Bonavides – di Giovanni G. Ponzone

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Adesso che aveva ultimato i bagagli, Giovanni Bonavides se ne restava seduto in poltrona a guardarli.

Come in ogni mese di giugno da quando ne aveva memoria, stava per trasferirsi nella casa di famiglia, in riva al mare di Portopalo.

Quell’anno però le cose erano diverse.

Era rimasto solo.

Non si trattava della fine del suo matrimonio. Quello era successo anni prima e la cosa non gli suscitava grandi emozioni. Si era praticamente dissolto e con Letizia ne avevano preso atto.

Il fatto era che, a parte lui, i Bonavides non c’erano più. L’ultimo dei parenti, uno dei più cari, la zia Benedetta, era venuta serenamente a mancare in ottobre sotto il peso delle sue novantadue primavere.

La residenza estiva risaliva al 1933, quando i nonni paterni Gerlando e Carolina l’avevano fatta costruire. Aveva trascorso là tutte le estati. Grande e circondata da un meraviglioso agrumeto, era stata il teatro di vicende che, anche quando dolorose, erano state sempre vissute con l’affetto e la partecipazione di ciascuno.

Così adesso esitava all’idea di passare mesi in quella casa. Gli sembrava di prender atto della fine di tutto.

Lasciò andare un sospiro, caricò nel fuoristrada le due grosse valigie di pelle marrone e partì. Dall’Isola di Ortigia a Siracusa, dove viveva, sino a Portopalo ci voleva un’ora buona.

Ascoltava in radio due giornalisti discutere dell’ultimo boss ancora latitante: Domenico Parrinello, forse il più scaltro e spietato. Lo cercavano dal 1993. Era di Trapani, doveva scontare diversi ergastoli per strage e omicidio. Uno dei giornalisti riferì sui tentativi di arrestarlo. Pare avesse un modo meticoloso di curare la latitanza. Alla radio ricordarono che il capo della ‘catturandi’, Privitera, aveva ammesso che non riuscivano a trovare il favoreggiatore. Quello che in gergo si dice che ‘tiene’, il latitante, la chiave di volta di ogni cattura.

Dopo una ventina di minuti passò da Cassibile, dove nel settembre del 1943 fu firmato il famoso armistizio che fece uscire l’Italia dalla guerra contro inglesi e americani. Per il vero fece uscire la Sicilia e poco più. Il resto dell’Italia conobbe occupazione nazista e guerra civile sino al 1945.

Quello era il paese del suo adorato nonno materno: Don, come con deferenza lo chiamavano in paese, Filippo Laurentano. Era solito pensare che le cose più importanti della vita le avesse imparate da lui.

Alle scuole elementari ricevette il compito di scrivere qualcosa sull’armistizio e trovò naturale chiederne proprio a suo nonno, visto che lo aveva vissuto.

Dopo avergli raccontato tutto, Don Filippo aggiunse una considerazione.

“La sciagurata guerra di Mussolini era perduta e continuarla non avrebbe fatto altro che causare altre sofferenze. Hanno fatto bene a firmare. Nella vita le cose che vorresti ma non puoi cambiare devi abbandonarle. Ricorda Giovanni: a volte rinunziare crea spazio per qualcosa di migliore.”

Adesso che quelle parole gli tornavano alla mente, sapeva cosa fare. Così, quando vide il cartello con su scritto Portopalo, proseguì oltre.

Non aveva idea di dove si sarebbe fermato, ma di certo non avrebbe passato l’estate in un posto che gli avrebbe ricordato la perdita delle persone più care.

La provinciale lo portava sia sulla costa che nell’interno. Ora i colori del cielo e del mare, ora i colori d’una Sicilia riarsa, gialla, come la ricordava da bambino mentre giocava nelle terre di famiglia. Era una splendida giornata, luminosa e calda. L’estate sull’isola iniziava sempre un mese prima del continente.

Dopo il Liceo classico e l’università aveva scelto di fare l’avvocato come prima il nonno paterno Gerlando e suo padre Alberto.

