionevole, vivendo noi a Verona. Una delle prove che si devono superare per ottenere il patentino è la capacità di scendere a una profondità di trenta metri, dove si deve eseguire un’operazione matematica su una lavagnetta, per fare esperienza di come, a quella profondità, i tempi di reazione del cervello siano un po’ più lenti a causa del livello di azoto nel sangue, che provoca una sorta di narcosi detta “estasi da profondità”. Quando l’istruttore ci diede la moltiplicazione a tre cifre da svolgere sulla spiaggia di sassi dove facevamo la parte teorica del corso, mi innervosii immediatamente perché, essendo sempre stata una capra in matematica, capii che ci avrei messo il doppio degli altri a ottenere un risultato. Così fu infatti, salvo che, alla fine, la mia soluzione era l’unica sbagliata. «Ehm… ok» disse Andrea, il nostro istruttore, «magari con te proviamo un’addizione a due cifre, cosa dici?» «Meglio…» risposi bruscamente, irritata dalla figuraccia e da Pietro che se la rideva in un angolo. Non appena superammo i dodici metri di profondità sentii che qualcosa non andava. Provavo una sensazione molto sgradevole alla bocca dello stomaco, ma la mia testa disse che mi stavo facendo impressionare da paure immaginarie e che, se tutti gli altri erano in grado di eseguire l’esercizio, non c’era motivo per cui io invece dovessi fare tante storie. Quello che però nessun ragionamento riusciva a tamponare, era la percezione del freddo che diventava sempre più pungente ogni metro che mi inabissavo. Avvertivo le braccia e le gambe irrigidirsi gradualmente per il gelo, mi sembrava che ogni pinneggiata mi costasse una fatica immensa, dopodiché il mento, le guance e la fronte, le uniche parti lasciate scoperte dalla mia muta, iniziarono a pulsare per il dolore. Ciò che ruppe la mia resistenza fu però l’aria che entrava nei miei polmoni dalle bombole: era gelo assoluto. Non potevo respirarla. Mi convinsi che sarei morta. Per quanto mi sforzassi febbrilmente di trarre boccate d’aria sempre più profonde e rapide, al loro posto nel mio corpo entravano solo sottili lame di ghiaccio. Mi guardai intorno e non vidi nessuno. Avevo perso di vista Pietro, non vedevo i due istruttori che ci accompagnavano e non c’era nemmeno un pesce. Intorno a me solo una nebbia grigia, qualche alga verdognola sospesa nell’acqua e un assoluto, totale, silenzio. Mi resi conto che non capivo più da che parte ero orientata e iniziai a dibattermi e a girarmi per trovare un punto di riferimento, finché ben presto non seppi più se la superficie fosse sopra o sotto di me. Dovevo risalire subito e il più rapidamente possibile o sarei morta imprigionata in una tomba di ghiaccio. Mentre una parte di me spingeva perché mi sganciassi il giubbotto e riemergessi alla massima velocità, un’altra iniziò a dirmi che lì sotto si stava bene, che presto l’intorpidimento sarebbe diventato piacevole e che dovevo solo smettere di muovermi. Dovevo stare ferma e lasciarmi andare. Ma più forte di entrambe, risuonò dentro la mia testa un ordine calmo e perentorio: respira. Il frammento di razionalità che era rimasto in me decise che, per quanto fredda, l’aria era respirabile, ma che dovevo inspirare lentamente altrimenti avrei perso conoscenza. Quel po’ di ragionevolezza mi ricordò inoltre che se mi fossi davvero tolta il giubbotto e le bombole per risalire senza controllo, mi si sarebbe potuto lacerare un polmone e mi rassicurò spiegandomi che stavo solo avendo una crisi di panico probabilmente a causa dell’azoto nel mio sangue. In qualche modo ripresi un po’ di controllo, verificai sul manometro di avere aria a sufficienza e poiché la freccia era appena entrata nella parte gialla, decisi di cercare i miei compagni per qualche minuto e poi, caso mai, iniziare una risalita lenta e sicura da sola. In pochi secondi fu l’istruttore a trovarmi. Dal modo scoordinato in cui mi muovevo aveva capito che stavo reagendo male all’azoto ma, pur tenendosi sopra di me per bloccarmi in caso avessi provato davvero a risalire senza controllo, aveva deciso di darmi qualche istante per vedere se fossi riuscita a riprendermi da sola e così fu. Quando finalmente rimisi la testa fuori dall’acqua iniziai a piangere, scaricando di colpo tutta la tensione accumulata e mi ripromisi di abbandonare per sempre la subacquea. Faccio tuttora immersioni. Scendo a profondità elevate, talvolta oltrepassando anche leggermente i trenta metri. Ho visto cavallucci marini, pesci pagliaccio, enormi tartarughe e splendide stelle di mare. Scelgo solo acque caldissime, con visibilità ottima e mi ascolto con la massima attenzione, pronta a cogliere qualsiasi sensazione di malessere che dovesse assalirmi, poiché ho capito che se me ne accorgo quando ci sono in mezzo potrebbe essere tardi. Non mi sono più immersa nelle acque di un lago.

Questo è il primo capitolo di In fondo al Mar, romanzo di Stefania Marchesini, pubblicato con I Parolanti circa un anno fa. Chi volesse proseguire la lettura, trova l’ebook (a costo zero) su Amazon: https://amzn.to/399hRwF.

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