L’anello con lo stemma di famiglia – di Olympia Fox

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È un urlo feroce che rimbomba nel silenzio della notte e mi sveglia dal profondo sonno chimico che mi regalano i farmaci. L’istinto agisce prima della ragione e mi ritrovo in piedi senza rendermene conto, con la mano tesa ad accendere l’abat-jour e a prendere gli occhiali. Non sento il freddo del marmo risalirmi dai piedi scalzi lungo le gambe mentre giro in fretta la chiave nella toppa e corro in salotto, ma il gelo della scena che mi attende lo avverto mordermi direttamente il cuore.
È lì che giace immobile, con gli occhi sbarrati e rivoltati a mostrare il bianco-giallastro della sclera proprio dove dovrebbero esserci le fredde iridi azzurre, sbiadite dall’età. Il petto si alza e si abbassa veloce, a un ritmo innaturale, la bocca è spalancata quasi a proseguire muta il terribile lamento che mi ha destata.
Mi avvicino circospetta, sbirciando una possibile reazione. Sembra respirare ancora, ma il fiato non arriva ai polmoni, sta boccheggiando. Sì, è il termine giusto, boccheggia incosciente alla disperata ricerca d’aria, come un pesce finito fuori dalla sua boccia.
Mi faccio forza, lo chiamo:
«Mi senti? Dai, rispondimi!»
Allungo una mano per scuotergli una spalla, per farlo reagire, ma appena un secondo prima di arrivare a toccarlo, il brillio cupo dell’anello alla mano sinistra, abbandonata inerte sulla coscia magra, attira il mio sguardo.
“Quest’anello sarà tuo quando morirò. Sei l’unica a portare il mio nome.” Mi hai detto per tutto il corso della mia vita, tronfio di boria. “E se riuscirai a fare dei figli, sarà loro perché si ricordino di me.” Da anni abbozzo un cenno col capo in risposta a questi discorsi, che tu possa interpretare come meglio credi, pur di non sentirti parlare ancora di te, di famiglia, di tradizioni secolari, di quel fottuto stemma. Per non udire più la tua voce.

Da bambina sognavo di morire bruciata. Un fuoco intenso, dalle fiamme alte che mi avvolgevano del tutto, nascondendomi anche nell’incubo alla mia stessa vista. Mi svegliavo febbricitante, con le terminazioni nervose ipersensibili, scossa dai tremori, con il volto impiastricciato di lacrime e moccio e il cuscino zuppo. Chissà se mi dibattevo o se urlavo come ha fatto lui poco fa: non sono mai riuscita a farmi raccontare nulla da mia madre, né allora né più di recente.
L’unico modo che avevo trovato per alleviare l’angoscia che mi portavo incollata addosso era di rappresentarla. Ne scrivevo pagine e pagine sul mio diario segreto, quello chiuso a chiave, cercando persino i sinonimi più adatti sul dizionario, perché ancora ingenua, mi sembrava che le parole che impiegavo nei discorsi quotidiani non rendessero con la giusta intensità l’orrore e il dolore di essere messa al rogo e arsa viva. Quando non avevo il mio diario segreto con me disegnavo quella scena continuamente.
Vedermi raffigurata o leggermi mi regalavano la catartica sensazione che i miei sogni spaventosi fossero solo un prodotto della mia mente, proprio come il racconto o il disegno: insomma li avevo fatti io, per cui potevo sopportarli! Molti anni dopo avrei capito che quello era stato il modo empirico che una bimba di sette anni aveva trovato per non impazzire.
Questa mia auto-salvazione era durata poco. Avevo dovuto smettere di dipingere i miei tormenti dopo essere stata sgridata furiosamente da mia madre in seguito a un incontro con la maestra, che le aveva mostrato i miei fogli coperti di fiamme rosse e di cielo buio e le aveva chiesto timidamente se a casa fosse tutto tranquillo.
«Che figuracce ci fai fare? Cosa penserà adesso quella della nostra famiglia? Piantala con queste stronzate e disegna fiori e farfalle come le altre bambine!»
All’epoca non c’erano psicologi nelle scuole e non so nemmeno se avrei saputo come e cosa raccontare. Sta di fatto che nessuno era arrivato a porgermi una cima per riemergere dal lago oscuro del mio terrore, per cui mi ero rassegnata a ubbidire a quanto mi era stato ordinato: non avevo mai più dato forma fisica ai miei terrori notturni.
Ovviamente, gli incubi non avevano smesso di tormentarmi.

Incapace di muovermi, fisso il rubino che decora il centro dello stemma inciso dell’anello di famiglia. Il simbolo del clan, dell’onore della famiglia, del nostro buon nome ha lo stesso baluginio rosso sangue del fuoco dei miei incubi.

