Sono guarito – di Paul John Passalacqua

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Riccardo spense il motore e lasciò che la piccola barca arrivasse al molo in legno per inerzia. Appena lo scafo si fermò contro i sostegni Chewbecca, il suo cane, saltò sul pontile e, come per sollecitarlo, si volse a fissarlo.
Assicurò bene l’ormeggio, raccolse la sacca con le provviste acquistate in paese e scese anch’egli dalla barca. Diede una carezza al suo amico e si avviò dietro di lui, verso il piccolo chalet in legno dove viveva.
Mentre faceva scorrere la zip per aprire il giacchetto, non poté non sorridere per l’andatura di Chewbecca, che gli mostrava il suo posteriore. Era una caratteristica dei cani di quella razza, i malamute. La folta coda, che sembrava quasi un piumino, era sempre tenuta alta, sulla schiena e questo faceva sì che il suo didietro rimanesse in vista. Era un cane possente, adatto per la vita all’aperto, in montagna e per tirare la slitta. Per quello lo aveva scelto, perché d’inverno quello era il suo unico mezzo di trasporto.
Salì i tre gradini che lo introducevano nel piccolo porticato antecedente l’ingresso, infilò la chiave nella serratura e aprì la porta.
“Casa”, pensò.
Anche se erano quasi tre anni che viveva lì, ogni volta che varcava la soglia, quella parola emergeva rassicurante nella sua testa.
Non era grande, anzi, era una sola stanza che gli faceva da cucina e camera da letto. Il bagno, originariamente, era situato fuori, non lontano. Ma era decisamente poco confortevole. Così ne costruì uno adiacente comunicante con il suo rifugio.
Ripose gli acquisti nella credenza (in prevalenza scatolame), sistemò un po’ di legna nella stufa e diede fuoco. Nell’attesa che la stufa fosse pronta per cucinare, visto che iniziava a fare buio, accese le lampade a gas e decise di preparare un po’ di legna nel camino. Ormai l’estate stava volgendo al termine e le temperature cominciavano a scendere un po’.
Cucinò la carne che aveva appena comprato in paese e si sedette al tavolo a mangiare. La sedia era orientata in modo da poter osservare fuori dalla finestra.
Lo spettacolo del sole che tramontava dietro le montagne, colorando di rosa le cime, si rifletteva nelle acque del lago.
Era quello che cercava da sempre, anche quando ancora non ne aveva coscienza.
Se pensava alla sua vita precedente, non riusciva a capacitarsi di come fosse riuscito a non impazzire o cedere alla tentazione di suicidarsi.
Era stato quello che poteva essere definito un uomo di successo.
Socio di maggioranza di una piccola azienda di componentistiche elettroniche, della quale era anche l’amministratore; i suoi impegni arrivavano a tenerlo occupato non meno di diciotto ore al giorno perché, come gli era stato insegnato, un uomo deve sempre assumersi le proprie responsabilità. «…e tu, ogni giorno che passa, devi diventare sempre più uomo», gli ripeteva in continuazione il padre, quando da bambino cercava una giustificazione per i compiti a casa non fatti o per evitare una punizione per qualche guaio combinato.
Ora che era adulto, glielo ricordavano in continuazione i suoi collaboratori o gli altri azionisti del consiglio, ogni volta che non erano d’accordo con qualche sua decisione. Era sua abitudine, vista la sua posizione di socio maggioritario, avere sempre l’ultima parola.
«Spero che non ti sbagli, perché non sei solo responsabile del capitale investito dai soci, ma anche di tutte le persone che lavorano per noi e delle loro famiglie. Potrebbero rimanere senza stipendio».
«Non vi preoccupate, ho valutato tutto e so quello che faccio. Andrà tutto bene». Rispondeva sempre.
Era così abituato a prendere decisioni, che non ne aveva mai sentito il peso, anzi, avere tante responsabilità, gli forniva la scusa buona per non impegnarsi totalmente in un rapporto amoroso.
