Cassandra – di Stefano Baldi

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Venerdì pomeriggio, uscita della metropolitana a Camden Town. Giovani turisti fradici di pioggia corrono verso i negozi, cercando scampo dall’acquazzone che si è abbattuto su Londra. Eric osserva la consueta scena e sghignazza, le mani nei jeans, al riparo con due amici sotto una tettoia.
Poi tutto accade all’improvviso, a pochi metri dal marciapiede. Colpi di clacson fendono l’aria mentre una brusca frenata copre il rombo di un motore potente. Eric si volta appena in tempo per seguire la traiettoria della moto fuori controllo. Sente un tonfo sordo e vede la ragazza, sbucata dal nulla e scagliata in aria nell’impatto, finire a terra al centro della strada in una posa scomposta, innaturale. I lineamenti delicati del viso immobile si tingono di rosso. Gli occhi sono globi vitrei di puro terrore. La bocca è contorta in un grido muto. Di lei non resta che questo ormai.
Eric guarda gli amici, pallido in volto. «Mio Dio! Sta succedendo, non capite?»

Fuori le sirene ululano senza tregua quando Mark si rivolge all’amico, al tavolo di un pub poco distante dall’incidente.
«Eric devi finirla con questa storia! Smettila di pensare a quel fottuto gioco. Diglielo anche tu!»
Il tono è deciso ma, nonostante la mezza pinta che ha mandato giù in un fiato, gli tremano le mani per la scena a cui ha assistito. Poco prima ha avuto la prontezza di trascinare Eric via dalla strada e di spingerlo a forza nel locale più vicino.
«Devi esserti bruciato il cervello, cazzo! Metterti ad accarezzare quella povera ragazza davanti a tutti. Nemmeno la conoscevi e ora stai lì, sporco di sangue. Se non ti avessi tirato via da lì non so in che casino ti saresti cacciato con la polizia. Quelli non ci vanno leggeri, se ti beccano conciato così!»
Alle parole di Mark, attraversati dallo stesso pensiero, i tre si girano verso la vetrata. All’esterno gli agenti, illuminati dai lampeggianti, faticano a tenere a distanza le decine di persone che sono accorse e si accalcano intorno alla ragazza esanime, coperta da un telo. Quella stessa massa di persone, attratta dal macabro spettacolo, si era aperta poco prima al passaggio di Eric, che procedeva con lo sguardo fisso e le mani insanguinate, sospinto alle spalle dall’amico.
«Le ho solo chiuso gli occhi. Non sopportavo che mi guardasse in quel modo. Lei ha capito che è tutta colpa mia.»
Eric non ha ancora toccato la birra che ha davanti e non ha il solito tono spavaldo, ma non si lascia zittire dal gesto di impazienza.
«No! Dovete ascoltarmi! Cosa deve ancora succedere per convincervi? Non vi rendete conto che è esattamente la scena che vi avevo raccontato? Sono stato io a causare l’incidente.»
A quelle parole anche Chris non riesce più a trattenersi.
«Ma ti senti quando parli? È una gran cazzata e se vai avanti così finisci con la camicia allacciata dietro la schiena.»
«Come fate a non capire?» Lo fissa con uno sguardo allucinato. «Prima l’incidente al canale, con il ponte girevole che si è richiuso proprio mentre la barca passava. Non capita tutti i giorni di vedere un casino del genere. Se ti ricordi, è esattamente quello che avevi raccontato tu. Poi quel tamponamento a catena sull’autostrada. Ci saranno state trenta macchine coinvolte, con un sacco di feriti, proprio come aveva immaginato Mark. E ora quella poveretta, che si è frantumata il cranio proprio davanti a noi. Tutto perché non sopporto quegli stupidi turisti, che vengono qui in cerca di sballo e non sanno nemmeno attraversare.»
Eric si sporge verso gli amici, sibilando a pochi centimetri dalle loro facce.
«Ci siamo ficcati in un maledetto casino e non so proprio come possiate far finta di niente. Non è passata ancora una settimana da quando abbiamo conosciuto quel tipo e già ci è scappato il morto. E non ditemi che non vi eravate accorti che era strano, quando ci ha chiesto di unirsi a noi.»
