In ricordo di Alessandra Borsetti Venier – di Laura Massera

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Un foglio bianco ha la delicatezza e il precario equilibrio della vita. Ogni azione fatta o non fatta, ogni parola scritta (detta) o meno ha un peso che può anche stabilire la nettezza della linea che separa vita o morte.
La notte tra il 10 e l’11 gennaio scorsi è venuta a mancare Alessandra Borsetti Venier. L’ho scoperto oggi per strane e accidentali coincidenze.
L’unica volta in cui scrissi di lei la chiamai Somma e non potevo fare il suo nome perché temevo denunce e ritorsioni.
Perché era una persona molto complessa. Ora la ricordano per le sue scarpette rosse, simbolo della lotta al femminicidio. Ma Sandra era estremamente più di questo. Non sapevo fosse una sua creazione quella delle scarpette, ma non mi meraviglia.
La nostra è una storia di colpi di fulmine. Mi innamorai del figlio prima e della sua casa dopo.
Era una mostra permanente, non una normale abitazione.
A lei non importava molto di ordine e pulizia, quindi c’erano polvere e fornelli sporchi, ma Sandra non era una casalinga anche se era una mamma chioccia, era un’artista, e che artista!
Io arrivavo per passare un fine settimana con lui, il figlio, e come prima cosa pulivo i fornelli. Cosa che lei odiava, ma non per questo odiava me. Tanto che quando morì Carlo, il padre del suo secondo figlio, famoso fotografo, le scrissi una lettera che la colpì al punto da invitarmi a casa sua e spronarmi a scrivere perché secondo lei ne ero veramente dotata.
In quell’occasione mi regalò un suo bracciale d’argento e io me ne andai alla stazione a piedi letteralmente volando invece di camminare. Alessandra Borsetti Venier mi aveva detto che io, proprio io, dovevo coltivare l’arte della scrittura. Era un onore enorme per me. Ma poi la vita ha preso il sopravvento e io ho tergiversato per un sacco di tempo. E forse proprio questo mio temporeggiare l’ha delusa fino a farle decidere di scaricarmi. O forse ci siamo scaricate a vicenda, questo non lo posso sapere, ero troppo coinvolta. Io ce l’avevo con lei perché si era scelta un’altra pupilla e lei ce l’aveva con me perché guidata dalla gelosia l’avevo abbandonata.
Ma l’amavo, era tutto quello che io avrei voluto desiderare per me nel futuro. Io volevo diventare come lei.
E lei mi sosteneva, mi raccontava la sua vita, di quando incontrò l’arte e non poté più farne a meno. Di quando incontrò il Conte Venier e divenne sua moglie, di quando lui poi venne a mancare e lei si trasferì in Toscana, a Firenze, di come fu difficile inizialmente farsi benvolere dai fiorentini, notoriamente chiusi e acidi, almeno questo disse quando mi parlò del suo pescivendolo, che, pare, conquistò con una battuta terribile.
Aneddoti
Io volevo una casa come la sua, volevo una vita come la sua, dedicata all’arte, ai libri, ed è quello che sto cercando di fare; ma essere Alessandra Borsetti Venier non è da tutti. Ci vogliono fegato e sguardo visionario che io non credo di avere.
Ma se qualcosa mi ha insegnato questo è il momento, nella mia vita, di portarlo avanti, perciò sappiate che da oggi in poi, in nome di Sandra sarò una editor ancora più imparziale ed esigente.
Lei lo era. E qualcosa, per dio, me lo ha insegnato in tanti anni di collaborazione a “La Barbagianna, una casa per l’arte contemporanea”.
Questo scrissi di lei in un’opera incompiuta ancora appesa in rete. Per te Sandra, che tu possa trovare la pace che non hai avuto negli ultimi tempi:

È estremamente difficile parlare della Somma senza renderla distinguibile e riconoscibile.