Mentre sparecchiava e faceva scaldare l’acqua per lavare i piatti, i suoi pensieri andarono a Diana, la sua ultima fidanzata. Erano una coppia da circa cinque anni, quando lei cominciò a parlare di matrimonio. «Scusami amore, ma non è il momento adatto», le rispondeva lui.
Purtroppo per lei, non era mai il momento adatto. «Abbiamo l’aumento di capitale in corso, ne sono responsabile e non posso distrarmi», oppure «devo seguire la nuova produzione e trovare i giusti distributori per immetterlo sul mercato, purtroppo sono le responsabilità del mio ruolo».
Anche se l’aveva amata davvero, sapeva che se avessero avuto dei figli, per quanto e come lavorava, sarebbe stato come mettere al mondo degli orfani di padre. Quella era stata l’unica responsabilità che non si era voluto prendere.
Finite le sue incombenze, diede fuoco alla poca legna già preparata nel camino e andò fuori a sedersi sui gradini, per godersi gli ultimi raggi di sole e vedere accendersi delle prime stelle.
Mentre accarezzava Chewbecca, chiuse gli occhi e inspirò profondamente l’aria quasi fredda della sera. Si preparava ad ascoltare il sussurro della brezza montana che, passando attraverso i rami degli alberi, avrebbe commentato nella sua mente i sensi di colpa che si portava dentro.
Guardando lo spettacolo che aveva attorno, non sapeva se maledire o benedire il giorno in cui prese quella fatidica decisione, visto la sequela di eventi che aveva provocato.
Un amico oculista in partenza per una missione umanitaria, aveva l’esigenza di modificare il suo tablet, affinché potesse funzionare con un nuovo software creato appositamente per effettuare velocemente delle diagnostiche alla retina. Producevano la maggior parte dei componenti necessari, quindi reperire ciò che mancava non era stato troppo difficile.
I commenti entusiastici ricevuti al suo ritorno, lo avevano portato a pensare di aver trovato un prodotto innovativo da immettere sul mercato e già pensava ai guadagni che avrebbe ricavato.
«Visto gli scarsi profitti della linea 4, sto valutando di chiuderla e di convertirla per la produzione di questo tablet medico», diceva mentre distribuiva le relazioni ai membri del consiglio.
Il disaccordo fu quasi unanime.
Molti gli chiesero quale fosse la necessità di chiudere una produzione che, anche se minimo, dava comunque un guadagno; altri gli fecero notare che loro producevano componenti elettronici e non computer, pertanto avrebbero dovuto comprare molti pezzi, come il corpo della macchina, il software, gli hardware, nonché le lenti per la camera.
«Il software è già pronto e assumeremo chi lo ha creato, mettendolo a capo dello sviluppo del progetto. Non sono poi molte le cose che dovremmo acquistare per completare la macchina, quindi non comporterà una grande spesa».
Spostava lo sguardo sulle facce dubbiose degli altri componenti del consiglio, cercando una breccia in quella ostilità che si era creata.
«Faremo una presentazione in grande stile, alla quale verranno invitati alti funzionari della sanità locale e nazionale, oltre agli organi di informazione più importanti e la stampa specializzata. Ne offriremo qualcuno in comodato d’uso gratuito a qualche pronto soccorso o per la dotazione di qualche ambulanza. Istruiremo i nostri rappresentanti affinché allarghino i loro giri anche alle strutture ospedaliere private e agli studi oculistici e, se dovesse servire, faremo scivolare nella tasca di qualche responsabile un sostanzioso convincimento».
Il brusio di dissenso era diminuito. Stavano iniziando a valutare la sua prospettiva e, anche se non ancora convinti, cominciavano almeno a considerarla.
Diverse ore di riunione non avevano portato a una decisione, quindi Riccardo fece valere il peso della sua quota azionaria, dichiarando che “l’Optical Tablet” (come aveva scelto di chiamarlo), sarebbe entrato in produzione e sciolse la riunione.
«Spero per tutta l’azienda, che tu abbia visto giusto anche questa volta», gli disse Giorgio, il componente più anziano, mentre usciva.
«Non ti preoccupare, so quello che faccio. Vedrai, andrà tutto bene», rispose come al solito lui.
Purtroppo non fu così. L’Optical Tablet non aveva ricevuto il successo sperato, neanche “ungendo” chi di dovere, e l’azienda aveva accumulato pesanti perdite. Le azioni in borsa erano state sospese più volte dalla contrattazione per eccesso di ribasso, dato che molti, presi dalla paura di perdere i loro investimenti, volevano disfarsi dei titoli in loro possesso.
La produzione venne interrotta e la linea chiusa. Molti degli operai che lavoravano al progetto, vennero spostati su altre linee, e qualcuno fu licenziato.
Riccardo cadde in una depressione tale che lo portava ad uscire il meno possibile e solo per andare al lavoro. Ma andava male. Qualunque decisione dovesse prendere, veniva assalito da mille dubbi, anche se si trattava solo di dover scegliere quale cravatta indossare.
Un giorno, appena arrivato in ufficio, la segretaria gli comunicò che era stata convocata una riunione d’urgenza e lo stavano aspettando. Appena aprì la porta ed entrò nella sala riunioni, scese il silenzio e Giorgio si alzò in piedi, invitandolo a sedere.
«Riccardo, è inutile che io ti spieghi la situazione attuale dell’azienda, come lo è il dirti che sei l’unico responsabile di tutto ciò. Stiamo rischiando il fallimento. Abbiamo bisogno di una persona decisa che ci guidi fuori da tutto questo e tu, oltre ad aver perso la nostra fiducia, non ne saresti più in grado, visto lo stato in cui ti trovi».
Lui rimase in silenzio, a capo chino, perciò Giorgio proseguì.
«Pertanto, appellandoci a quanto previsto dal nostro regolamento aziendale, questo consiglio ti solleva dall’incarico di amministratore e ti sostituisce con Alberto Giusti, il tuo vice».
In quel momento si sentirono delle urla che arrivavano da oltre la porta. Mentre tutti si guardavano per cercare di capire cosa stesse succedendo, la porta si spalancò ed entrò un uomo visibilmente alterato e sbronzo, che brandiva un maleppeggio.
«Tu!», gli urlò l’uomo, puntandogli contro l’arma.
«È tutta colpa tua! Tu ti diverti a fare il grande capo e giochi con le nostre vite! Mi avete licenziato e non ho potuto più pagare il mutuo. Sono diventato un alcolizzato, perché non riuscivo a trovare un altro lavoro. Con lo stipendio ho perso moglie e casa e ora vivo per strada. È colpa tua e la devi pagare!». Detto questo si scagliò contro di lui cercando colpirlo con il piccolo piccone che, fortunatamente, lo sfiorò, provocandogli solo un leggero taglio al braccio. Mentre tentava di colpirlo di nuovo, entrò la vigilanza che riuscì a bloccarlo.
«Portatelo fuori e cercate di non attirare troppo l’attenzione. Ci manca solo questa pubblicità, per far peggiorare la situazione. Io direi anche di evitare di chiamare la polizia», disse Giorgio. L’altro tremava raggomitolato a terra e stringeva il braccio sanguinante.
Da quel giorno, ovunque andasse, si trovava quell’uomo davanti agli occhi. Che stesse passando in auto, oppure che fosse in un bar o in un ristorante, o che si affacciasse dalla finestra della sua casa, lui era lì nei paraggi che lo fissava con odio. Aveva anche ricevuto una sua lettera. Poche parole, ma chiare: ”Non so quando o come, ma io ti ucciderò”.