Passati alcuni anni, però, non riuscì a trovare in quel lavoro la passione che sembravano aver vissuto i suoi. Gli uffici giudiziari erano perlopiù sciatti e disorganizzati. Non si trovava bene neppure con i colleghi. Quando era ragazzino e suo padre era uno dei pochi e più rispettati avvocati di Siracusa, adorava stare nel suo studio, nell’ala del palazzo che vi era dedicata. Era un luogo che trasmetteva sicurezza. Capitava che i colleghi lo venissero a trovare per cercare accomodamenti che evitassero i processi. Davanti ad un caffè e qualche pasticcino preparato dalle zie, venivano composte, con la soddisfazione di tutti, liti che avrebbero richiesto anni di processi. Quelli sì che erano avvocati capaci e leali, dotati di grande senso della realtà.

Adesso frotte di avvocati si affannavano a trovare clienti che vedevano come polli da spennare. I primi tempi Giovanni aveva tentato di ripetere quella modalità appresa da piccolo. Visto che gli avvocati sanno, nella maggior parte delle volte almeno, come andrà a finire, perché non mettere su un buon accordo cedendo entrambi qualcosa?

I Colleghi rispondevano invariabilmente in un modo: “Giovà e noi che ci stiamo a fare? Che ci guadagniamo? Meglio fare la causa, non trovi?”

Tenne conto del suo disagio e decise di lasciare la toga; del resto i Bonavides non dovevano lavorare. Le loro proprietà immobiliari erano sufficienti a dar da vivere a diverse generazioni anche dopo la sua.

Prese a occuparsi di volontariato. Fu un amico di famiglia, Calogero Pirré, a proporgli di mettere le sue qualità al servizio della fondazione che aveva creato. La “Familia provideo” assisteva bambini che avevano avuto la disavventura di trovarsi in famiglie “non sufficientemente attente”, come con delicatezza era solito dire Calogero.

Il fondatore era stato un compagno di scuola di sua zia Rosalia e per questo Giovanni ne conosceva la storia. I suoi lo avevano destinato a dirigere alcune miniere di zolfo e Calogero un giorno aveva chiesto a suo nonno di poter scendere in una miniera. Voleva capire in cosa consistessero le zolfare.

Una volta là sotto aveva visto i ‘Carusi’, come chiamavano i bambini che vi lavoravano, curvi sotto il peso del materiale che dovevano portare in superficie, costretti in un caldo infernale.

Appena fu uscito pensò che se fosse dipeso da lui le miniere le avrebbe chiuse tutte e rifiutò di occuparsene. Calogero Pirrè aveva capito che il danaro ottenuto sfruttando quei bambini non gli avrebbe migliorato la vita: quello che gli chiedevano di fare per guadagnarlo l’avrebbe resa peggiore.

Ecco la decisione di mettere in piedi quell’organizzazione. Serviva a riparare al torto del nonno e del padre di Calogero per le sofferenze dei bambini che nelle miniere di famiglia avevano perduto la loro infanzia.

La vita scorreva così, riempita dalle tante storie che passavano davanti alla sua scrivania a Siracusa.

Col passare degli anni affinò una sua straordinaria dote naturale: sapeva leggere le persone. Ascoltava, osservava e subito era in grado di capire chi avesse di fronte.

Aveva compiuto 48 anni. Magro, alto, capelli e occhi neri, era un uomo attraente e non solo per il suo aspetto. Chiara, una collega, un giorno in Tribunale gli disse:

“Sei un bell’uomo, di rara sensibilità, hai un fascino che definirei ‘antico’. I tuoi modi, la tua cultura, il modo elegante di porti, quello sobrio di vestire, colpiscono molte nostre colleghe. Solo dovresti lasciarti andare di più.”

Lui le sorrise e ringraziò per quelle parole. Pensò però che non intendeva “lasciarsi andare” con nessuna delle colleghe.

Guidava da un po’ quando vide il segnale che indicava Mazara del Vallo. Lo seguì ed entrò in paese fino a un lungomare in periferia. Dal lato opposto c’era un quartiere di decine di piccole ville, tutte uguali, separate le une dalle altre da un giardino. Si infilò in un viottolo e dopo poche decine di metri ne vide una che aveva sul cancello di ingresso un cartello con su scritto “affittasi” e un numero di telefono. Si fermò davanti, prese il cellulare e chiamò.

* * * * *

“Salve, mi chiamo Bonavides. È per la villa che si affitta vicino al Lungomare Ammiraglio Caito.”

“Sono Alfredo Montaperto, il proprietario, mi dica.”

