Ultimo treno per Istambul, di Ayse Kulin, a cura di Miriam Bulgarelli

istambul

Tra i libri che mi è capitato di leggere di recente della scrittrice turca Ayse Kulin (1941) che mi hanno consentito di conoscere una Turchia totalmente differente da quella che oggigiorno si presenta ai nostri occhi, scelgo di parlare dell’Ultimo Treno per Istanbul (ed. Feltrinelli). Quando l’ho acquistato non sapevo ancora di cosa trattasse, nonostante avessi già letto alcuni libri di questa scrittrice e ne stessi cercando altri. Mi è capitato tra le mani e ho scoperto che è stato il primo libro che la Kulin ha scritto, che è stato tradotto in moltissime lingue e che è stato insignito di numerosi premi importanti.
Non c’è nulla in questo libro che possa essere ricondotto in senso stretto alla “premonizione”, anche se la forza di credere con tanto coraggio nella solidarietà, da pensare di poter portare in salvo un gruppo di derelitti destinati a morte certa, passando per la via più difficile e incredibile, sotto il naso dei nemici, attraverso le loro terre e le loro strade, avendola individuata come unica possibile via di salvezza, mettendo a rischio in primis la propria vita, ha sicuramente in sé una certa percentuale di premonizione. In ogni caso è un bel libro.

Si legge di getto anche se, a tratti, con una certa ansia. La storia si sviluppa nel periodo appena precedente e a cavallo della seconda Guerra Mondiale. La Turchia era allora un paese ancora molto tradizionale, ma molto umanitario, profondamente diverso da quello pervaso dall’autoritarismo attuale. Rimase infatti neutrale quasi per l’intera durata del conflitto, nonostante le innumerevoli pressioni da parte dei paesi limitrofi e in generale da parte delle potenze in conflitto, in particolare da Inghilterra, Russia e Germania.
Il libro reca una testimonianza storica importante di quel periodo di guerra estesa a un’area vastissima. Nel farlo, evidenzia come la vita dei singoli e delle loro famiglie, a un certo punto passi sotto traccia e quasi scompaia nello sconvolgimento generale recato dal conflitto che travolgerà tutto. Cambieranno i modi di vita, il sentire, il pensare, le abitudini, i principi e le idee, le preoccupazioni e le attese. La Seconda Guerra Mondiale è tanto forte da rovesciare e distruggere la struttura consolidata della tradizione, distruggendo e trasformando grandi aree, e annientando intere popolazioni così che i problemi dei singoli sfumano e sembrano divenire quasi invisibili nella tragedia generale. Il carattere e i sentimenti dei protagonisti sono ben delineati e analizzati, ma i sensi di colpa, le liti, le vergogne, le piccole e grandi tragedie familiari legate a scelte contrastanti con i valori coltivati a lungo, perdono di peso e di significato. Inoltre cambiano entro le famiglie, le dinamiche di reazione al cambiamento e le modalità di evoluzione verso i nuovi valori sociali delle diverse generazioni, sottoposte in modo diverso alle pressioni della guerra e della propaganda. Non importa essere ricchi e provenire da famiglie altolocate; in particolare se si è ebrei o se si è costituita una famiglia mista, si incontrano insuperabili difficoltà. Entrambe le figlie dell’ultimo pascià ottomano ad Ankara, hanno avuto una educazione moderna, parlano le lingue, suonano diversi strumenti, sono ben inserite in società. La famiglia in cui sono cresciute ha tradizioni musulmane rigide e non può accettare l’idea che le figlie possano contrarre matrimoni misti. Appena prima del conflitto, una delle due figlie del pascià è profondamente innamorata del figlio del medico ebreo di famiglia, con cui è cresciuta e con cui ha continuato a vedersi (con l’appoggio della sorella). Sapendo che sono osteggiati dalle rispettive famiglie, pur avendo lui intrapreso una carriera brillante, i due giovani decidono di sposarsi in segreto a Istanbul e di fuggire subito dopo a Parigi, in Francia, dove pensano di poter iniziare una nuova vita. Questa decisione è motivo di vergogna per le loro famiglie, che subiscono uno scotto sociale e perdono molti amici. I due giovani da parte loro sono costretti a scoprire presto che neppure la bella e libera Parigi viene risparmiata dal nazismo; decidono quindi di trasferirsi a Marsiglia, da cui devono allontanarsi al più presto perché anche lì iniziano i rastrellamenti. Si rivolgono allora al Consolato turco locale per poter avere documenti validi per il rientro in patria. La Francia, invasa dall’esercito di Hitler, non è più un rifugio sicuro. Aiutati dal Console e da Funzionari e Diplomatici del Consolato Turco di Marsiglia (impegnati a salvare più vite che possono), intraprendono un viaggio lungo e avventuroso verso la salvezza, assieme a un centinaio di altre persone. Il treno su cui salgono attraversa la Germania, in un viaggio che si basa sulla considerazione che nessuno potrebbe mai pensare che un vagone pieno di ebrei osi tanto. Giovani, vecchi, bambini, scienziati, musicisti, tutti con passaporto turco, anche se qualcuno di loro non è turco per nulla, viaggiano su una carrozza contrassegnata da stella e mezzaluna; la figlia del pascià insegna il turco a chi non lo conosce. La solidarietà si sviluppa e si allarga in modo imprevedibile, senza distinzioni religiose, politiche o di nazionalità, con grande umanità; i funzionari e i diplomatici del consolato turco tentano di salvare più persone che possono, mettendo a repentaglio la loro vita, per salvare uomini e donne in pericolo, per dimostrare a se stessi e al mondo che in mezzo a tanto orrore ci sono ancora esseri umani capaci di solidarietà nei confronti di chi è in stato di bisogno. Riusciranno a salvare centinaia di ebrei e in particolare a impedire la deportazione nei campi di sterminio di una ottantina di loro (non solo turchi).

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