Da quel momento era sceso ancora più in basso, rispetto allo stato depressivo che già lo aveva colpito. Avere persone intorno gli causava improvvisi attacchi di panico. In ogni persona che incontrava, rivedeva sempre il viso di quell’uomo che lo aveva aggredito. Doveva fuggire e rifugiarsi in un vicolo deserto o in qualche anfratto. Si ritrovava accucciato a terra, fronte al muro, con gli occhi chiusi e le mani sulle orecchie. Più di qualche volta, il senso di soffocamento gli aveva provocato una nausea che persisteva fino a che non riusciva a liberarsi. Più passavano i giorni e più la durata e la frequenza di questi attacchi aumentavano. Si era visto costretto a seppellirsi in casa. Aveva licenziato la collaboratrice domestica e si faceva consegnare a casa la spesa che pagava con carta di credito per non incontrare nessuno. Questa improvvisa solitudine, all’inizio gli aveva portato un po’ di giovamento. Però la bestia, piano piano, tornò a riaffacciarsi, specialmente la notte. I rumori che ogni casa ha, venivano amplificati dalla paura che gli faceva immaginare che il suo persecutore fosse entrato.
Non riusciva a dormire, perché passava intere notti a perlustrare la casa. Lo faceva più volte, dato che la paura di morire non gli dava tregua.
Viveva in persistente stato d’ansia.
Era ormai fisicamente e mentalmente allo stremo, quando un giorno sentì la porta d’ingresso aprirsi con uno schianto.
“È lui! Sta venendo a uccidermi!”, pensò Riccardo cominciando a piagnucolare. Rotolò giù dal letto, andando a nascondersi sotto.
Chiuse gli occhi con forza, coprendosi la testa con le braccia, cercando di trattenere il tremore che lo aveva colto, per paura di fare rumore che potesse attirare l’attenzione.
Le voci che lo chiamavano e i passi, si avvicinavano sempre più alla sua stanza, fino a che non vide dei piedi che varcavano la soglia della stanza da letto.
«È qui sotto!».
Cominciò ad urlare e a scalciare, cercando di aggrapparsi al letto, per non lasciarsi trascinare fuori dal suo rifugio.
«Riccardo, stai calmo, sono Giorgio. Vogliamo solo aiutarti!».
Ma quelle parole non riuscivano ad oltrepassare il delirio del panico che si era impadronito di lui, visto che era convinto di lottare per la sua salvezza.
All’improvviso sentì un dolore lancinante al petto e gli mancò il respiro. Lo spazio ristretto sotto al letto cominciò a girare vorticosamente intorno a lui, prima che perdere conoscenza.
Quando riaprì gli occhi si trovò circondato da sconosciuti. Realizzò solo dopo qualche secondo, che si trattava di dottori e infermieri che controllavano che il suo risveglio fosse tranquillo e senza complicazioni.
Tra quelle facce spuntò il viso sorridente di Giorgio, che gli spiegò che era lì da quasi due settimane. Aveva avuto un infarto che fortunatamente non aveva avuto un esito grave perché i medici erano intervenuti immediatamente: Giorgio li aveva portati con sé nel timore che gli fosse successo qualcosa di grave dato che non lo vedeva da troppo tempo.
Avevano dovuto tenerlo sedato per tutto quel tempo, perché appena risvegliato dopo le prime cure, aveva cominciato a urlare e ad agitarsi, cercando di fuggire via. Il suo fisico debilitato non avrebbe retto un altro infarto.
Le cure riabilitative fisiche e mentali proseguirono per diversi mesi. Lo psichiatra, vista la risposta positiva agli incontri e alle terapie farmacologiche e dato che ancora mal sopportava il caos della città, gli consigliò di allontanarsi per un periodo di convalescenza in un posto tranquillo.
Sulle montagne che circondavano la città, c’erano diversi paesi che potevano fare al caso suo, uno in particolare.
Un posto da cartolina situato sulle rive del lago e con un piccolo hotel utilizzato come base di partenza dagli escursionisti, per le loro passeggiate lungo i percorsi. In meno di due ore avrebbe potuto tornare in città, per le visite di controllo periodiche dallo psichiatra.
La solennità di quelle cime rocciose gli regalava una profonda tranquillità interiore, mentre i modi dei montanari, gli regalavano una presenza mai invadente, ma rassicurante.
