Rinata all’inferno – di Elisa Savoldelli

Nella settimana dedicata al #male ci troviamo per le mani questo racconto nato da un incipit di mille caratteri vincitore del mensile concorso fra Parolanti. L’Autrice l’ha passato all’editor Laura Massera e questo è il risultato, che condividiamo con voi. Buona lettura.

Che caldo, mannaggia! SI CREPA!

Buffi, questi modi di dire. Avrò le piaghe sui piedi? Bruciano! Cerco di guardarli, ma non li vedo. Continuo a camminare. DAREI L’ANIMA, per un bicchiere d’acqua! Dicono che ci si abitua a tutto, con il tempo, ma a questo inferno non mi abituerò mai. Non c’è nemmeno un orologio, in questo schifo di posto; d’altronde non serve.

«Seguitemi! Di qua!» grido alla fila di persone dietro di me, ancora un giro e ho finito, mi aspetta la mia meritata pausa.

Eccolo! Il mio superiore! Fa vorticare la coda, deve essere molto arrabbiato, mi avvicino appena, cercando un po’ d’aria tiepida prodotta da quel movimento nervoso.

«Un bambino, cazzo!» lo sento sbraitare passandogli accanto, «È troppo perfino per me»

Giro a destra, poco dopo il simpatico vecchio incatenato, accennando un saluto con il capo.

«Di qui, ci siamo quasi. Attenzione a quel dirupo!»

Accompagno il gruppo a destinazione, e torno sui miei passi.

Ancora un giro, l’ultimo, il peggiore.

“Il paradiso lo preferisco per il clima, l’inferno per la compagnia”

Chi aveva detto una cavolata simile? Di sicuro non l’ha vissuto, l’inferno! Chi gradirebbe la compagnia di assassini, stupratori, ladri? Sono quasi tutti cattivi, qui. Nel profondo dell’anima.

Lo vedo da lontano, quel gruppo schifoso immobile, che mi attende. Mi avvicino, camminando piano, cercando a ogni passo di ricacciare in gola l’odio. Inspiro, espiro.

Un grosso uomo al centro blatera e gesticola, attirando la più completa attenzione di quegli sguardi immondi. Si zittisce, appena mi vede. Mi rivolge un sorriso; i denti sono più bianchi di quell’ingannevole collarino che spicca al collo.

Devo trattenere l’impulso che mi stringe lo stomaco e mi fa tremare le mani: come glieli strapperei volentieri, quei denti! A essere sincera non sono l’unica cosa che strapperei, a quel porco. A questi porci.

Ma non posso, se voglio continuare a fare il mio “lavoro” devo comportarmi bene. Sono stata scelta, anzi noi siamo stati scelti, perché non abbiamo mai fatto male a nessuno, se non a noi stessi.

So quello che gli spetta, nella grotta a loro dedicata, e un po’ mi rincuora; ma quelle anime candide, cosa hanno fatto di male? Poveri piccoli angeli, con i loro dolci faccini deturpati da troppo dolore e da lacrime crudeli.

«Seguitemi. E guardate dove mettete i piedi» gli schifosi mi seguono, il prete apre la fila.

Scendiamo un infinito numero di scalini. Il caldo è sempre più opprimente. La luce è sempre più soffocata.

Il male e la cattiveria mi perforano la testa, simili a delle grida fortissime, appena apro il grosso portone della loro grotta nera e cocente. Mi porto inutilmente le mani alle orecchie.

«Dentro!»ordino a quegli esseri ripugnanti.

Il prete è il più nauseante. Si inginocchia. Piange. Prega. Non voglio togliere le mani dalle orecchie, le urla mi stanno facendo impazzire. Do un calcio a quel grosso culo flaccido, spingendolo dentro il suo inferno. Lo guardo piagnucolare, sembra un bambino. Questa associazione di immagini è incredibilmente crudele. Chiudo il portone e corro, anche se i piedi bruciano, corro. Scappo da quelle tenebre, scappo da quelle grida, scappo da quel male, scappo dalla vicinanza di quegli uomini spregevoli!

Corro verso la mia pausa. La pausa, ha un significato diverso, qui.

Nella mia vecchia vita, anzi dovrei dire nella mia vita, era un caffè, caldo ma non troppo, una sigaretta aspirata con calma, fumo velenoso che mi coccolava i polmoni. Silenzio e tranquillità disturbati appena dal dolce rumore di pagine sfogliate. I libri, leggere era la mia ossessione. Ho conosciuto un uomo, qua, che ha quasi ucciso il suo collega perché gli rivelava il finale dei gialli. Ecco, allora forse no, non era un’ossessione. Era amore, il mio unico amore.