Uno dei ricordi più ridondanti e antichi che ho di Lei è la sua voce nella segreteria telefonica, quando chiamava Edo al mattino per dargli commissioni da svolgere come fosse il suo segretario personale.
Io e lui stavamo stesi sul soppalco, magari in dormiveglia, o ancora del tutto addormentati; o intenti ad imprimerci nella memoria la “mappa dei nostri nei” – per dirla alla Petra Mengoni – e puntuale, ogni mattina in cui io andavo a Firenze e, suppongo, anche quando non ci andavo, lei telefonava. Dopo qualche squillo partiva la segreteria telefonica, la voce registrata del nastro entrava in funzione e, dopo il fatidico BIP!, lei attaccava: «Edoardoooooo! Edoardo svegliati! Devi andare a pagare la bolletta della luce/pagare una multa/pagare l’affitto della casa editrice/portarmi l’auto dal meccanico/ecc…! Edoardoooo! Edoardo svegliati!» sempre molto assertiva. «Edoardo senti sbrigati perché ho bisogno di te! Chiamami appena ti alzi, vabbbeneeee?!» E questo era poi perentorio, si doveva fare così, e basta.
Edoardo, che nella mia mente di ragazza provinciale era una vera divinità, era l’uomo che non rubava biciclette intere ma ne prendeva solo dei pezzetti qua e là, per poi rimontarli assieme in giardino componendo bicicli davvero originali e perfettamente funzionanti; era l’uomo che aveva sempre fatto judo e che ancora seguiva il precetto di mens sana in corpore sano; l’uomo che si costruiva gli strumenti da solo e li suonava come pochi in Italia sapevano fare in quel periodo; era l’uomo che non sbagliava mai un esame; ma che a prescindere da tutto questo, semplicemente, non sbagliava mai nulla di quello che decideva di fare.
Quindi per me il richiamo acido che Sveva affidava alla segreteria telefonica era una cosa buffa. Non ho mai pensato nemmeno per un istante, che Edoardo potesse essere succube di quella donna, l’idea era talmente estranea alla percezione che avevo di lui, che avevo già categorizzato questi episodi come una forma di patto tra loro.
Perché, almeno quando io ero a Firenze, non potesse proprio considerare l’idea di lasciargli un fine settimana libero per noi, non lo capivo, ma io…
Anche ora sono tante le cose che non capisco delle persone, ma a quel tempo, davvero, tra me e una decerebrata non c’era molta differenza, la mia fiducia nel mondo era totale. Avevo fiducia nelle motivazioni di Sveva e altrettanta nelle reazioni di Edoardo.
La mia era una totale incapacità di formulare (e quindi di individuare) pensieri maliziosi, supporre negli altri fini diversi da quelli dichiarati; credevo nell’umanità e soffrivo già da allora di un ottimismo dal quale non credo potrò mai emanciparmi.
Quindi, niente, per me Sveva era solo una persona estremamente interessante che a volte forse non si rendeva conto del momento o del modo, in cui si inseriva.
Del resto, poi, era casa sua, erano i suoi figli, e aveva tutti i diritti di interagire con loro come voleva e di stabilire le regole di casa sua come meglio credeva opportuno.
Però… Però a me piaceva Sveva. Mi piaceva Sveva, mi piacevano il suo mondo e il suo modo.
Mi piaceva andare in casa editrice, edizioni d’arte, ricordi? Mi piaceva sfogliare le riviste che pubblicava e mi piaceva sentirla parlare del suo lavoro.
Mi piaceva quando, nelle rare occasioni in cui ci trovavamo insieme, mi raccontava di quando era ragazza, del suo primo importante incontro con il mondo dell’arte, di quest’uomo dotato di intelletto, cultura e talento che l’aveva introdotta in modo definitivo nel mondo dell’arte. Mi piaceva quando parlava di quella che era stata la sua vita.
Di quando (e a quel tempo non erano molte donne a farlo) si tingeva sempre i capelli dei colori più incredibili, e il piccolo Edo qualche volta non la riconosceva.
