La famiglia Karnowski, di I.J. Singer, a cura di Miriam Bulgarelli

bulgarelli

Ho letto qualche settimana fa un libro di Israel Joshua Singer. Parlo de La famiglia Karnowski (edizione Adelphi). Il racconto della storia familiare si snoda attraverso tre generazioni e passa attraverso tre paesi: Polonia, Germania e America. Riprendo questo libro in quanto, ogniqualvolta si parla di repressione, è quella che si è sviluppata nei confronti degli ebrei in mille modi diversi che mi viene subito in mente.

Il libro inizia con David che, ai primi del Novecento, dopo essersi sposato lascia la famiglia d’origine e lo shtetl polacco in cui è nato e che sente chiuso e privo di stimoli, per vivere a Berlino, capitale e patria della cultura. Parla un tedesco perfetto, e sente la grande città come una liberazione, lì continua gli studi ebraici, frequenta la sinagoga e mantiene fede a un principio che crede sufficiente per poter vivere in serenità, quello di «essere ebrei in casa e uomini in strada». Approfondisce dunque, studiando con impegno e passione, le sue conoscenze filosofiche ed ebraiche sino a diventare un personaggio importante della comunità ebraica locale, e trasforma la sua casa in un circolo culturale. Si sente appagato anche se la moglie Lea, più semplice e ancorata alle tradizioni familiari, a Berlino soffre e fatica molto ad inserirsi. Il figlio Georg, allevato alla religione ebraica, conosce periodi di sbandamento, si allontana infine dalla fede degli avi che rinnega totalmente. E diventa ateo. Adolescente e giovane contraddittorio e trasgressivo, dopo aver combattuto in guerra, si laurea, diventa un medico molto apprezzato e sposa una gentile. Sembra quasi che con lui la famiglia abbia finalmente imboccato un percorso di integrazione e serena ascesa sociale. La terza generazione, però, non si stabilizza, il nipote non regge alla dicotomia razziale familiare, anche se i genitori sono ancora legati, nonostante il padre si lasci andare a molte avventure.

Jegor, figlio del medico, è cresciuto suo malgrado in un clima di razzismo nazista, alimentato in famiglia dal fratello della madre che, privo di lavoro, passa molto tempo con lui. Inoltre fin da piccolo assiste, rimanendone colpito, a manifestazioni paramilitari e di potere dell’ascendente Partito Nazista, che si completano coi racconti distorcenti dello zio Hugo che, epidermicamente antisemita, gli presenta costantemente il padre e tutti gli ebrei come ladri, imbroglioni e principali responsabili della sconfitta della Germania nella Guerra Mondiale.

Da adolescente, a scuola, è vittima di gravi umiliazioni a causa del cognome ebreo e, quando il tutto diviene insostenibile, la famiglia decide di trasferirsi a New York. Sperano tutti che il peggio sia passato, ma Jegor, ormai pazzo, manifesta un odio feroce per suo padre e per tutti gli ebrei, compreso se stesso. Il libro termina in modo triste e senza spiragli di eventuale riscatto. È un grande libro, anche se lo scrittore è stato a lungo oscurato dalla fama del fratello minore insignito del premio Nobel.

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