Il guardiano del faro – di Cinzia Fabretti

carte-da-parati-cielo-stellato-notturno

Si affacciò alla ringhiera. Aveva pensato che non se ne sarebbe mai potuto stancare, e aveva avuto ragione, in fondo. Era grandioso, sempre!, lo spettacolo dello spazio profondo.
“Si prepara una bella tempesta, Emma”, disse ad alta voce fissando il vortice screziato che occupava il posto d’onore nel panorama. L’avevano battezzato subito il Maelström, come il gorgo mostruoso che lo scontro di correnti marine generano in taluni  mari inquieti della Terra.
Gli scienziati non avevano ancora sciolto il mistero di cosa lo provocasse nei cieli, di certo c’era che Pewek aveva un’attività irregolare, e imprevedibile. La sua sfera d’influenza poteva dilatarsi all’improvviso, rendendo la navigazione rischiosissima.
Ma alcune rotte attraversavano quell’angolo di universo, e questo aveva portato all’istallazione del faro, insieme punto d’osservazione privilegiato e di segnalazione ai naviganti.
“Sì, si prepara tempo pessimo”, ripeté contemplando quella sorta di girandola che gli segnalava, visivamente, la zona di cattura, quella in cui ogni materia veniva inesorabilmente agganciata e risucchiata verso il buco nero, da cui neppure la luce poteva più fuggire.
Quell’oggi la girandola cresceva, sbocciava come il fiore d’una pianta carnivora, avida di massa da ingoiare.
Controllò sulla consolle che il sistema avesse attivato tutti gli allerta necessari.
Il faro era un gioiello in grado di funzionare da sé, però una sorveglianza era stata pretesa dalle compagnie di navigazione, e affidata a una coppia umana. Per lunghi, sereni anni, la custodia e la manutenzione delle complesse apparecchiature del faro aveva scandito il tempo della loro vita, sua e di Emma.
Un allarme pulsante, insieme acustico e visivo, gli fece alzare di scatto il viso. Un’astronave chiamava il faro.
Dotata di propulsore di ultima generazione, non omologato per il quadrante, aveva raccolto la segnalazione quando, per la sua impensabile velocità, era già troppo vicina alla zona di pericolo.
Fissò il punto rosso che la rappresentava.
“Cazzo”.
Si precipitò in sala controllo. Visualizzò la rotta, gli angoli di fuga, i rapporti sulla potenza e velocità.
Era dentro. Finita. Agganciata. L’SOS accompagnò l’esplosione della camera di lancio. Come un siluro, l’astronave aveva esploso verso il faro la navicella di salvataggio.
“Cazzo”.
Confermò il permesso per il raggio trainante, la probabilità che con quell’aiuto del faro la navicella riuscisse a raggiungere l’asteroide era…
“Che probabilità?”, chiese al sistema.
Venti per cento… trenta per cento… quaranta… più tempo passava, più aumentavano.
“Che razza?”
Scorse le informazioni dell’SOS. Deepknip. Atmosfera tipo 15.
Un mix a base di metano, quindi. In medicheria sarebbe dovuto entrare con maschera e bombola d’ossigeno.
E i Deepknip vivevano a gravità un mezzo della terrestre; questo significava…
“Ricordi quando ci fu l’incidente del cargo?”
Lui ed Emma erano veterani, ne avevano viste di ogni. Ma quella era stata brutta. Il pilota ferito era incosciente e senza la collaborazione dall’interno, la lancia era rimasta a gravitare inerte intorno al meteorite.
Avevano dovuto lasciare la base, recuperarla manualmente, trainarla all’interno e poi aprirla, come una scatoletta di cibo senza apriscatole. Spazientito, dopo inutili tentativi di dialogare col sistema della scialuppa, aveva finito per prenderla sonoramente a martellate, imprecando a ogni colpo: “Apriti, dannata! Con le buone maniere o…”
“Con questi, oggi, rischia di essere anche peggio”, borbottò. “Guarda qui… per assicurarsi di sfuggire al mostro si sono fatti sparare via con la massima potenza possibile… li avrà sottoposti a una pressione micidiale, se arrivano vivi saranno ridotti un mucchietto d’ossa rotte…”