Qui è tutto diverso. Pausa significa che non ho nessuno da accompagnare al suo inferno, ma non ho nemmeno un angolo che non sia cocente per potermi sedere. Non è silenzio. Non c’è mai silenzio, qui. Urla strazianti, lamenti e singhiozzi sono la mia colonna sonora. La pausa è solo tempo che scorre, o forse che rimane fermo dove è. Caldo. Vapore. Fiamme. E soprattutto non ci sono libri.

Sono qui da quanto? troppo tempo! O forse troppo poco, confronto a quello che mi spetta. Io sono sempre uguale, ho ancora 28 anni, e ho ancora quell’orribile solco rosso sul collo. Almeno così mi ha detto il vecchio, l’unico con cui parlo.

Lui non è cattivo. O forse non è troppo cattivo. Ha ammazzato il compagno di sua figlia; la insultava, la picchiava, la faceva sentire sbagliata per tutto. L’ha solo difesa, il vecchio… il padre. Voleva solo vederla tornare a vivere, a sorridere, ad essere la sua grande bambina felice.

Non sono mai stata religiosa. Capisco la differenza tra bene e male, in linea di massima. Ma sono sempre stata atea, agnostica? Non so, non mi ponevo domande e non cercavo riposte. Tentavo solo di essere una brava persona.

Dio perdona i peccatori pentiti, mi pare.

***

«Non sono pentito, cara. Era la mia bambina, era tutta la mia vita» una lacrima fa capolino dal suo triste occhio contornato da una leggera ragnatela di rughe, scende piano, scivolando sulla sua guancia barbuta. Mi rivolge il suo sguardo, triste, rassegnato, ma nel contempo sicuro e pieno d’amore. «Ora avrà una vita felice, la mia piccola…». Le sue magre mani stringono le mie.

***

«80886!!»

La terra trema, i miei occhi si spalancano, spaventati, come succede ogni volta che sento quel vocione. Abbandono i miei ricordi e mi alzo; piedi uniti, schiena dritta. Pancia in dentro, petto in fuori.

«Agli ordini!» urlo di rimando, tenendo lo sguardo fisso davanti a me, su quell’orribile petto ricoperto di fiamme ed ustioni.

«La tua pausa finisce qui. C’è un arrivo speciale.» Si abbassa, portando il suo viso alla stessa altezza del mio. È orribile, il grosso nasone storto, i denti minuscoli e gialli, le orecchie sproporzionate, le spaventose e rosse corna… ma la parte veramente orribile sono i suoi occhi; quelle piccole e lucide pupille, troppo vicine e nere come il carbone.

«È soltanto lavoro, il tuo,.» mi sussurra. Credo di non averlo mai sentito parlare a bassa voce in tutto questo tempo. «quindi rispetta le regole. Tieni questa mappa.» Poi, rialzandosi, tuona «Alla base! Vai!»

Cammino spedita verso la base, stringendo in mano quel piccolo foglio ingiallito che non ho avuto tempo di guardare. Una mappa! A cosa mi serve, una mappa! Conosco ogni strada, qui. Ogni caverna, ogni dirupo, ogni pietra.

Il demone che mi attende è spaventosamente alto. Sarà uno nuovo?

Affretto il passo, loro odiano aspettare.

Il mio respiro si arresta, mentre il mio sguardo intreccia quello dell’ “arrivo speciale”. Un bambino, cazzo, è un bambino.

Rivolgo i miei occhi incuriositi alla guardia, la solita. Non era altissima, Paola! Era affiancata ad un… non riesco nemmeno a pensarlo. Cosa ci fa qua?

«80886, sai cosa fare, giusto?»

«Sì, signore!» rispondo mentre spiego la cartina.

«Allora vai!» mi ordina.

Mi avvicino al piccolo. È terrorizzato. I suoi dolci occhi sono zuppi di lacrime. Mi inginocchio davanti a lui. «Io sono Paola,» gli sussurro all’orecchio «vieni con me». Lui mi tende la manina.

«Posso sapere il tuo nome?» chiedo mentre mano nella mano percorriamo il sentiero segnato in rosso sul foglio. Lo sento tirar su con il naso, poi, una voce candida, come non ne sentivo da una vita, mi risponde.

«Luca»

«Ok Luca, siamo arrivati» dico mentre accartoccio la mappa e busso a quell’enorme portone; non ci sono chiavi, qui. Il piccolo continua a tenere la sua mano stretta alla mia.

Una ragazza esageratamente magra, con spessi occhiali da vista, ci appare davanti.

«3106, benvenuto, ti stavamo aspettando!» mi rivolge un sorriso tirato mentre allunga il braccio verso Luca, che rimane agganciato a me, con la sua morbida manina. «Lo so, hai paura, è comprensibile. Ma non devi averne, è bellissimo, qui dentro, e ci sono tanti altri bambini con cui giocare» Il piccolo non si muove di un passo, ha lo sguardo incollato al pavimento. Mi stringe ancora più forte.

