Strade – di Enrico Pompeo

bolivia
Il corteo si stringe all’angolo della strada e io mi guardo intorno. Vedo Maria, Julia e più in là Isabel che parlano, urlano, sorridono, tutte dietro lo striscione. Forse esagero. È solo che… no, basta con la paura; è con quella che ci hanno tenuto sotto. Ma ora è diverso: siamo tante donne che lottano per la libertà. Con noi ci sono anche ragazzi, operai, studenti. E io mi sento viva e voglio credere che in questo paese disgraziato tutto possa cambiare e che il nome della Bolivia non sia solo specchio di miseria, ma invece di riscatto. C’è un imbuto tra i palazzi prima della piazza. Posto ideale per un attacco, mi dico. Giriamo e sentiamo rumori.
Le camionette della polizia militare: lupi sulle prede. Inghiotto a fatica e guardo in basso. Per ora rimangono lì, ferme. Non mi fido.
Le voci e i canti si abbassano e da dietro gli autoblindo escono loro, i soldati, con le tute, i caschi e gli anfibi neri. Si schierano: un muro di corpi. Noi rallentiamo, anche se quasi non ce ne accorgiamo. Loro alzano il manganello tutti insieme, lo abbassano nello stesso momento e iniziano a batterlo sugli scudi di plastica. Per un attimo siamo quasi rapiti da questa sincronia, una coreografia perfetta, ma dura poco e ci accorgiamo che siamo tutti fermi, con i megafoni e gli striscioni abbassati.
I loro colpi, il nostro silenzio. Arriva uno schiaffo dal vento: per fortuna a La Paz non si ferma mai e ci scuote. Ci stringiamo, ancora di più, e avanziamo. Lo sguardo si alza. Mentre davanti a noi il rumore cresce. Ho paura e non vorrei. Mi avvicino alle mie sorelle e a Isabel e loro mi offrono un sorriso che non ritrovo nei loro occhi. Però siamo vicine e questo mi basta.
Io sono la più piccola e nostra madre non voleva che venissimo qua. Non ha detto niente quando siamo uscite di casa appena dopo pranzo; è rimasta al tavolo a piangere e pregare la Vergine Maria, come fa tutte le notti da più di tre anni, da quando nostro padre se n’è andato, senza un saluto.
Sono uscita anche io, per ultima e di corsa. Maria e Julia mi hanno detto di tornare dentro; però non mi sono mossa e allora mi hanno stretto la mano e abbiamo iniziato a camminare insieme. Siamo arrivate alla stazione degli autobus e c’era già tanta gente e loro due sono andate a salutare delle persone e io stavo lì, accanto a un pilone di cemento, il numero cinque, se ricordo bene e scalciavo i sassi con la scarpa. Sono tornate e c’era Isabel, l’amica di una vita ed ero contenta. Se c’è lei, mi dicevo, non potrà succedere niente di male.
Ora siamo qui e la guardo, ma lei non mi sente e ha la pelle tirata e lo sguardo fisso verso il cordone davanti a noi.

Non è la mia prima manifestazione: a scuola gli scioperi ci sono tutte le settimane e al corteo ci vanno tutti, anche per saltare le interrogazioni e avere la scusa per attaccare discorso con qualcuno dell’ultimo anno.
Ma questa volta è diverso. Ci sono gli insegnanti, quelli della fabbrica, tante donne, e della mia età ne vedo pochi. E poi tante camionette dell’esercito così non l’avevo mai viste.
Parte un canto, è la canzone del Che, quella che mi cantava mia nonna prima che se ne andasse dall’altra parte del cielo a ritrovare il nonno.
Mi calmo, anche perché di là i poliziotti o quello che sono, hanno smesso di colpire. Mi sembra un buon segno. In piazza si sente solo la nostra canzone. Siamo di fronte a loro. Ci guardiamo, anche se io non riesco a vedere niente: sotto il casco potrebbe esserci chiunque, anche un robot, per esempio. Sì, forse è così; questi non sono esseri umani, sono macchine; basta spegnerle e tutto finisce.
Sì: il governo toglierà la legge che impedisce il voto alle donne e ai poveri. Io non ci capisco niente, ho appena sedici anni, ma a scuola i professori hanno organizzato dibattiti, incontri e hanno occupato la scuola da un mese insieme agli studenti più grandi. Io ero contenta che non facevo lezione e basta. Poi però le mie sorelle hanno cominciato a parlarne in casa e andavano alle riunioni e mia madre urlava anche se non riusciva a fermarle.