“È disponibile già adesso? È ammobiliata?” chiese Giovanni.

“Sì, certo. È pronta e ammobiliata.” rispose Montaperto.

“Bene, la vorrei sin da oggi se possibile.”

Al signor Montaperto non parve vero di poter affittare la sua villa per quell’anno e chiese: “Ma non vuol sapere quanto costa? Per quanto tempo la vuole?”

Giovanni si rese conto che la sua fretta avrebbe potuto destare qualche perplessità e così corresse il tiro: “Sì, mi scusi, ha ragione. La vorrei sino alla fine di agosto. Quanto viene?”

“Per un periodo così lungo le verrò incontro: duemila euro.” propose Montaperto.

“Va bene, la prendo.”

“Mi dia venti minuti e sono là.”

Arrivò puntuale.

“Salve. È lei quello che mi ha telefonato?” disse Montaperto

“Sì, salve sono io.” disse Giovanni presentandosi.

“Venga le faccio vedere l’abitazione. Sono stato fortunato, sa?” proseguì Montaperto.

“Perché?” chiese Giovanni.

“Da qualche anno, dopo la crisi economica soprattutto, queste seconde case dei mazaresi sono quasi tutte disabitate.” raccontò Montaperto “Il quartiere è praticamente deserto. Quasi nessuno si può più permettere di gestire seconde case e farvi vacanza. Quel cartello che ha visto è là da due anni e lei è l’unico ad aver chiamato.”

“Peccato perché il mare qui davanti mi pare bello.” disse Giovanni.

“Lo è. Ha la bandiera blu, quella che assegnano alle acque più pulite. Ma non troverà tanti vicini in questo posto. Se vuole vedere gente deve spostarsi qualche centinaio di metri verso il paese. C’è un porticciolo che usano i pescatori che hanno le barche più piccole. Se ci va presto al mattino troverà sempre pesce freschissimo. Sempre al porto che le dicevo c’è un buon ristorante: da Rosario. Se ci va dica che la mando io, il proprietario è un vecchio amico.”

Giovanni lo ringraziò.

Entrarono. La villa aveva una sala con una parete attrezzata con cucina, due stanze da letto, un bagno e un piccolo ripostiglio. Sul retro c’era un garage che comunicava con la casa. Era tutto pulito e in ordine. Nonostante fosse ormai l’imbrunire la casa era luminosa e a Giovanni bastò.

Il giardino sul retro era grande e poco curato, con diversi alberi da frutto dall’aspetto sofferente. Una bassa siepe lo separava dalla villa confinante, una delle tante disabitate da anni, gli disse Montaperto. Di questa poteva vedere l’ingresso del garage e le finestre che davano sul suo giardino.

A Giovanni venne l’idea di occuparsi delle piante. Sapeva come fare. Era cresciuto tra i contadini che curavano le terre di famiglia e, curioso com’era, aveva finito per imparare il mestiere. Chiese di poter sistemare il giardino, pensando lui a tutto. La cosa sorprese il signor Montaperto che disse di sì, a patto, proseguì confermando di essere quel brav’uomo che era parso a Giovanni, di scalare 200 euro dal suo affitto. Si accordarono.

Salutato il proprietario sistemò le sue cose nella stanza da letto più grande, fece una lunga doccia, indossò qualcosa di comodo e uscì a guardare i dintorni.

Passeggiò per un bel po’ nei vialetti all’interno di quel complesso di ville. Solo altre due erano abitate, ma erano a diverse decine di metri oltre la sua.

Poi la stanchezza del viaggio ebbe il sopravvento tornò alla villetta e si addormentò rapidamente.

* * * * *

Al mattino dopo si svegliò presto.

Gli servivano diversi attrezzi e soprattutto un fertilizzante. Quelle piante avevano urgente bisogno di nutrimento e chissà se sarebbe bastato a salvarle. Il proprietario della villa gli aveva indicato un grosso rivenditore di articoli per l’agricoltura poco lontano, a circa un paio di chilometri dopo Mazara risalendo verso Trapani, e fu facile trovarlo.

Entrò in un capannone enorme cercando con lo sguardo qualcuno che lo orientasse. Una donna con indosso un camice rosso garibaldino gli venne incontro. Mostrava pochi anni meno dei suoi, aveva capelli corti e neri. Quello che colpiva di lei erano gli occhi azzurri.

