In Italia si scrive di merda?

quentin-tarantino

Quello della foto è Quentin, ma potrebbe essere un qualsiasi direttore editoriale quando riceve un manoscritto in lettura. Avete idea di quanta robaccia scritta male, storie che stanno in piedi con lo sputo, dialoghi da incubo, (eccetera eccetera) gli arrivano davanti? Perché in Italia scrivono tutti, il problema è che scrivono male!
Ma quanti scrivono? Il conto è presto fatto, basta prendere in mano le statistiche della Associazione Italiana Editori (AIE) e darci un’occhiata. In particolare è molto interessante il Rapporto sullo stato dell’editoria in Italia 2018, l’ultimo uscito, da cui sono tratti alcuni dei dati che riporto.
Nel corso del 2017 sono state 4.902 le case editrici che hanno pubblicato almeno un titolo nel corso dell’anno. Rispetto al 2010 sono attive 755 case editrici in più, che quindi devono sgomitare per trovare un posto sugli scaffali delle librerie e dei potenziali lettori.
E queste 4.902 case editrici (di tutti i tipi, serie e meno serie) si danno tanto da fare. Nel 2017 sono stati pubblicati 72.059 titoli, esclusi gli e-book, con una crescita notevole rispetto all’anno precedente (oltre il 9%).
È calata nello stesso anno la produzione di titoli in digitale, sono stati complessivamente 46.854, ma di questi solo 6.419 (13,7%) sono stati pubblicati da case editrici. La parte restante (che è una bella quantita di roba perché con una semplice sottrazione si arriva a 40.435 ebook) è stata pubblicata da piattaforme che vendono servizi di pubblicazione ad autori (o presunti tali). Questo fatto comporta un altro problema, un allagamento di testi poco o per nulla curati buttati sul mercato e che finiscono per inquinarlo. Insomma il self publishing va saputo utilizzare, altrimenti si genera solo spazzatura.

Se sommiamo titoli cartacei ed ebook arriviamo all’impressionante numero di 118.913 titoli unici in uscita. Siccome ci sono delle sovrapposizioni tra i titoli cartacei e quelli digitali possiamo prendere come realistica una cifra di 80/90 mila titoli unici, di qualsiasi genere, di cui circa 40.000 che provengono, presumibilmente, dal self publishing o similari e sono il refugium peccatorum di tutti quelli esclusi dall’editoria tradizionale. Una montagna di roba da leggere, e da scrivere. Una situazione non dissimile dalle altre editorie europee, che però possono contare su abitudini di lettura molto più elevate e una maggiore selettività.
Infatti, in Italia, non si legge. Qui ci aiutano i dati ISTAT che arrivano al 2016 e considerano lettori anche quelli inconsapevoli oppure per motivi professionali il 61% per cento della popolazione. In realtà, al netto di questi ultimi, la percentuale di chi legge almeno un libro all’anno è di circa il 41%, un dato che oscilla poco nel corso degli anni. Per fare un esempio pratico siamo tra i fanalini di coda dell’Unione Europea e se non ci fossero le donne a rialzare la media, saremmo a livelli da terzo mondo (dove, tra parentesi, non si legge perché prima è necessario sopravvivere). Da noi persino dirigenti e professionisti non leggono. Il 38,1% non tocca alcun libro in un anno e tra gli stessi laureati si arriva al 32,3%.

Lo dimostrano i dati OCSE-PISA sulle competenze di comprensione dei testi e di lettura, che risultano essere i più bassi tra i Paesi avanzati. È un problema conosciuto da alcuni anni e di cui si preoccupava il compianto Tullio De Mauro, il 70% (!) degli italiani è sotto il livello minimo di comprensione di un testo oppure di un problema matematico. Forse uno dei motivi è che, non essendo abituati a leggere, non capiamo nemmeno molto bene quello che scrivono gli altri.

Ma torniamo alla domanda del nostro titolo. In Italia si scrive di merda?
Direi di sì. Dei manoscritti che arrivano nelle redazioni se ne salva uno sparuto gruppetto, tutti gli altri o sono improponibili per la pubblicazione oppure richiedono un bel lavoro (a volte troppo) per riuscire a raddrizzare una barca che fa acqua da tutte le parti. E anche quelli che si salverebbero con una buona scrittura non è detto che riuscano a non perdersi per strada.
Volete una percentuale? Secondo me siamo a uno su dieci. Sì, il dieci per cento delle storie che arrivano sono buone e ben scritte oppure lo possono diventare con un po’ di lavoro. Il resto è da buttare oppure da riscrivere totalmente!
E il motivo di questo fallimento lo avete letto nei dati elencati poco sopra. In Italia si scrive tanto, ma non si legge. E siccome leggere è requisito imprescindibile per mettere insieme dei testi decenti la conseguenza è che i poveri direttori editoriali si dannano l’anima per trovare qualcosa di decente in giro e finiscono per pensare a spararsi.
Per cui se conoscete qualcuno di questi sedicenti scrittori consigliategli, vi prego, di frequentare un corso, una scuola, un laboratorio, almeno di confrontarsi con altri colleghi oppure di leggere leggere leggere. Sì perché (alla fine dei conti) la sensazione è che nemmeno gli aspiranti scrittori leggano e si buttino sulle loro storie convinti di essere in una discesa libera alla fine della quale ci sono pubblicazione e successo.
I poveri …

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