Dicevano che il presidente e i ministri volevano far passare provvedimenti contro il popolo, tipo tasse su tutto, e che, se lo avessero fatto, avrebbero perso le elezioni. “Allora si sono inventati – diceva Maria – che siccome in Bolivia tanti sono semi analfabeti, ignoranti, che non sanno come funziona uno Stato, non è giusto che la loro opinione conti come quella di chi ha studiato e per questo vogliono limitare il diritto di voto. Ai disgraziati prima, a noi dopo, così poi faranno come vogliono e ci faranno tornare schiave.”
Io non capivo tanto, ma voglio bene alle mie sorelle e sto dalla loro parte. E quando stamani hanno detto che sarebbero andate alla manifestazione, ho deciso che ci sarei stata anche io, cascasse il mondo.
E infatti sono qui.
Mi sa che mi sono spaventata troppo. Sono tutti fermi. Dal nostro corteo partono slogan, qualche grido e i poliziotti stanno fermi, immobili. Secondo me sono davvero dei robot.
Poco dopo si sente un fischio, forte, netto e tutto cambia. Loro si muovono e iniziano a picchiare con il bastone tutto quello che trovano davanti. Io mi butto a terra e piango e sento urla, grida, vedo sangue per terra e faccio fatica a respirare e c’è fumo ovunque e vomito e qualcuno mi trascina via e mi butta in un camion e ci sono altre persone e quasi tutte sono ferite.
“Maria? Julia? Isabel?”
Nessuno mi risponde.
Mi alzo e voglio uscire, ma gli sportelli sono chiusi. Inizio a battere con i pugni sui vetri, delle donne mi dicono di smetterla ma io continuo e alla fine una portiera si spalanca e vedo un poliziotto salire e sto per chiedere dove sono le mie sorelle, però non faccio in tempo e il suo manganello mi arriva in testa e non vedo più nulla.
Apro gli occhi e sono su una panca appoggiata alla parete in un corridoio stretto e lungo. Sui capelli ho una specie di turbante e se lo tocco, lo sento bagnato. Mi fa male lo stomaco e ho la vista sfocata. Accanto a me altri corpi semisvenuti, gente che soffre e geme.
Mi prendono e mi spingono dentro. Nella stanza è scuro, vedo solo una finestra chiusa da una tenda grigia, con una scia di luce, una lama gialla che passa nel mezzo illuminando una sedia, davanti a una scrivania con dietro un’ombra. Rimango ferma, anche se mi gira la testa. Un uomo mi fa un cenno e io mi siedo. Esce dal buio e mi guarda.
Lo so che sei uno di loro e non ti racconterò nulla. Dirò che ero lì per caso, che non conosco nessuno e se farà il nome delle mie sorelle e di Isabel, caccerò dentro le lacrime. Il poliziotto apre una cartella e non dice niente. Mi mostra una foto con Maria, Julia e Isabel, ma io faccio di no con la testa.
Lui sorride. Mi chiede il nome, quanti anni ho. Io mi metto i capelli dietro l’orecchio, mi mordicchio le labbra. Lui si schiarisce la voce, un po’ tossisce.
“Va bene. Puoi uscire.”
“Come?”
“Ah, allora la voce ce l’hai!”
Lo guardo, lui sorride e anche io. Ma mi rimetto subito a posto. Lui si alza e si avvicina, Io abbasso la testa. Mi sento i suoi occhi sul collo.
“Non aver paura. Andrà tutto bene.”
Alzo lo sguardo, faccio un sospiro lungo.
“E le mie sorelle?”
“La loro è un’altra storia. Tu vai a casa.”
Mi mette una mano sulla spalla, ma la tira via subito. Io mi alzo di scatto e rimango ferma immobile. Lo guardo: ha gli occhi azzurri.
Esco.

Arrivo a casa e c’è solo mia madre. Ci abbracciamo in silenzio. Ha gli occhi vuoti, prosciugati dalle lacrime. Apro il rubinetto, bevo un bicchiere d’acqua, poi mi metto sul divano. Sento mia madre che mi toglie quella specie di fasciatura in testa e comincia a disinfettarmi con un panno. Io non ce la faccio e chiudo gli occhi. Quando li riapro è notte e ho una coperta addosso. Mi alzo e vado in camera mia, ma i nostri tre letti sono vuoti.
Mi sento mancare le ginocchia e rimango lì, seduta per terra, con la schiena al muro, le gambe sul pavimento e una mano a soffocare il pianto.