“Salve. Sono Andreina, posso aiutarla?”

“Buongiorno.” si presentò Giovanni “Cerco degli attrezzi per sistemare un giardino.”

“Venga, andiamo dove potrà trovarli.”

Percorsero un lungo corridoio e uscirono sul retro. Là, sotto una tettoia, c’era tutto ciò che un giardiniere poteva desiderare. Giovanni comprò una gran quantità di roba: un rastrello, delle cesoie, un taglia erba, una vanga, un nebulizzatore e dei guanti. Poi chiese un fertilizzante.

“Per quali piante le occorre?” chiese lei

“Sono tutte piante da frutto.” disse Giovanni e fece un elenco di quelle che ricordava d’aver visto la sera prima. “Mi creda sono davvero messe male.” proseguì.

“Da alcuni mesi stiamo vendendo un fertilizzante naturale che abbiamo importato dalla Spagna. I nostri clienti sono entusiasti, glielo consiglio. Vedrà che tempo due settimane e quegli alberi riprenderanno vita.”

“Tornerò a darle notizie allora.” disse Giovanni.

“La aspetterò. Mi piace aver ragione quando le cose vanno bene.” rispose lei sorridendo.

Tornando a casa si fermò a prendere qualcosa da mangiare.

Mise l’auto in garage. Nel pomeriggio andò a vedere la spiaggia e, in quel mare limpido, fece una lunga nuotata, poi prese le sue cose e rientrò.

Passava il suo tempo tra giardino e spiaggia, lavorando soprattutto alla sera, quando faceva più fresco. Dapprima liberò il terreno dalle erbacce, poi smosse la terra sotto gli alberi, affinché acqua e fertilizzante potessero arrivare alle radici e dar loro sollievo e nutrimento.

Fu allora che sentì l’odore della terra bagnata misto a quello di salsedine e si fermò respirandolo a pieni polmoni. Il ricordo portato da quell’odore gli fece provare nel contempo un lieve senso di malinconia e di gioia. La malinconia per quel che s’è perduto e la gioia per quel che non andrà mai via.

Giorni dopo poco dopo l’imbrunire sentì un rumore. Si affacciò e vide che un’auto era posteggiata davanti al garage della villa sul retro. Qualcuno stava scaricando il portabagagli portando pacchi all’interno. Si vedeva appena perché era vestito di nero. Dopo poco, quasi avesse colto lo sguardo di Giovanni, l’uomo si voltò.

“Chi è lei?” disse lo sconosciuto con un tono solo apparentemente neutro, nel quale Giovanni colse sorpresa e un certo fastidio.

Fece qualche passo verso la siepe che separava le due proprietà e solo allora vide che aveva il collarino bianco dei sacerdoti.

“Buonasera, mi chiamo Giovanni Bonavides.”

“Io sono padre Gaetano.” rispose l’altro restando comunque a distanza “Non credevo che in questa casa abitasse qualcuno.” Lo disse con un sorriso che non riusciva a mascherare del tutto il disappunto. Evidentemente non si aspettava di trovare qualcuno nella villa accanto e neppure lo gradiva a quanto pare.

“Mi scusi se la stavo osservando. Sono qui da alcuni giorni e lei è il primo che vedo nei dintorni.” disse Giovanni.

“Sto sistemando la casa di mia sorella, non viene da anni. Andrò via presto.” disse il prete.

Con lo stesso tono solo apparentemente amichevole chiese: “Lei da dove viene?”

“Sono di Ortigia.”

“E che ci fa qui a Mazara?”

“È una storia lunga.” tagliò corto Giovanni.

Si salutarono.

Due giorni dopo era in spiaggia che leggeva un libro, quando squillò il cellulare. Era Arcangelo Giarratana, il custode della casa di famiglia a Ortigia.

“Dottore l’hanno cercata questa mattina. Hanno chiesto di lei due tipi mai visti e dall’aspetto poco raccomandabile. Sono stati piuttosto insistenti e a un certo punto ho dovuto dire che era via per l’estate. La cosa strana è che poi mi hanno chiesto che lavoro facesse e se fosse in vacanza a Mazara. Io gli ho detto che per quanto ne sapevo era a Portopalo. Dottore ma lei è a Mazara? Va tutto bene? Cosa potevano volere quei signori?”