«Di cosa ci stai accusando, adesso?», gli risponde a muso duro Mark. «Lo sai che giù al ritrovo è pieno di ragazzi un po’ fuori, che vogliono solo farsi una partita. È colpa nostra, forse, se Ted ci ha piantati qui nel mezzo dell’estate per andarsene in Francia con i suoi? Tutta questa storia non sta in piedi.»
Eric lo fronteggia con rabbia.
«Non è una coincidenza. Non può essere una coincidenza. Sabato conosciamo Jack e ci fa provare Cassandra. Poi in pochi giorni succede tutto questo casino. Continuate pure a pensare che io sia paranoico. Non starò qui ad aspettare che succeda ancora.»
Poi si infila fra i tavoli ed esce dal pub, piantando in asso gli amici e scomparendo, inghiottito dalla ressa.
Ora che è solo, Eric cerca di raccogliere le idee.
Jack è un fottuto bastardo e ci ha incastrati per bene. Quello che proprio non riesco a capire è come sia potuto succedere. Mi sembra ancora di vederlo, con quella sua faccia perbene e quella vocina educata, che ci mette sotto il naso quella maledetta scatola. E noi ci siamo cascati come degli idioti…

«Ragazzi, state cercando il quarto per una partita?»
Dimostra qualche anno più di loro e sembra un tipo a posto. Eric gli fa spazio e nota subito il suo strano modo di fissarlo, come se gli guardasse dentro. Ma ognuno usa le proprie tattiche per vincere ai giochi di strategia, per cui, dopo un po’, non ci fa più caso.
Quando Mark vince e se ne vanta, come al solito, il nuovo arrivato inizia a provocarlo.
«Vorrei proprio vedere come te la cavi con qualcosa di diverso.»
Sguardi scettici da parte di tutti.
«Voglio farvi provare una cosa mia. È molto semplice: ognuno pesca una carta dal mazzo e, usando le due parole che ci trova scritte, inventa una storia in un minuto, la più assurda che gli viene in mente. Se riesce a non fare indovinare le parole che è obbligato a utilizzare, fa un punto. Chi ne ha di più vince.»
«Ma questi giochi si fanno in famiglia, al massimo con le tipe per farsi quattro risate. Cosa ce ne facciamo noi di una palla del genere?», ironizza Mark.
«E se vi dicessi che le storie che inventate si avverano? Potete togliervi qualche soddisfazione, qualche sassolino dalla scarpa. Ma solo se non vi fate fregare dagli avversari. Gli altri non devono riuscire a riconoscere le parole nascoste, nei tentativi che hanno a disposizione. Ci vogliono le palle per vincere, credetemi. Il gioco si chiama Cassandra, e vi lascio immaginare il motivo.»
I ragazzi si guardano l’un l’altro e Mark esprime il pensiero di tutti.
«A noi pare un po’ una puttanata. Ma non abbiamo niente di meglio da fare, quindi vediamole un po’ queste profezie.»
A prima vista il gioco non sembra niente di speciale, un semplice mazzo e dei fogli per segnare i punti. Ma le carte disegnate a mano sono davvero belle, con qualcosa che attira l’occhio. Il tipo ci sa fare.
«Allora gente, vogliamo cominciare? Prima, però, dobbiamo stringere un patto. Nessuno potrà parlarne ad anima viva. Quello che facciamo ora resta fra noi. Altrimenti tutta la roba che immaginerete capiterà subito a voi. E non sto scherzando.»
Fra gli sghignazzi tutti giurano di restare muti come tombe. Poi iniziano e Mark è il primo a pescare.
«Ma con queste carte non posso raccontare quello che mi pare. Mi beccate subito se parlo di una serata con la tipa scollata che abbiamo visto fuori», si lamenta mimando forme femminili. «Qui sono tutte parole su incidenti e disastri.»
«Allora tanto vale che lasci perdere, playboy. Non fai neanche un punto se ti scoprono. E poi cosa ti aspettavi? Non si chiama mica Cassandra per niente», lo sfotte Jack. «Vediamo di cosa sei capace, dai.»