Fu così che si innamorò di quel posto e quando durante un giro in canoa notò quell’isolato capanno abbandonato, il desiderio di acquistarlo e stabilirsi lì nacque in un attimo.
«Dai Chewbe, andiamo a letto» disse dando una pacca al cane, mentre si alzava dai gradini.
Chiudendo la porta, diede un ultimo sguardo al panorama e pensò “la miglior decisione della mia vita”.
Venne svegliato dal ringhiare di Chewbecca. Dovevano essere passate non più di quattro ore, perché le braci del piccolo fuoco nel caminetto ardevano ancora debolmente.
«Che c’è Chewbe, cos’hai sentito?».
In un primo momento pensò che qualche animale, magari un orso, si fosse avvicinato troppo alla loro abitazione, ma si accorse che fuori dalle finestre si intravedeva una lieve luce tremolante.
All’improvviso gli arrivò una voce: «Amministratore delegatooooo».
La voce ripeté il nome del suo vecchio incarico un paio di volte, cadenzandolo con una cantilena derisoria.
«Lo so che sei lì dentro e che mi senti!», urlò forte. «Te l’avevo detto che prima o poi sarei venuto a prendermi la mia vendetta».
Era lui, l’operaio che avevano licenziato e la ricordava bene la promessa che gli aveva fatto quel giorno.
Il terrore che aveva provato nella fase acuta dei suoi stati d’ansia, esplose tutta in quel momento.
Crollò a terra, con un forte senso di nausea e il dolore al petto che sentì, gli fece temere l’arrivo di un infarto.
Chewbecca gli si avvicinò e cominciò a leccarlo in viso. Forse aveva capito che aveva bisogno di essere tranquillizzarlo, o forse no, comunque ebbe l’effetto di farlo tornare lucido, ricordandogli quanto appreso durante le terapie dallo psichiatra.
L’uomo fuori continuava a parlare. «Sai, sono rimasto davanti l’ospedale dove eri ricoverato, fino a quando non sei stato dichiarato fuori pericolo. Ho pregato per te, perché non volevo che tu morissi. Non dovevi togliermi il diritto alla mia vendetta».
Riccardo, ancora tremante, strisciò fino alla finestra e si affacciò appena per vederlo.
Era a circa metà strada tra la porta di casa e il pontile con la canoa, rendendogli di fatto impossibile raggiungerla. Aveva un fucile nella mano destra e una torcia con la fiamma accesa.
«Ho avuto paura di averti perso, quando sei venuto via, ma ho trovato il modo di farmi dire dal tuo psichiatra dove ti trovassi. Ho dovuto essere un po’ duro, ma sono stato convincente».
Riccardo pensò alla fine che aveva fatto quel poveraccio del suo dottore, sapendo che presto gli sarebbe toccata la stessa sorte.
«Guarda che non hai scelta, mio caro Amministratore delegato. Se non esci, ho già cosparso le pareti del tuo capanno con della benzina e sono pronto a farti crepare bruciato. Esci, su. Preferisco spararti, almeno ti guardo in faccia mentre muori».
Riccardo sapeva di non avere una grande scelta, morire tra le fiamme sarebbe stato un dolore senza fine.
Si guardava intorno nella speranza di trovare una soluzione, ma non vedeva alternativa. Era disarmato e di certo, visto a quale distanza si era posizionato il suo assassino gli era impossibile attaccarlo di sorpresa.
Stava per allungare la mano sulla maniglia della porta, quando gli venne in mente che forse aveva una possibilità di fuga. Il gabinetto era rialzato dal terreno e sotto il w.c. c’era un serbatoio di raccolta.
Il serbatoio era estraibile, visto che periodicamente una ditta veniva a sostituirlo con uno vuoto.
Gli bastava sollevare la parte di pavimento con il w.c., che era solo inserito a incastro con il resto della pavimentazione, spostare il serbatoio e passare dallo spazio lasciato libero.
«Mi sto stancando! Ti do ancora un minuto di tempo e do fuoco a tutto!».