“Sì Arcangelo va tutto bene, in effetti sono a Mazara, poi al mio ritorno ti dico. Stai tranquillo.”

Mentre rispondeva ad Arcangelo, Giovanni pensò a chi sapesse che era di Ortigia, che si trovava a Mazara e nel contempo a chi potesse importare chi fosse e che lavoro svolgesse. Ne aveva parlato con una sola persona pochi giorni prima.

“Arcangelo ci vediamo alla fine di agosto.”

“Come vuole dottore. Se tornano quei signori devo dire qualcosa?”

“No, non preoccuparti, non credo che torneranno, hanno ottenuto le notizie che volevano.”

“Va bene dottore. Se ha bisogno di me chiami quando vuole e la raggiungo. Faccia buone vacanze”.

Con cadenza regolare, nelle due settimane a seguire, quel Don Gaetano non si limitò a portare altri pacchi, sempre in orari semi notturni, ma altri ne prese dall’interno e li portò via, scambiando con Giovanni solo rapidi cenni di saluto.

* * * * *

Le piante avevano acquistato un aspetto decisamente migliore e Giovanni ne fu contento. Poteva rivedere Andreina. Qualcosa in lei lo attraeva e non si trattava solo dei suoi splendidi occhi. Così tornò al negozio dove lavorava.

Quando lei lo vide gli sorrise e subito chiese: “Allora? Che le avevo detto? Ha funzionato vero?”

“Sì, ha funzionato” rispose Giovanni “Sono risorte. Mi scusi se mi permetto, so di un buon ristorante al porto piccolo”.

“Dice da Rosario?”

“Sì. Verrebbe a festeggiare con me il giardino risanato?”

“Se accetto sarà meglio darsi del tu.” disse Andreina sorridendo.

Si dettero appuntamento per la sera successiva.

Lei arrivò indossando un abito corto a fiori, un trucco leggero e una collana fatta con ceramiche color corallo.

La fama di Rosario era meritata. Le linguine alle vongole erano buonissime e il Pantelleria bianco scelto da Andreina perfetto. Non dissero molto delle rispettive vite, ma tra loro si creò comunque una grande confidenza. Quella rivendita di articoli per l’agricoltura era della sua famiglia da generazioni ed era un lavoro che le piaceva.

“In genere chi coltiva la terra possiede pazienza e garbo. Qualità che in città si vanno perdendo, non trovi?” chiese lei.

Giovanni conosceva entrambi quei mondi, quello delle campagne e quello delle città, e capì subito cosa intendesse Andreina.

“Sì. Forse è perché con la terra occorre faticare parecchio e poi saper attendere prima di vedere i frutti del proprio lavoro.” rispose lui.

“Vero.” disse lei e aggiunse: “Poi in campagna non si vede molta gente e quindi quando ci si incontra si è ben disposti. Il loro garbo viene da questo. Sono contenti che tu ci sia. Credi che la mia sia una visione romantica?”

“Credo di sì.” rispose Giovanni e aggiunse: “È anche la mia visione”.

Finirono di cenare.

“Ti va una passeggiata sulla banchina del porto?” propose lei “C’è un punto dove ci si può sedere di fronte al mare e guardare le luci delle barche che passano al largo”.

“Sì, certo.” rispose Giovanni. Era contento di restare ancora in sua compagnia.

Sedettero vicini senza dire nulla per qualche minuto. Quella zona del porto era poco illuminata e oltre alle luci delle navi, nel cielo limpido, al suono della risacca, si vedeva una gran quantità di stelle.

“Conosci una teoria che si chiama ipotesi della rarità della Terra?” chiese Andreina.

“No, di che si tratta?”

“Dagli anni sessanta cercano segnali da altre civiltà nello spazio. Ecco, alcuni astrobiologi ritengono che per quanto sconfinato sia l’universo, probabilmente non troveranno nulla perché il nostro è un pianeta raro, forse addirittura unico. Siamo il frutto di una serie di casualità difficilmente ripetibili. Il Sole ha avuto vita tranquilla per miliardi di anni. È nella periferia della Via Lattea, lontana dalle radiazioni del centro galattico. Siamo in buona posizione nel sistema solare, né troppo vicini né troppo lontani dalla nostra stella. La Terra è abbastanza grande da avere un’atmosfera. C’è la Luna che con le maree ha favorito la creazione della vita. Abbiamo Giove e la sua enorme gravità che ci ripara dagli asteroidi più pericolosi; insomma è un pianeta prezioso e così lo sono le nostre vite che lo abitano. Dovremmo tenerlo a mente e non sprecarle”.

