Doppio – di Erna Corsi

erna

Era un sabato mattina. Stavo pulendo il water, come sempre quando arrivano brutte notizie. La voce di mia madre al telefono era come frastagliata: «Stamattina, poco fa, lei è…»
«Che cosa, mamma? Lei è che cosa?»
La forzo a pronunciare quella parola, perché ho bisogno di sentirla e lei ha bisogno di pronunciarla. Attendiamo questo momento da troppi giorni. Giorni che sono diventati settimane, settimane che sono diventate mesi durante i quali ci siamo consumate con lei, in quel letto d’ospedale.
«È morta.»
Dice la voce al telefono. 
Ecco. Ora è davvero successo. E nulla sarà più come prima.

Scendo dall’auto nel parcheggio dell’ospedale e mi rendo conto che non so nemmeno come ci sono arrivata. Mi guardo le mani per controllare se almeno mi sono tolta i guanti di gomma. Intorno alle unghie c’è ancora la patina bianca che si forma quando li indosso troppo a lungo. Inizio a strofinarle sui pantaloni mentre mi avvio a passo deciso verso l’ingresso. I piedi trovano da soli la strada, su quell’asfalto spaccato dal sole che ho già calpestato troppe volte. Su quell’asfalto che mi ha già calpestata troppe volte.
Supero la sbarra a strisce bianche e rosse e il solito custode che fissa un monitor nascosto nel suo cubicolo.
Alla mia sinistra sfila un edificio basso, solamente due piani. Le finestre allungate del piano rialzato sono fiancheggiate da colonnine in cemento dipinte di un giallo scrostato e stantio. Conosco il passato di questo vecchio edificio. Il nonno è stato infermiere proprio qui, assunto dalle liste dei reduci di guerra. Ci raccontava spesso del suo lavoro, del fronte mai.
Il sole surriscalda la mia pelle a intermittenza mentre cammino superando gli aceri del viale, uno dopo l’altro. Sento l’odore del disinfettante già dall’ingresso, mischiato a quello più dolciastro dei corpi malati e alla detestabile candeggina. Come un automa svolto a destra, trattenendo il respiro. La prima porta è sempre chiusa, la seconda aspetta me. Mi fermo sulla soglia. Vedo le imposte socchiuse, e in controluce il vaso che ho sempre riempito di fiori freschi.

Non sono molte le cose che si possono fare per accudire una persona in fin di vita. Ad alleviare il dolore ci pensano i farmaci, per quel che riescono. A noi rimane solo da curare il suo cuore e il nostro futuro.
Sì: il nostro futuro. Perché domani, quando lei non ci sarà più, staremo a tormentarci, a chiederci se abbiamo fatto abbastanza, se si poteva fare meglio, se si poteva fare di più. I sensi di colpa diventeranno nostri compagni di viaggio. Oggi è quel domani. Oggi inizierò a tirare le somme con la mia coscienza. Questo squallido esattore arriverà prima della consapevolezza che non la rivedrò più, anche se il suo volto non mi lascerà mai.
Un operatore sanitario entra nella stanza, mi urta senza volerlo perché mi sono fermata appena oltre la soglia, nascosta nella penombra. Mi scuso farfugliando e mi sposto vicino al letto. Lui va ad aprire leggermente le imposte, facendo luce su una sedia vuota accanto a quel letto che accoglie ciò che resta di lei.
Il poveretto con il camice ha un sussulto quando si gira verso di me: non capita spesso di vedere la copia esatta di un cadavere che ti fissa in piedi al suo capezzale.
Io e mia sorella ci siamo abituate.
Eravamo.
Io e mia sorella ci eravamo abituate.
Gemelle identiche.

Abbiamo sempre scherzato su questa somiglianza, scambiandoci anche in mote occasioni. Ad esempio le fotografie per i documenti le faceva sempre lei: io detesto l’obiettivo. Gli esami di matematica all’università li ho fatti io per entrambe; una volta lei ha persino scaricato al mio posto un tipo con cui non volevo più uscire. Anche al lavoro, nello stesso ufficio, ci siamo alternate per le mansioni più noiose senza che nessuno se ne accorgesse. Per noi non era un inganno: ci sembrava normale.
Non so come si possa sopravvivere da soli in questa vita bizzarra e crudele ma temo che lo scoprirò presto: ora non ci sarà più nessuno a recitare parti della mia vita. Elena se n’è andata e il suo volto, gonfio per i farmaci e la malattia, continuerà a decomporsi, a deturpare la mia copia perfetta.
Mi guardo i piedi, giusto per distogliere lo sguardo da questa immagine, e mi accorgo di indossare un paio di scarpe sue. Abbiamo condiviso la stanza fin da bambine e l’appartamento dai venticinque anni in poi: il nostro guardaroba è sempre stato fuso, indivisibile. Queste scarpe però le acquistò Elena a Bologna, lo ricordo bene perché fu l’ultima gita fuoriporta prima di conoscere il verdetto della biopsia. Quella mattina riuscimmo a salire sul treno per un soffio e in carrozza ridevamo come pazze per la scarica di adrenalina che ci aveva regalato la corsa a perdifiato fino al binario. Era bella Elena quando rideva così. Lo so, era uguale a me, ma in quei momenti di allegria i suoi occhi riflettevano la luce viva della sua anima.
Il mio pensiero di lei che ride e il silenzio quieto della stanza vengono simultaneamente distrutti da mia madre che irrompe con il rumore dei tacchi alti e del suo cuore affranto.
«Elena! Sei arrivata per prima. Tesoro mio, come ti senti?»
Per un attimo rimango raggelata. Mia madre è impazzita. No, forse è solo sotto shock. Ho sempre pensato che mia sorella fosse la sua preferita e forse non può reggere la perdita.
Lei intanto mi prende il viso tra le mani e mi bacia sulla fronte come quando eravamo bambine.
«Siediti cara, mentre io saluto Sara.»
Mi lascia attonita sulla sedia e si avvicina a quel corpo inerme e ormai inutile che è stato mia sorella, il mio doppio e la mia metà.
Sara.
Elena.
Inizia a girarmi la testa. Guardo le scarpe, come per cercare un’ancora.
Afferro la cartella appesa al suo letto, la scopro senza troppi riguardi e leggo il nome della paziente: Sara De Benedetti, deceduta.
Non so se ridere o se piangere: si è registrata in ospedale a mio nome, ingannando tutti, me compresa. Penso che forse uscendo per venire qui ha solo raccolto il documento sbagliato dal cesto con le chiavi; in fondo riportano entrambi la sua foto.
Poi, in un attimo, qualcosa dentro di me si incrina, una piccola crepa nella mia certezza granitica. Ci siamo scambiate così tante volte che ero sicura di essere me stessa solo per esclusione: sapevo di non essere lei. Ora che lei non c’è più mi guardo intorno smarrita.
Elena.
Sara.
Ho vissuto la vita di entrambe, passando da una all’altra.
Come posso dire quale fosse la mia?
Lentamente cresce in me la consapevolezza che alla fine del gioco non vi è alcun modo per avere la certezza della mia identità.
Mi alzo per avvicinarmi a mia madre e abbracciarla, ma un capogiro mi sorprende a metà strada. La vista mi si oscura e sento cedere le ginocchia. Cerco di aggrapparmi al bordo del letto, ma la presa è debole e continuo a cadere. Un attimo prima di perdere i sensi ricordo che i primi sintomi della malattia di mia sorella erano gli svenimenti improvvisi, e il mio ultimo pensiero lucido è che forse non sarò costretta a scoprire che cosa significa vivere soli.

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