Italy vs. Usa – di William Babila

baseball84

Hanno insistito per giocare su un campo che è poca erba e tutta terra. Gli americani dei Caschi Blu. Holy cow, direbbero loro. ‘Sti cazzi, dico io.
Giochiamo da mezz’ora, siamo sotto 3 a 0, e ogni volta che da lontano parte una scarica di colpi ci abbassiamo quasi all’unisono, eccettuato il battitore che è vicino al dugout e corre verso i compagni che si nascondono dietro una panchina di legno, come se il legno fosse sufficiente. Sufficiente a farti una doccia di schegge.
Poi, quando i colpi di questa specie di rivoluzione cessano, ci alziamo, ci spolveriamo, qualcuno scambia poche parole e sguardi e certi sorridono, di quei sorrisi sghembi che vogliono dire tutto e niente.
M’hanno cacciato in seconda base. Sono basso, non abbastanza perché i “nostri”, i miei compagni della Brigata non mi facessero diventare capitano della squadra di baseball italica. Ed è un continuo chiamarmi “capitano arriva”, “capitano capitano prendila”, “capitano hai bucato”.
Gli americani se la ridono delle nostre cazzate. E vai a spiegare che la maggior parte di noi, quando non è nell’esercito, gioca a calcio. È lo sport nazionale, yankees, lo sport nazionale. È una passione come la vostra, ma vaglielo a spiegare ai sordi con i tappi nelle orecchie.
Siccome non facevamo nemmeno il numero giusto per una squadra indecente, ci hanno prestato i loro giocatori. Ma ci tengo a precisare che i prestati sono quelli con un cognome che non ricorda l’essere americano, alla faccia del razzismo e del fatto che oggi è la giornata di Martin Luther King. È gennaio, ma non sembra, fa un caldo bestiale. A volte si alzano mulinelli di polvere, ti girano fra i piedi, ti spolverano i calzoni e il giubbotto antiproiettile. Tanto per ricordarsi che non siamo in uno stadio di MLB e nemmeno al Kennedy di Milano.
Si è presentato al piatto quello dei loro che è il meno dotato. Voglio dire, è il triplo di me, può bere senza stramazzare sette boccali di birra con cui si dice che in Irlanda asfaltano le strade, è carico di certe pillole che gli passa il suo sergente e non riesce a colpire una palla che è una. Infatti, eccolo là che ha già il secondo strike sul groppone.
Il ricevitore è un ragazzo italiano come me, quieto e capace. Mi fa un cenno, non so come interpretarlo, abbiamo concordato dei segnali del cazzo all’ultimo minuto e chi s’è visto s’è visto. Il nostro lanciatore li capisce, pare, ma poi spara dove vuole lui. Almeno finiscono nel guanto. È l’unico che ha una vaga idea di dove stia il bersaglio, al poligono di tiro è una belva.
Il mio ricevitore mi fa un altro segno e io scuoto la testa, dì di sì che va sempre bene, e mi abbasso mani sulle ginocchia e schiena piegata. Il guanto mi sembra quello di mia mamma quando tira fuori le lasagne dal forno, è scomodo. Prestato dagli americani, ovvio, che solo per giocare al loro gioco nazionale si sono portati dietro un armamentario.
Fate il gioco, non fate la guerra, mi viene voglia di urlare. Guardo verso sinistra, incontro il gesto del nostro prima base che si toglie la gomma di bocca e la lancia dietro di sé. Americano, lungo e pesante, pacifico, a volte mi guarda e ghigna, ma non come l’interbase – quello che sta alla mia destra. L’interbase è bravo, ha i capelli lunghi e un fratello che lo incita dalla panchina, porta gli occhiali ma ci vede più bene di me: è il migliore fra quelli che ci hanno prestato. Simpatico, alla mano, ha qualcosa del sangue siculo che dice di avere per dei parenti che sono nati in Italia, ma nemmeno lui sa dove. Per me crede che la torre di Pisa sia un giocatore di basket.
Terzo strike, battitore eliminato, altra scarica di proiettili. «Tutti giù, tutti giù», grida il mio vero capitano dal dugout, e mi sembra di rimbambinire, un me più piccino e tanto più felice, cazzo. Scappa uno stormo di uccelli spaventati sopra il campetto, un diamante di sterpaglie e sassi. Passati gli uccelli e passata la paura, ricominciamo.
Il prossimo che va nel box di battuta è uno segaligno, con la faccia butterata. È una donnola, corpo lungo braccia corte. Ma spara dei missili terra aria che prendono la via del cielo in un amen. Infatti impatta subito, ha uno swing da boscaiolo che abbatte alberi con l’ascia, e fa filare la palla contro il nostro lanciatore. Lo centra in pieno, fortuna che ha la corazza. Ma per lo spavento, Lallo si accascia. Lo accerchiamo, il battitore ha la buona creanza di gridare «Oh shit!» e di mettersi le mani sull’elmetto.
«È solo un’ammaccatura», sento dire dall’esterno destro, che è il nostro medico da campo. Ha slacciato il giubbotto antiproiettile, ma Lallo gli fa segno che gli fa male dove c’è lo spazio vuoto fra l’ascella e il petto. Guardo anch’io con gli altri, che mi spingono da dietro quasi fossi un oggetto messo lì a dar fastidio. La parte è gonfia e arrossata, verrà una bella botta, dico. L’interbase si toglie gli occhiali e osserva da vicino – mi sa che è miope, ecco svelato l’arcano.
L’arbitro e gli americani decidono d’interrompere il gioco, portiamo Lallo alla panchina e lo facciamo sedere a fianco dell’immagine che ci ha scioccato appena siamo entrati qui. Difatti, il nostro esterno centro, Marco-tre-volte, mi dà di gomito e indica il graffito del Cristo con tanto di corona di spine, la scritta ecceòmo sopra la testa e un portarocchetto nella mano sinistra: sul cilindro è avvolto un filo che è stato allungato per tutto il muro rettangolare del dugout fino ad arrivare a una bomba dipinta a forma di cuore. Di certo non è una cosa rassicurante, ma lui si è fatto una foto vicino al graffito, in posa da tamarro con la sua faccia da modello, sorriso trentadue denti e gli occhi spalancati come se gli fosse morto qualcuno di fianco. L’ha mandata a tutti quelli che conosce via Whatsapp, pure a me è suonato lo smartphone nel borsone e gliel’avevo scattata io venti secondi prima.
Marco-tre-volte (perché ripete almeno tre volte un concetto) si lancia in una tirata sul dogmatismo religioso, sul fatto che i credenti come quelli che si professano tali e vivono qui avrebbero già dovuto deporre le armi anni e anni fa. A questi che vivono qui non gliene frega realmente niente della religione, è solo un pretesto per fare pulizia di chi non sopportano per molti motivi. Lo so io e lo sa la maggior parte del mondo.
Vabbè. L’importante è che Lallo è a posto, tanto abbiamo un prestato che salirà sul monte di lancio. Questo ragazzo che sorride, si fa il segno della croce e mi dà la mano, anche se si è già presentato.
È gennaio, il caldo bestiale a volte dà alla testa e noi facciamo finta che sia un lunedì di sport. Con le sentinelle sui palazzi e un rumore di mortaretti in sottofondo.

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