A turno tutti giocano e dopo il primo giro poco convinto e senza risultato si lasciano prendere dalla sfida e fanno del loro meglio per vincere, come sempre. Non hanno idea di quello che stanno mettendo in movimento.
Dopo tre giri hanno un punto ciascuno. Poi per quella sera si stancano e se ne vanno a casa.

La rabbia che gli monta in corpo lo riporta bruscamente alla realtà.
Tutte e tre le storie si sono avverate, quanto è vero che mi chiamo Eric. E quella disgraziata ce l’ho mandata io a spezzarsi le ossa contro il faro di una moto in corsa. Come faccio a guardarmi allo specchio con questo schifo dentro? Ci osservavi sogghignando, brutto stronzo, mentre noi ci sfidavamo come dei ragazzini. E andavi avanti con quella nenia lamentosa… Cosa pensavi di fare, eh? Ma giuro che te la faccio pagare, costi quel che costi. Non posso sentirmi in questo modo per un bastardo come te.
Ora vede con chiarezza quello che è successo e quello che va fatto.
Devo solo essere abbastanza freddo e andare fino in fondo.
La notte passa insonne e dopo una snervante mattinata, trascorsa lontano dal telefono per evitare Mark e Chris, per Eric arriva il momento di mandare un messaggio agli amici. «Ci vediamo al ritrovo.» Come ogni settimana. Come se non fosse successo qualcosa di terribile a rovinargli la vita.
Sa che verranno, tutti e tre sono come drogati, dipendenti dai giochi di ruolo, e non c’è sabato in cui non si trovino, sempre allo stesso posto e alla stessa ora. Eric sente che ci sarà anche qualcun altro, alla ricerca di nuovi burattini.
È da così tanto che vanno in quello squallido magazzino dietro al mercato coperto, che tutti chiamano Il ritrovo, da avere una saletta solo per loro, separata da quella più grande dove c’è sempre casino ai tavoli. Ed è lì che ogni cosa deve compiersi, lontano dagli altri ragazzi, ignari di quello che è successo lì dentro.
«Mi fa piacere sapere che stai meglio, amico, anche se a guardarti non si direbbe. Hai una faccia che fa spavento», lo studia Chris quando si incontrano.
«Non farci caso, ne ho bevuta una di troppo ieri sera. Ma almeno mi ha schiarito le idee.»
Mark gli mette una mano sulla spalla.
«È una buona cosa, Eric. Ora pensiamo a giocare.»
L’amico gli dà un finto cazzotto sulla spalla. «Andiamo a cercare il nostro quarto uomo. Lo vedo laggiù con quei tipi», e si avvia senza lasciare agli altri il tempo di replicare.
I tre si avvicinano in silenzio ma Jack, girato di spalle, li anticipa, come se li avesse fiutati da lontano. La sua voce è ancora più vellutata rispetto al primo giorno.
«Ciao ragazzi, scommetto che siete venuti per farvi un’altra partita a Cassandra. È sempre così: prima vi fate pregare, ma poi, provato il divertimento, non volete più fermarvi. Ma siete sfortunati. Proprio oggi che ho aggiunto un po’ di carte nuove, ho già trovato nuovi amici con cui divertirmi. Mi sembrano giocatori molto promettenti.»
E con un ghigno si gira a guardarli negli occhi, uno a uno.
Per la prima volta Eric vede Jack per quello che è realmente. E mentre scorge le sue fattezze crudeli sotto la pelle bianca e imberbe, viene assalito da pensieri inquietanti.
Non riuscirò mai a strappare Cassandra dalle mani di questo mostro e tanto meno a distruggerlo con le mie sole forze. E non posso contare su Mark e Chris. Non senza metterli in grave pericolo. Questa partita è fra me e quella creatura infernale.
Decide di giocare la sua unica carta, nascondendo il piano dietro un sorriso beffardo.
«L’altra sera è finita in parità e sai anche tu che alla fine un vincitore deve sempre esserci. I tuoi nuovi amici possono pazientare. Una sola partita e quando uno di noi ce l’avrà fatta, verrà il loro turno.»
Jack lo scruta per alcuni istanti prima di rispondere.