Alla fioca luce della lampada sempre accesa nella mia camera di bambina quella gemma sembrava proprio la scintilla che appicca l’incendio.
Non lo vedevo mai in volto, la penombra lo proteggeva, ma la piccola fiammella che si muoveva a slacciare la cintura dalla fibbia pesante e a calarsi insieme i pantaloni sformati e le mutande mai del tutto candide, sì che la vedevo bene. Strano come la mente si concentri su particolari insignificanti in momenti così deliranti: la cinghia di cuoio con i bordi screpolati dall’attrito con i passanti, l’elastico slabbrato delle mutande a costine, i peli scuri e fitti, la temperatura innaturale della sua pelle, sempre troppo bollente sulla mia gelida.
Nella penombra la forza di quella mano enorme che mi tappava la bocca la sentivo moltiplicata. Il palmo grande a bloccare, insieme, urla e respiro, solo un sottile filo d’aria che filtrava tra le dita schiuse fino alle mie narici per tenermi cosciente, per non farmi svenire; la sua mano ingioiellata mi inchiodava all’istante peggiore, quello in cui mi rendevo conto che stava per succedere di nuovo e in cui mi scontravo con la mia impotenza.
Poi l’acido muriatico della sua carne nella mia, disumano, folle, sbagliato, e l’astio a grondare tanto copioso dai miei occhi da non poterli chiudere. Quel livore lui lo sentiva, perché continuava a ordinarmi di non guardarlo, ma io non lo sapevo e obbedivo, sperando che tornasse presto nell’ombra.
La prima volta che non volsi lo sguardo al suo comando, con le mie iridi nere da zingara a fissare il punto in cui dovevano essere le sue, senza battere le palpebre, con le lunghe ciglia che nemmeno più tentavano di trattenere le lacrime che per riflesso scendevano ancora dopo anni dal primo stupro, scoprii il potere del mio disprezzo: incapace di reggere i miei occhi feroci, il membro gli si afflosciò e non terminò la sua copula da coniglio. Se ne andò, dandomi della troia e bestemmiando il suo dio.
Certo, tornò il giorno dopo, cattivo, infoiato e vendicativo, armato di un foulard che mi gettò sugli occhi perché non lo guardassi più. Ma io avevo segnato la mia prima vittoria e avevo capito che lo sdegno e la rabbia potevano essere la mia risorsa. Mi ci rifugiai, consapevole, e presi a eliminare ogni sensazione positiva legata all’idea di famiglia. Avevo ormai tredici anni ed ero a mio agio solo nella comoda spelonca che la mia avversione aveva creato per me.
Ma, nonostante avessi trovato un sentimento a cui aggrapparmi per reagire, mi sentivo sbagliata e rotta. Così mi ero sentita per tutta la vita.

«Mi senti?» ripeto a voce non troppo alta, con le braccia immobili lungo i fianchi. A rispondermi solo il vuoto moto del torace ormai quasi senza vita e i lievi scatti elettrici dei nervi.
Quando respiravo appena sotto la tua mano apparivo così anche io? Quando i miei polmoni reclamavano aria e il dolore mi trafiggeva sesso e anima, avevo quella smorfia sul viso? Tu stai morendo ora, io sono morta migliaia di volte.
Nel silenzio avverto l’opprimente senso d’inadeguatezza e d’impotenza che mi hanno fatto da zavorra per tutti questi anni, scivolare lungo il mio corpo. Il gelo si scioglie, ne vedo addirittura la pozzanghera accanto ai miei piedi nudi: finalmente acqua a spegnere tutto quel fuoco. Ma no, non è acqua, puzza: è il suo piscio schifoso che la vescica non è riuscita a trattenere. I conati mi assalgono, ma resisto. Mi allontano di un passo per non bagnarmi e resto a fissare quel petto immoto per un tempo incalcolabile.
Rivedo tutti i miei gesti dettati dall’astio, le persone che ho tenuto lontane e a cui ho fatto volontariamente del male, gli uomini che avrebbero potuto amarmi e che ho solo usato, le conoscenze casuali che avevano cercato di penetrare la corazza della mia sfiducia e che io ho allontanato, tutto quello che la mia rabbia, nata con lui e diventata il mio unico modo di vivere, mi ha portato via. Ripenso al funerale della mamma a cui io non ho presenziato, detestandola per la sua complicità omertosa, al veleno di tutte le liti con loro e all’ultima volta che è entrato nella mia stanza.
Avevo deciso che non mi avrebbe più presa e mi ero preparata. Non si aspettava che avessi un coltello da cucina sotto il cuscino, che ne poggiassi la punta proprio al centro del suo scroto.
«Che cazzo fai?»
Aveva imprecato saltando indietro, appena aveva percepito il gelo della lama e capito cosa avessi in mano.
«Troia, smettila di ridere!»
Immagino che il mio ghigno fosse terribile. Credo che sia stato più quello che il coltello a farlo uscire e non tornare mai più nella mia stanza.
È l’abbaiare del cane del vicino che mi sveglia dalla trance in cui sono caduta. Accolgo con gioia i brividi che mi assalgono perché sono dovuti al freddo del pavimento, non al vuoto della mia anima. Percepisco le lacrime di sollievo bagnarmi il volto e purificarmi: mentre il suo smette di battere, sento il mio cuore ricominciare a pulsare con il suo ritmo ancestrale. Respiro a pieni polmoni, finalmente, e quella mano che ancora sentivo impedire al mio petto di riempirsi completamente di aria e di vita, scivola via.
«Bastardo, portalo con te il tuo anello del cazzo!» gli dico a mezza voce.
Lentamente mi volto e mi avvio verso la mia camera, la stessa in cui da piccola non potevo rinchiudermi, lasciando la porta spalancata, finalmente libera dalla paura e dalla rabbia.

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