Tornò alla ringhiera. Ottanta per cento. La navicella impattava con tutto ciò che correva in senso inverso, attirato dalla gravitazione di Pewek.
Poteva immaginare lo sconquasso e le vibrazioni, dovevano sentirsi come in una scialuppa di salvataggio in un oceano terrestre in tempesta.
Attese di sapere. Era nel cuore dell’asteroide, ma il complesso di obiettivi in superficie ricreava, sullo schermo semisferico che circondava la ringhiera, la perfetta visione di ciò che esisteva intorno; come essere sulla coffa di un antico veliero, a contemplare l’orizzonte in ogni direzione.
Il buco nero, nella realtà invisibile, solo una porzione di cielo mancante di qualsiasi luce, era disegnato dal sistema, a suo beneficio, con linee colorate che evidenziavano il variare della sua forza d’attrazione.
La navicella era ormai sulla soglia.
Cento. Era salva, entro due ore avrebbe raggiunto il faro.
“È fatta, Emma. Vado a mangiare e a riposare un po’, presto avremo compagnia”.
Non è questa la compagnia che ti servirebbe. Nostra figlia ti ha pregato di rimanere con lei e i nostri nipoti…
“Smettila, Emma… non ho rifiutato, sto solo aspettando che trovino una coppia per sostituirmi. Abbiamo trascorso quasi vent’anni, al faro, e siamo stati felici. Ma sai che non sono tanti quelli come noi, capaci di sopportare bene questa vita. Quando si faranno avanti le persone adatte…”
Spero accada in fretta.
Lui sbuffò, addentando del pane. Due ore dopo la navicella entrò in porto, ma il sistema bloccò il tunnel passaggio con la base.
“Cos’è questa novità? Ah, è andato in protezione…”
Segnalava incompatibilità tra forme di vita. Creare il mix di gas utili ai Deepknip avrebbe ucciso l’uomo.
“Stupido sistema, lo so, mica entrerò in sala medica senza respiratore!”
Ma il sistema l’informò che il problema era più grave. Un malfunzionamento impediva di isolare a sufficienza l’ambiente e la miscela venefica avrebbe allora contaminato l’aria dell’intera base.
“Ok, andrò avanti a bombole d’ossigeno fino all’arrivo della nave di soccorso”.
Non arriverebbe in tempo.
Fissò allibito la risposta del sistema. Valutata l’entità delle scorte d’ossigeno, e l’arrivo previsto del mezzo di soccorso, sarebbe rimasto senz’aria per circa sessanta minuti. O lui o i Deepknip.
Calcolò freneticamente quanto poteva tenerli ancora nella capsula, per ritardare l’immissione dell’atmosfera nella medicheria. I loro parametri vitali erano in sofferenza, l’accelerazione aveva provocato danni, com’era prevedibile, e anche la loro scorta di gas respirabili era in esaurimento. Entro pochi minuti doveva soccorrerli, o sarebbe stato troppo tardi.
Ma il sistema aveva valutato ogni cosa, comprese le loro percentuali di sopravvivenza: l’impresa, tentare di salvare i due piloti, non valeva la spesa, la sua vita.
I piloti erano una coppia. I Deepknip viaggiavano così, erano una razza monogama oltre il concepibile, affrontavano tutto insieme, lavoro, viaggi, rischi e morte.
“Come avremmo voluto fare noi, solo che tu, Emma, hai ceduto le armi prima del tempo”.
Non vedo cosa c’entri, amore mio. Cosa vuoi fare?
“Comunicare al soccorso che sforzino quei loro dannati motori. Non posso lasciarli crepare in quella bara. Disattivo il sistema automatico e li porto dentro. Userò l’ossigeno disponibile e se quelli muovono il culo cinquanta minuti li guadagnano”.
E se non ce la fanno?
“Fatti loro. Dovranno sbrigarsi a trovare qualcun altro per il faro. Sono stanco di parlar da solo, Emma, magari ti raggiungo!”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Create a website or blog at WordPress.com

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: