Tre minuti – di Gianluca Baldoni

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«Il cuore inizia a pompare più velocemente e i battiti, irregolari, li sento forte, si fanno strada nel petto, sgomitano nella gola. Sono fermo, immobile. La testa devia il suo percorso in un attimo, come un treno allo scambio ferroviario. Su un binario parallelo, ma in direzione opposta, viaggia il mio corpo che passa e si allontana. Non riesco a sentire, percepisco soltanto. Suoni, rumori e voci, li avverto come fossi sott’acqua, senza la capacità di orientarmi verso una fonte. La vista sfoca e le mani, la destra in particolare, iniziano a tremare incontrollate. Più cerco di contrastare questo stato e più la mia paura aumenta» sospiro. Certo, come no, “percepisco”! In realtà ho solo una paura dannata di morire soffocato, ma non te lo dirò mai, caro dottor Felice Mattino. Già così starai pensando a tutte le centinaia di euro che potrai spillarmi! Se non fosse che ormai è davvero un problema…
«Si chiamano “attacchi di panico”, ne ha mai sentito parlare?»
Avevo bisogno di un “medico chirurgo specialista in Psichiatria” per saperlo, sogghigno tra me, lanciando un’occhiata al titolo completo del luminare inciso sulla lucente targa in metallo cromato, poggiata sul piano di vetro della scrivania.
«Purtroppo sì! Era quello che immaginavo. Ho fatto delle ricerche su Google. Il medico della rete aiuta…», inoltre è gratis, sempre aperto e ti trova le donnine nude quando ti riprendi dal fottuto panico e vuoi svagarti un po’. Solo le ricette degli ansiolitici non ti può fare, il Dr. Google!
«Direi invece che confonde, amplifica e agita.»
«In effetti… però, con tutto rispetto, dipende anche dall’uso che se ne fa. A livello informativo può andar bene, non trova? Se non lo si vuole sostituire al medico, certo…»
Eccolo il sorrisino di circostanza! Come immaginavo, il dottorone non raccoglie le provocazioni…
«C’è qualcuno che le ha fatto il mio nome, che l’ha indirizzata a me?»
«Posso essere sincero?» Non devo ridere, non devo ridere, non devo ridere.
«Deve.»
«Internet. Ho cercato “i migliori psichiatri di Roma” ed è uscita la classifica dei primi dieci.»
«Aranzulla parla di me?»
«Non si allarghi dotto’! Non era Aranzulla e lei era l’ultimo della lista.» Eccoti servito! Porta a casa, tu e il tuo ego.
«E perché avrebbe scelto l’ultimo?»
«Diciamo che in buona parte è merito dei suoi genitori.»
«I miei genitori?»
«Felice Mattino psichiatra ispira fiducia, non crede?»
«Sa quanti problemi mi ha provocato da bambino? Ho scelto psichiatria per questo – ribatte sorridendo. – Scherzo, se non altro è ottimistico.»
«A dire il vero avevo anche altre possibilità, ma le ho scartate.»
«Si spieghi meglio.»
«Una psichiatra, bionda e notevolmente più carina di lei – senza offesa! – ma è un’amica e ho pensato non fosse la cosa migliore. Avrei potuto rivolgermi a uno psicologo, ma… preferivo un medico. È una delle mie fissazioni, lo psicologo lo vedo più come un tecnico e preferisco un bravo specialista.» Ah! Ti brillano gli occhi. La vecchia buona adulazione non smentisce mai la sua utilità.
«Come un tecnico?»
«Che dire: un fisioterapista non è un fisiatra, un odontotecnico non è un’odontoiatra, un…»
«Va bene, ho capito il concetto, anche se non sono d’accordo. Non serve che continui con l’elenco.» Non sei d’accordo? Ah Pinocchio!
Sorrido, ricambia, abbasso lo sguardo imbarazzato, lo rialzo, e lo trovo che mi fissa. Giro la testa verso la finestra, seguo il fascio di luce che avvolge il professionista. Vestito di bianco, sembra un’asceta immerso nella sua aura, mentre io mi sento come Fantozzi davanti al mega-presidente. Noto alle sue spalle, due enormi cornici che contengono i diplomi di Laurea e di specializzazione, molto più piccoli e… capovolti.
In quell’esatto momento, realizzo dove sono. Tutto lo studio è bianco, la scrivania di vetro satinato, la piccola libreria, la Barcelona sulla quale sono seduto, la base in marmo di Carrara della preziosa lampada Arco, persino il classico lettino. Ansia. Cerco di nasconderla, rompendo lo sgradevole silenzio.
«Dottore scusi la maleducazione, non mi sono neanche presentato! Sono Egidio Petruzzelli.» Se dice “come il teatro”, fingo un infarto e mi butto giù dalla sedia.
«Petruzzelli, come il teatro di Bari… parente?»
Non ce la posso fare… «Del teatro?
Ride fragorosamente. «Dei Petruzzelli. Non si preoccupi, Egidio, era preso dal racconto. Va bene così, avremo modo di conoscerci.»
«Ero molto teso…»
«Il suo imperfetto mi rassicura che ora si trova più a suo agio, e questo mi fa molto piacere. Le ripeto, va bene così! Anzi, qui può parlare liberamente – deve! – e se ne sente il bisogno può anche urlare o piangere. »
Bene! All inclusive, chissà se nella parcella sono comprese anche le sberle.
«Sono qui per ascoltarla, non per giudicarla, e tutto quello che dirà…»
«Potrà essere usato contro di me!»
Ride di nuovo. «Tutto ciò che dirà rimarrà tra lei, me e i pesci dell’acquario alle sue spalle.»
Istintivamente mi volto. Non avevo visto il grande acquario, inglobato in una struttura di metallo laccato bianco, pieno di flora bianca, pesci incredibilmente bianchi e persino un relitto in scala di un galeone spagnolo, anch’esso bianco.
Mi investe un senso di oppressione.
«Vedo che le piacciono i colori!» e un sorriso di circostanza accompagna la mia battuta.
«Amo il bianco, è vero. La somma di tutti i colori per alcune culture, la loro totale assenza per altre. Come diceva Einstein “nulla è assoluto, tutto è relativo”. Per me è purezza, ordine mentale, semplicità e leggerezza, ma è evidente che per lei indica freddezza e distacco.»
Quale freddezza e distacco, mi manca proprio l’aria! «Non è vero, lo trovo molto elegante, lineare, pulito.»
«Torniamo a noi, Egidio. Le ho detto che con me può parlare tranquillamente, senza remore. Una cosa sola le chiedo…»
Vorrà i soldi in anticipo? «Mi dica.»
«Sincerità.»
Sospiro drammatico.
Chissà che mi credevo. È difficile essere sinceri con gli altri, quando non si ha il coraggio di esserlo nemmeno con se stessi.
«Può stare tranquillo dotto’, sono una persona molto sincera.»
«Allora andremo d’accordo. Lei è qui perché è consapevole di vivere un disagio.»
No, ero indeciso mare o psichiatra!
«Certamente!»
«Buon segno.»
Allora posso andarmene, ho risolto. Sarà pure buon segno, ma avere un problema e non riuscire ad affrontarlo, caro il mio bel Felice, non porta da nessuna parte. Anni che rimando la terapia, e invece per lui basta prendere atto che sono un disagiato e la cosa già inizia a migliorare! Ma una cosa – una! – che non sia una banalità da terza media, la sa dire questo dottorone?
«Questo mi solleva… Dottore, non mi fa sdraiare sul lettino?»
«Se vuole… di solito non lo utilizzo nei primi incontri.»
«L’ho sempre visto nei film, posso?»
«Prego.»
«È molto comodo, il rischio è di addormentarsi dopo una giornata di lavoro.»
«Se vuole, per me…»
Te piacerebbe!
«Scherzavo. Preferisco rimanere vigile, ovviamente.»
Anche se… non so neppure più da quanto non dormo senza incubi…
«Avrei bisogno di qualcosa che la descriva. La sua età, che lavoro fa, quel che vuole raccontarmi di sé…»
Qualcosa che mi descriva? No, Marzullo no, per favore! Dovevo seguire la lista di Google. Rivolgo gli occhi al soffitto senza muovere il capo, sbuffando.
«Cinquanta, militare pacifista e… comunista disilluso.»
«Sintetico!»
«Cinquanta gli anni…»
«Fin là ci ero arrivato.»
«Militare perché sono un militare. Pacifista perché sono un pacifista; di conseguenza, militare pacifista.»
«Sembra una contraddizione in termini.»
«Trova?» Eccone un altro che vive di stereotipi, che associa la divisa alla guerra, al militare brutto, sporco e cattivo.
«Comunista disilluso?»
«Quanto tempo ho a disposizione?»
«Non molto, a dire il vero.»
E no aspetta zio, qui sì che ci vuole tempo: prima stuzzichi e poi mi raffreddi con un “non molto”. “Si può essere comunisti a vent’anni ma solo chi è senza cervello può ancora esserlo a quaranta” lessi da qualche parte. Dai, a una certa età sventolare bandierine o indossare magliettine del Che, mi mette tanta tristezza. Io sono concreto e poi… poi vogliamo parlare della spocchia che hanno molte persone di sinistra oggi? Detentori della verità assoluta… Quanto mi fa incazzare questa cosa!
«Ha ragione dottore, è un concetto molto articolato. Diciamo che non mi riconosco nella sinistra attuale; sono stato un “communista”, con due emme come diceva Mario Brega nel film Un sacco Bello di Verdone, lo scriva sul suo taccuino, però aggiunga “tradito”. Lo sa che Verdone dovette faticare per convincere l’attore, di idee politiche diverse, a girare quella scena?»
«Questo particolare non lo conoscevo. Torniamo al motivo per cui è qui: da quanto tempo vive questo disagio?»
Scoprilo tu, Doc Total White, indaga e guadagnati il pane. Tu e i tuoi diplomi appesi sottosopra…
«Mia madre dice che avevo l’ansia di venire al mondo, che appena avuto il collo fuori dalla sua vagina, già mi preoccupavo dell’indice di Apgar… Volevo il dieci! A parte questo, non ho memoria di quando siano cominciati i miei problemi.»
Sempre più stizzito: «Ha citato sua madre, mi parli un po’ del rapporto con i suoi genitori.»
Mi mordo la lingua: «Normale, come tanti credo, con alti e bassi.»
Lo sapevo, era una domanda che mi aspettavo prima o poi. Quanto sei banale!
I mie genitori? Non avrei potuto chiedere di meglio. Persone umili, che si vogliono bene ancora dopo cinquant’anni di matrimonio, sempre presenti in tutti i momenti della mia vita. Una vicinanza fondamentale e sempre discreta, in punta di piedi.
«Significa tutto e niente, quello che per lei è normale, non è detto che lo sia per un’altra persona.»
Non ci credo, sto pagando un medico per farmi fare il pippotto sulla normalità. Come quelle persone che quando ti separi ti dicono che la colpa è sempre al cinquanta per cento. E che due coglioni!
«“Ordinario”, è più corretto?»
«“Usuale”, direi… Ha fratelli, sorelle?»
«Ho tre fratelli e una sorella, tutti più grandi. Io sono l’ultimo, the guest star
«È sposato?»
«Separato, con sei figli.»
Ora sbuffa lui. «Che rapporti ha con la sua ex-moglie?»
«Ottimi.»
«E con i suoi figli?»
«Ottimi, abbiamo formato una squadra di calcetto, cinque più due riserve.»
«Torniamo agli episodi che le sono capitati, le circostanze…»
«È capitato più di una volta, anzi, ormai è usualeTi do un aiutino, dai! «Soprattutto quando devo firmare o scrivere davanti ad altre persone. Credo di dare troppa importanza anche alle piccole cose.»
Sono i due, tre minuti più lunghi della mia vita. Purtroppo mi carico d’ansia per qualsiasi cosa. Come un’apneista… solo che, mentre il sub nuota e ha il perfetto controllo dei propri movimenti, io ho la sensazione di affogare, sono scoordinato e non riesco a raggiungere la superficie. Poi, di colpo, i sintomi scompaiono, mentre l’imbarazzo rimane cocente, logorando le mie poche certezze e facendo affiorare altre insicurezze. Così mi preparo per la volta successiva e convivo con la paura che avvenga di nuovo, cosa che puntualmente accade. Ecco, dovrei dirtelo: vivo nel paradosso di avere paura della paura.
Continua a prendere appunti. «La vedo assente… Mi dica, con gli amici ne ha mai parlato?»
«Ho il difetto di pensare troppo. In quanto agli amici, non esplicitamente… nel senso che l’hanno percepito, ma non ne ho mai parlato davvero.»
«Con i colleghi?»
«Figuriamoci! Iene, i colleghi.»
«Con se stesso?»
«Ogni tanto in effetti, parlo da solo.»
È un continuo discutere… forse è proprio una delle cause di questo malessere. Autocritico e severo, mi faccio sempre una miriade di domande. Provo sinceramente invidia per tutte quelle persone piene di sicurezze, che parlano di tutto e, anche se dicono castronerie, o non se ne rendono conto o se ne fottono. Ma mica te lo dico. Dovrai arrivarci da solo.
«Bene! »
«Come bene?»
«Niente, valutazioni.»
Cazzo valuti?! Mi stai irritando; forse ho tirato troppo la corda.
«Egidio, le faccio un’ultima domanda. Cosa si aspetta da me?»
«Supporto?»
Sorride.
«Può dirlo…»
«Consiglio.»
«Si sforzi un pochino di più.»
Parlo sottovoce: «Aiuto.»
«Prego?»
«Aiuto!»
«Così va meglio. Non c’è niente di male nel chiedere aiuto. La terapia che ho intenzione di intraprendere con lei, è del tipo cognitivo comportamentale che per questo tipo di problematica è quella risultata essere, a oggi, la più efficace. È relativamente breve, ma l’importante è che lei sia disposto a mettersi in discussione, a scavare nel profondo e soprattutto, a essere collaborativo. S-i-n-c-e-r-i-t-à, lo dico per il suo bene. Si faccia dare un appuntamento per la prossima settimana dalla mia segretaria.»
Tana per me.
«Va bene dottore… mi dica però se il problemino è risolvibile»
«Dipende tutto da lei, da quanto è disposto ad aiutarsi.»
«A presto dotto’!»
«Ah! Signor Petruzzelli…»
«Dica.»
«Sa qual è il motivo per cui sono nei primi dieci professori segnalati dal suo amico Google? – un brivido mi si allunga per tutto il corpo, mentre il medico mi sorride perfido. – So fare il mio mestiere. Per cui la settimana prossima fingeremo che sia la prima seduta e lei eviterà di offendere la sua intelligenza ripetendo il teatrino di oggi. Siamo d’accordo?»
Posso solo annuire, mentre le guance si colorano e il panico si sveglia nelle mie viscere. Appena il dottore abbassa lo sguardo sui suoi appunti, esco. Senza fretta, mentre mi calmo, mi dirigo verso l’uscita passando prima dalla segretaria. Una bella ragazza mora, con camice e unghie bianchi che sembra uscita dal Comics. Le domando il costo della seduta.
«Il dottore le ha già fatto il piano terapeutico?» chiede con l’aria da professoressa di matematica un po’ acida.
«Mi ha detto di prendere un appuntamento per la prossima settimana, per la terapia comportivo-cognimentale».
E adesso cos’è quel cazzo di sorrisino ironico? Prendi per i fondelli, stronzetta biancovestita?
«Ho capito. Sono duecentottanta euro per questa visita “conoscitiva”. Duecento per la vera prima visita della prossima settimana. Poi le successive verranno ottanta euro l’una, con cadenza decisa dal professore.»
«Ti credo che è Felice.»
Lei ride. Le porgo trecento euro. Non ha il resto a portata di mano e per cambiare deve scendere dallo sgabello: scompare sotto il bancone, sarà alta un metro e mezzo e tutta la sua aria ieratica si brucia così…
Trattengo le risa, intasco il resto salutando e mi avvio all’uscita.
Riemergo dal seminterrato, prendo un gran respiro, guardo in alto al cielo, poi attorno a me ed esco dal portone principale. Mentre mi dirigo verso la fermata della metropolitana, ripercorro l’incontro con lo psichiatra. Aver esposto per la prima volta a qualcuno il mio problema mi fa sentire più leggero, nello spirito e… nel portafogli.
Mi ha stupito! Non immaginavo che scoprisse il mio gioco subito. Ha capito perfettamente che non ero sincero e mi ha lasciato parlare per quasi un’ora di idiozie… Oh cazzo! Ho bruciato duecentottanta euro, prendendo per il culo un professionista e me stesso. Che botta!

Salgo sul vagone della metro, sperando che tutto vada per il meglio, poi una domanda mi folgora: “Duecentottanta, duecento, ottanta euro… e se fosse stato il primo della classifica?”

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