Nelle settimane successive altri cortei, scioperi, occupazioni con le forze dell’ordine a caricare e i manifestanti a combattere. Le strade sanno di sangue e polvere. Io non ci vado. A scuola tutto è bloccato e ci sono due militari all’ingresso che non fanno passare nessuno. Delle mie sorelle nessuno sa nulla.
Non sono le sole a essere sparite. Qualche volta vado alle riunioni dei collettivi, ma mi vergogno perché tutti, quando mi vedono, mi abbracciano e mi dicono: forza vedrai che ritornano.
Una vecchia, davanti casa, ieri mi ha guardato e ha detto Desaparecidos. Dopo è andata via e continuava a biascicare quella parola, scuotendo la testa grigia e spettinata, con le ciabatte, il vestito e lo scialle, tutto nero.
Oggi pomeriggio sono venuta in biblioteca, uno dei pochi posti ancora aperti. Mi sono seduta al computer e ho cercato quella parola. Sto leggendo e mi viene da piangere. Però non voglio farmi vedere; spengo tutto, esco di corsa e mentre torno a casa ripenso a quelle madri, in Argentina, che ancora oggi non sanno niente dei loro figli e penso a mia mamma.
Cammino veloce e arrivo davanti alla caserma dove mi hanno portata la prima volta. Non mi ero accorta di essere in questa parte della città. Sta tramontando. Busso. Non apre nessuno. I miei pugni si fanno più forti e ci metto anche i piedi e le urla, però non succede niente. Allora crollo e mi spiaccico a terra, con le mani sul viso e le lacrime in bocca. Sento dei rumori, una chiave che gira e la porta si apre. Lui. Mi prende per un braccio e mi trascina dentro. Buio. Mi dice che me ne devo andare, che è pericoloso, che se mi vedono, finisco in carcere e non esco più.
“No.”
“Come, no?”
“Non me ne vado. Dove sono le mie sorelle e Isabel?”
“Non lo so.”
“Non ti credo.”
Lui sta zitto, mi alzo, gli vado incontro e comincio a colpirlo con delle manate sul petto, forte, ancora e ancora, però poi sempre più debolmente e lui non fa nulla. Vedo solo i suoi occhi di cielo per la debole luce che filtra da fuori.
Continuo a muovere le braccia, piano, poi mi chiudo e mi appoggio a lui che mi abbraccia. Sento una mano che mi accarezza i capelli e chiudo gli occhi.
Li apro di scatto, mi libero e scappo, lui mi ferma e mi spinge al muro e lo sento da dietro che spinge e io lo odio, ma non voglio che si fermi. Però lo fa e mi dice di andarmene e io mi allontano, lentamente.
Sono davanti alla porta. La mano sulla maniglia, mi giro, lo guardo. Lui si avvicina, mi prende per il collo e mi bacia, mi sbottona i pantaloni, mi abbassa le mutande e infila due dita e io chiudo gli occhi e mi sento in colpa per me, mia madre, Maria, Isabel, tutto. Mi sfuggono dei sospiri di piacere e io non l’ho ancora fatto e non voglio che sia con un soldato dell’esercito e allora lo guardo e lui sta fermo, si allontana un po’, aspetta.
Mi avvicino, lui ha i pantaloni slacciati e lo tiro fuori, ma non lo guardo, mi fa impressione. Però lo tengo in mano e vado in su e in giù, perché questo lo so fare. L’ho visto a scuola, nei bagni, da quelle più grandi con quelli dell’ultimo anno. Loro anche in bocca. Io no. Lui comincia a godere e mi infila le mani sotto e le sa muovere, maledetto.
Ci stringiamo, siamo vicini, lui mi ansima nell’orecchio e anche io, mi viene di baciarlo e lo faccio, poi ci stacchiamo e lui mi morde il collo e mi sento un fuoco dentro che sale, mi arriva nella testa ed esplode, allora urlo e nello stesso momento sulle dita sento bagnato e guardo, c’è un liquido bianco.
Silenzio.
Lui si riveste in fretta e anche io. Pulisco la mano sul muro. Mi apre la porta. Non ci guardiamo.
Esco. Mi giro: “Non so il tuo nome.”
“Meglio così. Vai ora e non tornare.”
Mi allontano. Mi chiama, mi giro.
“Miguel. Mi chiamo Miguel.”
Chiude la porta.
Mi allontano nel buio della sera.
Non so come sto.
La verità non sembra mai vera.

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