Nero ananas, di Valerio Aiolli, a cura di Enrico Pompeo

aiolli

Ci sono dei libri che, dopo averli letti, li senti importanti. Quasi necessari. Che non ti rimangono dentro solo per la trama, i personaggi, lo stile o il linguaggio. C’è qualcosa in più. L’ho finito qualche mese fa, a fine agosto, eppure ho avuto bisogno di tempo per poterne parlare con la giusta distanza.
Il 12 Dicembre del 1969 la strage di Piazza Fontana ha segnato un punto di non ritorno: l’età della speranza e dell’innocenza si è trovata di fronte al baratro della violenza, dell’odio, della paura. Niente sarà più come prima. È uno scheletro nell’armadio scomodo, che in questo paese si tende a rimuovere per non scuotere le coscienze assopite. Eppure il compito della narrativa di qualità, della letteratura dovrebbe essere proprio quello di portarci a vedere dove altri hanno abbassato lo sguardo, per paura o per comodità. Perché capire il male, osservarlo in tutte le sue sfumature, può produrre un cambiamento, una trasformazione e spingere a porsi le domande giuste per non rimanere ciechi.
Aiolli è riuscito in un’operazione difficile: scrivere un romanzo che è, per forza di cose, un atto politico, storico, senza renderlo un saggio, un testo di denuncia. Trovando il difficile equilibrio tra racconto e spiegazione di un momento cruciale della vita italiana. Attraverso alcune storie che nascono parallele per poi incrociarsi, l’autore ci parla di adolescenza, di sogni, di potere, di libertà. E lo fa in modo da mantenere un tono che non diventa mai didascalico, moralista, ma è capace di trovare una cadenza che ci accompagna dentro le anime dei personaggi e ci fa capire le loro motivazioni, lasciando a noi lettori il giudizio sulle scelte e sui loro effetti.
Personalmente ho apprezzato in particolare tutta la parte relativa al tentativo di un ragazzo tredicenne di ritrovare sua sorella più grande, scomparsa proprio quel fatidico giorno, per seguire i suoi ideali di lotta e trasformazione sociale. Nel viaggio, fisico e mentale, di questo giovane ci siamo anche noi, oggi, qui, a provare a ricostruire qualcosa che sfugge, che si perde, che lascia solo tracce, segnali e che noi dobbiamo ricostruire; come siamo costretti a fare quando ci avviciniamo a quegli anni. Ci sono poi gli estremisti di destra che si incontrano, quasi sempre di nascosto e delineano orizzonti neri verso i quali spingere il paese. Con la loro mentalità chiusa, sprezzante, che qui nessuno giudica, ma che emerge con tutto il suo carico di cinismo, di disprezzo per la vita umana tanto da risultare evocativa del nulla. E poi c’è la faccia scura della politica istituzionale, quella del Pio, l’uomo che tiene le fila, che comincia la sua lente, irresistibile ascesa al dominio, al controllo, che si muove nell’ombra, solo, distante, quasi privo di vita. E c’è un anarchico attratto dalla violenza che non trova la propria strada e scantona, sbarella fino a perdersi alla ricerca di un gesto che abbia il senso di un riscatto, ma che, invece, sa di ulteriore spinta verso il buio.
Alternanza di voci, di punti di vista, di prospettive, in cui ogni protagonista è alla ricerca di un senso, di una direzione e ognuno crede di averla trovata, per comprendere, quando è ormai tardi, di essersi perduto e, spesso, di non saper più tornare.
Gran bel lavoro. Davvero. Non a caso entrato nei dodici finalisti al Premio Strega e nell’elenco dei libri dell’anno di Fahrenheit su Radio tre.
Ve lo consiglio davvero. Buona lettura!

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