Soprattutto mi piaceva il fatto che mi desse fiducia. Sveva era un’intellettuale, che lavorava nel mondo dell’arte, aveva sempre avuto uomini importanti e lei stessa era diventata il centro assoluto non solo del mondo toscano dell’arte, ma richiamava gente da ogni parte d’Italia.
Quando lei si degnava di parlarmi del suo lavoro o di quello che pensava di una certa opera o del perché la fotografia di Franco Riva, suo ex compagno, padre di Luigi e padre adottivo di Edoardo, era destinata a sparire dal supporto su cui era stampata, io non solo rimanevo affascinata, ma bevevo alla lettera tutto quello che lei mi trasmetteva.
E mi sentivo importante. Perché capivo che non lo avrebbe mai fatto se non mi avesse considerata sufficientemente intelligente, sensibile, ricettiva e preparata per ricevere i suoi insegnamenti.
Aveva deciso che le piacevo e mi passava tutto quello che poteva, come un Maestro con il suo apprendista.
Ma lei non era l’unica a essere attirata da me. Anche Franco, il padre di Luigi, riponeva immensa fiducia nelle mie capacità.
Mi stimolavano, mi apprezzavano, trovavano sempre il tempo di confrontarsi con me, anche se ero solo una ragazzina. Franco, che come sai è stato uno dei maggiori pubblicitari (e fotografi) italiani, non aveva nessun tipo di superbia, a differenza di Sveva che con chi non considerava degno di attenzione, era una vera vipera. Franco no, lui era sempre dolcissimo. Con me, con Edoardo e con tutti.
E io tra loro mi sentivo come in quella famiglia che non avevo mai avuto.
E mi sentivo una privilegiata. Perché comprendevo, anche se non ne avevo mai visti prima di allora, che avevo a che fare con dei veri intellettuali e che questi intellettuali ci tenevano alla mia opinione.
Quando tornavo a casa mi sembrava di precipitare nella morte.
A Firenze qualcuno alimentava la mia istintiva curiosità per la cultura, la bellezza e la vita. C’era tutto a Firenze, Edoardo con la sua musica, Sveva con i suoi giri di artisti e le sue pubblicazioni, e Franco , che aveva sempre l’occhio di chi sa scovare la bellezza anche dove apparentemente non c’è.
Lì, e solo lì, mi sono sentita a “casa” per la prima volta nella mia allora breve vita.
Quando capii come stavano le cose in quell’ambiente e l’aria densa di saperi che si respirava, tutta la rabbia che avevo sempre avuto sparì di colpo. Ricordo benissimo che mi sentivo come il brutto anatroccolo quando finalmente capisce che se si era sentito male fino a quel momento era solo a causa del fatto che non aveva ancora mai trovato la sua vera famiglia.
Quel lungo periodo fu davvero bellissimo.
Credo il migliore della mia vita.
Io seguivo Edoardo ai concerti, a casa c’erano Sveva e Luigi, spesso andavamo da Franco. Edoardo, poi, mi fece conoscere tantissimi musicisti, molti anche sudamericani o africani, molti toscani ovviamente. Tutti, bravissimi.
E io facevo la “ragazza dietro le quinte”, posizione che anche tu conosci benissimo.
No, non lo aiutavo quando c’era da smontare, nessuno me lo ha mai chiesto, ma a me semplicemente piaceva guardare i suoi gesti e lui si beava di avere una donzella tanto aggraziata accanto.
Tante volte Edo mi ripeteva che sarebbe stato bello trasferirsi a Londra, dove lui avrebbe potuto suonare. E io? Be’, tu, niente, vieni con me, diceva. Era un progetto che mi esaltava. Avevo cominciato a improvvisare un’attività di artigianato da vendere in strada per poter guadagnare qualcosa.
Non avevo nessuna esitazione: lo avrei seguito in capo al mondo.

da La notte più lunga di Laura Massera, su Wattpad

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