Riccardo si precipitò in bagno, tenendosi basso, per non essere scorto da fuori. Dovette armeggiare un po’ per riuscire a scostare il pavimento quel tanto che bastava per spingere in fuori il serbatoio e passare abbastanza agevolmente.
«Va bene, hai deciso. Brucerai vivo!» urlò da fuori il suo aguzzino.
Percepì quasi subito il crepitio delle fiamme che cominciavano ad incendiare il legno delle pareti, ma lui ormai si era già infilato sotto il pavimento e stava strisciando fuori.
Si mise in piedi e cominciò a correre, quando sentì la voce alle sue spalle: «E bravo il nostro Amministratore Delegato che ce l’aveva quasi fatta a scappare. Fermati!».
Riccardo rallentò un attimo, ma vedendo che a pochi passi c’erano dei cespugli che potevano nasconderlo, grazie anche al buio della notte, fece uno scatto per tuffarsi tra le foglie.
Un attimo prima di spiccare il salto sentì l’esplosione del colpo e una forte spinta che gli arrivava da dietro, sotto la scapola destra, scaraventandolo a terra.
Nonostante il dolore lancinante e la difficoltà nel respirare, compì l’enorme sforzo di girarsi. Voleva vedere il suo assassino mentre gli sparava il colpo mortale.
Lo vide avvicinarsi e, imbracciato il fucile, stava prendendo di mira la sua testa. Era così concentrato che non si accorse del movimento alle sue spalle e dell’ombra ringhiante che si stava avventando sul suo angelo della morte. Tentò di schivarlo, ma Chewbecca gli si gettò alla gola a fauci spalancate e morse.
Le urla dell’uomo e il ringhiare di Chewbecca, facevano da colonna sonora a quello spettacolo raccapricciante. Il suo amico a quattro zampe si accaniva contro il viso e le mani dell’uomo, che tentava inutilmente di tenere lontane le zanne da lui o, almeno, cercava di ripararsi il più possibile.
Il cane continuò la sua opera ancora per qualche minuto, dopo che l’uomo non si sentiva e non si muoveva più. Si girò e si avvicinò a lui uggiolando, leccandogli la faccia.
Respirava ma non ossigenava, anzi, ogni volta era come andare in apnea, ma nonostante questo, riuscì a percepire l’odore del sangue sul muso del suo difensore.
Il proiettile probabilmente gli aveva perforato il polmone che adesso si stava riempiendo di sangue. Per questo si sentiva soffocare.
Stava morendo, lo sapeva e doveva averlo capito anche Chewbecca, perché si accucciò poggiando il muso sul suo stomaco.
Riccardo posò stancamente una mano sul suo pelo, accarezzandolo in segno di ringraziamento per la compagnia e l’amicizia incondizionata che gli aveva donato in quegli anni.
Guardò il cielo stellato e gli alberi che aveva intorno, sui quali si proiettava il riverbero delle fiamme che stavano distruggendo quella che era stata la casa, dove aveva trascorso il periodo più sereno della sua vita.
Cercò con lo sguardo il corpo del suo aggressore. Non ne aveva mai conosciuto il nome. Non si era mai informato, forse perché mantenendolo nell’anonimato gli riusciva più facile non personificarlo nel suo errore.
Adesso avrebbe voluto saperlo. Quell’uomo, ora, gli faceva pena e gli dispiaceva che avesse perso tutto per quel licenziamento. Adesso non riusciva ad avercela con lui, visto che tutto quello che era successo, fino a quel tragico epilogo, nasceva dal quel suo errore compiuto anni prima.
Era lui il responsabile.
Quel pensiero gli fece scoppiare una risata improvvisa, che gli provocò una fuoriuscita di sangue dalla bocca facendolo tossire, perché questo accentuava la sua difficoltà nel respirare.
“Sono tornato a prendermi le mie responsabilità, senza che questo mi abbia provocato un senso d’ansia. A questo punto posso dire di essere guarito”.
Questo riuscì a pensare, prima che una ultima nuvoletta di condensa uscisse dalla sua bocca.

Paul John Passalacqua

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