Solo cinque euro … – di Cinzia Fabretti

cinque_euro

L’uomo aprì con calma il portafogli, gonfio in modo spudorato; frugò dentro con le dita sudaticce, tra banconote di grosso taglio. Colse lo sguardo del cameriere e se ne infastidì.
Che spalanchi gli occhi, miserabile? Sembra di vederti l’acquolina allagare la bocca! Affogatici, nella bava!
Scelse le banconote adatte, attento a non mettere neanche uno spicciolo in più nel foglio ripiegato. Col cavolo ti lascio la mancia, non hai dignità. Anzi…
Colto da ispirazione, si alzò tenendo un foglietto da cinque euro nella destra, e allontanandosi dal tavolo lo buttò a terra.
Il cameriere colse lo sfarfallio lento e si chinò a raccogliere.
“Mister…” seguì rapido l’uomo raggiungendolo sulla porta della sala, “le è caduto del denaro…”
Quello si voltò con aria annoiata.
“La tenga, quella miseria, se le serve”, e uscì tronfio.
La miseria restò nelle mani del cameriere, interdetto.
Se le serve… perché, c’è qualcuno a cui non serve, il denaro?, si chiese l’uomo senza capacitarsi dello sguardo che l’altro gli aveva rivolto, come se volesse insultarlo.
Ma dov’era, l’insulto? Non capiva, e fece scivolare il foglietto nella tasca. A fine serata, davvero stanco, passò davanti al vaso in cui loro camerieri buttavano le mance, se ne prendevano. Per tacito accordo tra loro, facevano cassa comune e poi dividevano in parti uguali, ripartendosi la fortuna di clienti particolarmente generosi.
Avevano un lavoro stabile, loro tutti, rifletté, per quanto faticoso.
L’uomo non versò le cinque euro nel vaso, non erano una mancia. Ma tornando a casa, le mise sotto un piatto di plastica di avanzi di cucina che lasciava regolarmente a un barbone che era di strada.
Se le serve, aveva detto il riccastro.
Beh, a quel barbone servivano di certo.
Mentre il cameriere si allontanava sereno, un vecchietto si affrettò a sbucare dai cartoni. Quel piattino era diventato un rito, che gli aveva restituito un po’ di fiducia nella gente. Rimirò sorpreso la banconota, la infilò nella tasca di una delle due giacche che indossava, l’una sull’altra, per difendersi dal freddo, e passò la notte a sognare come spenderle.
Una sontuosa colazione, cappuccino e cornetto al caldo di un bar del centro, gli sembrò, la mattina dopo, la possibilità più allettante, ma un gratta e vinci alle spalle della cassiera lo tentò. La colazione sarebbe finita nel suo stomaco, appagandolo per qualche ora.
Quanto sarebbe durata la speranza di vincere e tornare nel mondo, se avesse acquistato il biglietto? Solo i pochi secondi necessari a grattare i numeri, purtroppo.
SE li avesse grattati…
Comprò il biglietto e lo conservò così, per tutti i giorni che seguirono, riservandosi quella carta per il momento in cui fosse stato tanto disperato da non farcela più. E con il conforto di quell’ultima arma segreta, si addormentò l’ultima notte.
Quanto al gestore del bar, tolse dalla cassa un biglietto da cinque, quel biglietto da cinque, per allungarlo al nipotino, che dopo l’asilo scorrazzava nel locale, con la nonna dietro che cinguettava, ridendo, fingendo di non riuscire ad acchiapparlo. Era il loro tesoro, quel marmocchio, restituiva loro il tempo in cui vedevano i loro figlioli, piccoli come lui, solo addormentati nei lettini.
Tutta la giornata, da prima dell’alba a notte fonda nel laboratorio sul retro, a confezionare dolci per il banco frigo; e i loro genitori a tenergli i bambini.
La storia si ripeteva, solo che ora erano loro a tenere il nipotino fino all’ora della nanna.
“Che sono, nonno?”, chiese il bimbo.
“Soldi, Giacomino. Servono a comprare le cose”.
“Quali cose?”
“Un po’ tutto, amore. Per le cose più grandi, però, ne servono tantissimi. Allora tu li conservi e alla fine puoi avere quello che ti piace”.
Giacomino fissò il foglietto senza fiatare.
“Posso comprare una giornata del mio papà?”, chiese dopo un po’.
“In che senso”, fece sorpreso il nonno.
“Un giorno che non lavora, così andiamo colla mamma al parco. Dice che mi faccio grande in fretta, e si scusa se non può portarmi mai… Ma io tanto al parco ci vado con la nonna, gioco sempre e sto bene. Mi dispiace solo per lui, perché invece non può giocare a pallone, come me, che è una cosa troppo bella”.
L’anziano studiò il visetto vispo del bimbo e sorrise.
“Pensandoci bene forse sì, puoi comprare una giornata. Sei sicuro di volerli spendere così? Non vuoi un giocattolo?”
“E no, giocattoli ne ho tanti…” e mise il biglietto sul piattino della cassa, tutto fiero di arrivarci anche se in punta di piedi.
“Voglio una giornata di papà”, disse convinto, e il nonno fece aprire il cassetto con quello scampanellìo che a Giacomino faceva ridere tanto, quando aveva pochi mesi.
“Vai tu stesso a dirglielo”, indicò al bambino il retro della pasticceria, “domani niente lavoro, andate al parco!”
La mattina successiva, il riccastro fissava con una smorfia una famigliola che correva su un prato, dietro a un pallone.
“Ma guardali… che poi si lamentano di non arrivare a fine mese! Ma andassero a lavorare, che hanno un figlio. Io, che pure potrei permettermi certi lussi, il parco lo attraverso solo per andare in ufficio, e solo perché il medico mi ha imposto di camminare un chilometro al giorno. Mah… poi dicono che i soldi vanno ai soldi! I soldi vanno a chi se li merita, dico io”.

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