«Ancora un giro, ma alle mie condizioni, prendere o lasciare: un’unica partita e il primo che fa punto vince. Tu sarai l’ultimo a provare.»
Eric freme, ma sa che non ha alternative.
«D’accordo, come vuoi tu. Forza andiamo di là.»
È un fascio di nervi, concentrato come mai prima d’allora. Gli amici a turno pescano le loro carte e trovano “terremoto rovinoso”, “alluvione devastante”, “naufragio notturno” e “disastro ferroviario” da nascondere nei racconti di loro invenzione.
Eric le indovina facilmente, scorgendo nel viso degli amici, come un giocatore di poker, piccoli segni rivelatori. Una lieve increspatura delle labbra, una esitazione, una mano che copre la bocca li tradiscono quando la parola obbligata viene inserita nella storia. Sa cosa c’è in gioco e non può permettersi di sbagliare, lasciando che la malizia del demone sfrutti ancora la sua ingenuità. Abituato a un mondo di finzione, non ha creduto alle parole di Jack e alle conseguenze delle proprie azioni. Questo ne attenua le colpe, ma la morte che ha inflitto per gioco lo opprime e gli leva il respiro.
Quando è il suo turno di pescare le carte, trova le parole “moltitudine urlante” e “torcia umana”. Ricorda le poche regole del gioco, la sua unica possibilità di evitare altre tragedie, e inizia a inventare, senza esitazioni.
«Sabato pomeriggio il preside della nostra scuola si reca al mercato coperto per cercare un regalo esplosivo per suo nipote di dieci anni, un piccolo psicopatico che si diverte ad affamare gli animali domestici e a scorticare le rane per i suoi esperimenti sadici. Gli piace provocare dolori atroci e il nonno lo invidia, perché non deve mascherare il suo odio verso ogni essere vivente e soprattutto verso la folla di ragazzi che frequentano quel ritrovo di perditempo maleducati. Il preside decide di provare un grosso petardo e lo accende, senza accorgersi di una tanica di benzina aperta lì vicino, che esplode trasformandolo in una torcia umana. Lui inizia a dibattersi e incendia quanto si trova nelle vicinanze, mentre la moltitudine urlante dei clienti si lancia fuori all’impazzata, per salvarsi dalle fiamme.»
Gli avversari sono spiazzati dal racconto delirante dell’amico e sprecano i tentativi a loro disposizione per indovinare le parole nascoste. Eric vede Jack esultare, mentre pregusta il piacevole spettacolo che si presenterà ai suoi occhi, quando anche questa profezia di Cassandra si avvererà, a causa del maleficio che ha lanciato sulle carte. Gioisce e lo guarda, rendendo ancora più feroce la sua determinazione.
«Presto, alzatevi. Fuori di qui!», grida spingendo gli amici all’esterno dalla stanza, dove altri ragazzi sono intenti a giocare. Si ritrovano in mezzo al salone ed Eric inizia a sbraitare a squarciagola. «Quel tipo laggiù è un maledetto bastardo, un fottuto criminale. Ha inventato un gioco che fa avverare le nostre fantasie più malate. Gode a fare soffrire persone innocenti e a dannarci l’anima.»
Tutti lo guardano attoniti. Mark è il più pronto a reagire. «Il giuramento… Non puoi rivelare nulla. La conseguenza sarebbe…»
Non fa in tempo a terminare la frase, che Eric già ritorna verso la stanza dove si trovano Jack e il suo maledetto gioco.
Corre a braccia aperte e urla: «Hai ragione, non posso raccontare niente oppure tutto accadrà a meeeee…»
Le sue parole si perdono nella detonazione che squarcia l’aria e proietta intorno getti di liquido in fiamme. Eric viene investito in pieno e travolge Jack, scaraventandolo contro il tavolo in un abbraccio infuocato. Il demone si contorce, consumandosi come carta. Cassandra si distrugge in un rogo sfolgorante e libera nell’aria un suono che graffia i timpani, come il grido di mille agonie, mentre una folla nel panico si accalca verso l’uscita, per sfuggire all’incendio, che cancella dal cuore di Eric il dolore per quei due occhi azzurri sbarrati dal terrore.

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