Cattive compagnie – di Serena Pisaneschi

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Perché deve bere il caffè così rumorosamente? Con quel risucchio odioso e l’inghiottire che si sentirebbe anche due stanze più in là, pare che debba buttar giù sassi a secco. Se scotta soffiaci un po’ sopra o aspetta trenta secondi, invece no: risucchio e via giù peggio di uno scarico malandato.

«Che dici, dopo andiamo in centro? C’è il sole.»

«Va bene.»

Sì, c’è il sole, ma è anche un freddo cane! E poi sono quasi cinque chilometri per arrivare in centro, ci vorrà almeno un’ora e un’altra a tornare. Parla bene lui con le scarpe da ginnastica, ma con gli stivali è una tortura.

«Vado in bagno e poi usciamo, tu preparati.»

Eh, preparati. Io avrei voglia d’infilarmi sotto il piumone, nel letto, e leggermi un bel giallo. Invece no, si deve uscire per forza. Tirare fuori le calze pesanti e scegliere la gonna più calda, (perché il pantalone fa troppo maschio, dice) poi truccarsi… Dio, che fatica truccarsi! Per andare dove poi? A una serata di gala? No, a fare due passi in centro, di domenica mattina alle nove: non ci sarà anima viva.

Guardalo lì, cammina tutto fiero, tranquillo, noioso. Sono vent’anni che ogni domenica facciamo la nostra ‘passeggiata di salute’, come la chiama lui, salute che poi muore quando si ferma in pasticceria. Passeremo davanti al negozio e dirà: “e se ci prendessimo un dolcino?” Sembrerebbe una domanda, ma non lo è. Entreremo, farà la solita battuta stantia (come un po’ stantii sono i dolci, va detto) e farà finta d’interessarsi al mio parere, ma alla fine prenderà quello che vuole lui. La stessa cosa. Da vent’anni a questa parte.

«E se ci prendessimo un dolcino per pranzo?»

Appunto

«Buongiorno a tutti, ma che profumino che c’è qui, mi si alza la glicemia solo a sentirlo!»

Prevedibile.

«Allora cosa prendiamo?»

«Perché non proviamo uno di quei dolci moderni in vetrina.»

«Mmmhh, a me quelle cose non convincono molto.»

«Per cambiare un po’.»

«Chi lascia la via vecchia per la nuova sa quel che lascia ma non sa quel che trova.»

È insopportabile quando parla a proverbi.

«Signorina m’incarta un bel babà di quelli grandi, oggi faremo i golosi.»

Lui farò il goloso, io detesto il rum.

Mi fanno male i piedi, il sole non scalda a dovere e sta cominciando ad alzarsi un vento gelido. Le strade del centro sono ancora piuttosto deserte, fatta eccezione per qualcuno che si è concesso la colazione al bar. Noi mai, la colazione si fa a casa. Passiamo davanti alla libreria, mi sento intrepida (o forse è solo il bisogno di cinque minuti di ristoro in un luogo caldo e vivo) e provo.

«Entriamo un attimo?»

«Perché?»

Per comprare le sigarette, idiota!

«Vorrei comprare un libro, è uscito un nuovo titolo che m’interessa.»

«E non puoi prenderlo in biblioteca?»

Sì, ma per una volta vorrei qualcosa per me.

«Sì.»

«Allora prendilo lì, che bisogno hai di comprarlo?»

Già, stupida io ad aver pensato che potesse capire. Ma è una capra ignorante, parlare con lui è inutile. Non capisce niente, ha il cervello fermo a un bambino di seconda elementare, senza offesa per i bambini di seconda elementare. A malapena legge e le sue chiacchiere sono quanto di più banale possa esistere, è un troglodita vestito a festa. Ma cosa c’ho visto tanti anni fa?

«Andiamo a casa, tra poco inizia la diretta.»

E si piazzerà sul divano a guardare la partenza della Formula Uno, matematico che lo sentirò russare dopo meno di dieci minuti.

«Poi nel pomeriggio andiamo al circolo, c’è Peppe che suona. Gli ho detto che saremmo passati a fare un saluto.»

«Non ne ho molta voglia, vorrei stare a casa.»

«Su che ci divertiremo.»

Se mi portassi a teatro o a una mostra mi divertirei, non a vedere un branco di vecchi che ballano il liscio la domenica pomeriggio. E poi me lo ricordo Peppe, viscido come pochi, trova sempre il modo di toccarmi il culo.

«Preferirei riposarmi un po’.»

«E di cosa? Stai a casa metà giornata, non sarai mica stanca?»

Eh, il part-time, la mia prigione… ma sto lavorando per cambiare le cose e appena mi trasformano il contratto scappo da questa gabbia priva di stimoli. Voglio poter fare una conversazione vivace e voglio qualcuno che mi ascolti, che si ricordi che il rum mi fa schifo. Non voglio un uomo che trascina le pantofole per casa e passa il weekend a dormire sul divano, non voglio un uomo che quando fa l’amore lo faccia solo per soddisfare gli ormoni, ma uno che mi consideri, che mi faccia godere. Qualcuno che mi faccia sentire brillante, vera, donna, che non mi spenga ogni giorno di più. E sono stanca sì, stanca di questa vita che vita non è, stanca di non poter essere me stessa e di questi vent’anni di testa china, schiava di un volere che non è più il mio. Soprattutto stanca del risucchio del caffè.

«Non restiamo tanto, però.»

«Va bene, faremo presto.»

Minimo tre ore di mazurche, valzer e toccate di culo, me lo sento.

«Si sta alzando il vento, sbrighiamoci che comincia a far freddo.»

Alla buonora.

«Ma che belle queste passeggiate, vero?»

Sarebbero anche belle, se non fosse per il male ai piedi e la compagnia.

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