Giovanni la guardava ammirato e pensò che la cosa straordinaria per lui era essere in sua compagnia e non aver bisogno di cogliere alcun segnale. Tutto scorreva e gli vennero in mente i versi di una poesia di Byron: “Sento ciò che non so esprimere e che pure non so del tutto nascondere”. Poi lei si voltò verso di lui, si sporse e gli sfiorò le labbra con un bacio.

Non avrebbe voluto essere in nessun altro posto.

Poi tornarono a guardare le luci delle navi che sfilavano nel buio del mediterraneo.

* * * * *

Stavano tornando all’auto di Andreina, quando il pensiero lo colse all’improvviso.

La cosa che non gli tornava era il prete che andava e veniva dalla villa accanto alla sua ormai da settimane e sempre con il buio, mentre non aveva mai visto neppure una finestra aperta. E che senso poteva avere quell’andirivieni di pacchi se la casa restava disabitata? C’era poi la visita di quelle persone che avevano chiesto di lui a Ortigia. Solo quel don Gaetano sapeva il suo nome e cognome e il posto dove viveva e avrebbe così potuto rintracciare la sua abitazione. Il sig. Montaperto non sapeva che fosse di Ortigia e non avrebbe comunque avuto motivo di chiedere informazioni; Giovanni aveva già saldato l’intero affitto e loro due erano anche stati a pranzo insieme.

Con nonno Filippo, quando ogni dubbio era sciolto, come un gioco che solo loro potevano capire, ripetevano in coro una delle famose frasi di Sherlock Holmes: “dopo aver eliminato l’impossibile, ciò che resta, per quanto improbabile, dev’essere la verità.”

Tornò a chiedersi a chi potesse interessare chi fosse lui e a chi dava fastidio la sua presenza in quella villa.

Al suo vicino.

Adesso conosceva la verità.

Giovanni vide che al principio del molo c’era una vecchia cabina telefonica. La Sicilia era così. In alcuni luoghi sembrava di tornare indietro di qualche decennio. Erano da poco passate le dieci di sera.

Prese la sua decisione.

“Mi scusi un attimo? Ricordo solo ora che dovevo fare una telefonata e non ho con me il cellulare.” disse ad Andreina.

“Ti aspetto in auto.” rispose lei.

Fece un numero che conosceva bene. Due squilli e una voce rispose: “Questura di Palermo.”

“Vorrei parlare con il dott. Privitera, quello della catturandi.” disse Giovanni.

“Non è qui, con chi parlo?” fece brusco l’agente al telefono.

“Senta so benissimo che può mettermi in contatto con lui. Lo faccia senza chiedermi altro o riattacco.”

Il tono fermo ebbe l’effetto sperato. Il centralinista restò senza parole per qualche secondo. Poi fu messo in attesa. Passò circa un minuto e sentì un’altra voce piuttosto seccata: “Parla Privitera che c’è?”

Giovanni non si fece intimidire.

“Mi ascolti bene perché non lo ripeterò. In via Luther King 21, vicino al Lungomare Caito, a sud di Mazara, c’è un villino. Là troverete quello che state cercando.” e chiuse. Pulì cornetta e tastiera con il maglione che aveva sulle spalle e tornò da Andreina.

“Hai fatto presto.” disse lei.

“Ti va se stiamo ancora un po’ insieme? Volevo mostrarti la spiaggia dove vado.” propose Giovanni.

“Sì, volentieri.”

Arrivarono in spiaggia e questa volta si raccontarono le loro vite.

Stavano per andar via quando videro che il complesso di ville al di là della strada era circondato da numerose auto, alcune con i lampeggianti della polizia, e da decine di agenti armati.

Il giorno dopo la notizia era su tutti i giornali: catturato il pericoloso latitante Domenico Parrinello, si nascondeva in un villino a sud di Mazara. A curarne la latitanza un sacerdote, sorpreso con lui e arrestato.

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