Mi rannicchio davanti a lui e gli sorrido, mentre con la mano libera sposto una ciocca di capelli dalla sua fronte. Emozioni dimenticate mi travolgono mentre i miei occhi si fermano nei suoi, pieni di paura e di supplica. «Ti accompagno» dico ad alta voce mentre mi rimetto in piedi.

Un insieme di soavi vocine mi immerge, mentre allungo i primi passi all’interno.

«Giochiamo a nascondino?» «No, giochiamo a mosca cieca!» «Dove è la mia mamma?» «Chi ha preso il pallone? 1066 ridammi il pallone! È mio!»…

La grotta è luminosa e colorata. Ai lati spiccano simpatiche decorazioni e teneri disegni incerti.

«Bambini, silenzio un attimo! Questo è 3106!» dice la secca poggiando una mano sulla spalla di Luca.

«Ciao 3106» rispondono i piccoli in coro prima di tornare alle loro faccende.

Mi rivolge uno sguardo scocciato «Grazie 80886, ora puoi andare, penso io a lui»

Annuisco e mi abbasso di nuovo alla sua altezza, «Ciao, Luca. Ora devo andare, ma passo presto a trovarti.» «Me lo prometti?» «Si, promesso.»

Mi accascio a terra. La schiena poggiata al portone, e le lacrime che mi pungono gli occhi e il naso, ora posso lasciarle andare.

«80886! Tutto bene?» «Si. Tutto bene» mento al mio superiore mentre passo il dorso della mano sulle guance bagnate.

Mi guarda, mi studia, con quei suoi occhi meschini. Si siede a gambe incrociate davanti a me, la sottile coda si abbandona a terra.

«So che non è facile,» la sua voce è leggera «ma credimi, c’è un motivo, se loro si trovano qui» indica con lo sguardo il portone alle mie spalle «Può sembrare ingiusto, e forse lo è. Forse sono tutte queste regole, che sono ingiuste. Ma si troverà bene lì, 95888 è un’ottima insegnante, la classe non è molto numerosa, e riesce a seguirli tutti al meglio» mi rivolge un sorriso, tentando di renderlo rassicurante.

«Perché è qui? Cosa ha fatto? Non può essere cattivo”! È soltanto un… soltanto un bambino!”

La sua risposta è solo un prolungato silenzio. «Posso passare a trovarlo ogni tanto?» «Certo, 80886, tutte le volte che ne hai tempo…» prima la sua coda, e poi le sue gambe, si alzano. Il suo tono di voce torna autorevole «Mi spiace, per la tua pausa. Torna alla base adesso, sta arrivando il gruppo». Annuisco e scatto in piedi.

Uno dopo l’altro accompagno i gruppi a destinazione. Ora la pausa è il mio pensiero fisso, l’angoscia la mia compagna, vedere Luca il mio desiderio.

«Ciao Pa… ehm… 80886!» la sua vecchia voce mi riporta alla realtà.

«Ciao» rispondo, cercando un sorriso che rifiuta di comparire.

«Che visino triste. Non è giornata, oggi?» il suo sorriso è così luminoso che riesce a sostituire il mio. Vorrei andare da Luca, vorrei vederlo, abbracciarlo, stringerlo forte a me, rassicurarlo, convincerlo e convincermi che andrà tutto bene. Ma a occhio e croce dovrebbe essere sera, se non notte inoltrata. Probabilmente starà dormendo.

Mi siedo accanto al vecchio, mi afferra dolcemente le mani «Qualcosa non va, piccola?» senza riflettere gli racconto tutto, mentre altre lacrime mi scivolano dagli occhi. Sarà che sono sempre stata sola, nella mia vita e qui. Sarà che non ho mai chiesto aiuto, e so come è andata a finire. Non fa bene, tenersi tutto dentro, la lezione ora l’ho imparata. Ho bisogno di qualcuno con cui parlare, qualcuno che mi ascolti. Ho bisogno di un punto di vista diverso dal mio, d’altronde magari è giusto così, è così che deve andare qua… o no? Ognuno ha il proprio inferno.

«Un bambino? Oh Gesù, e che cosa ha fatto?» scuoto forte il capo a destra e sinistra, senza avere più fiato per dire una parola. I singhiozzi mi stanno offuscando la vista e riempiendo i polmoni. «Vieni qui, piccola, vieni qui…» abbandono la mia testa sul suo petto, mentre le sue braccia mi stringono forte. Ora lo so, non sono più sola.

La giornata trascorre come sempre. Gruppi da accompagnare, chilometri macinati a piedi nudi, tra sassi appuntiti come lame e rocce bollenti come olio. Ma ora ho un motivo per stare qui, si chiama Luca. Penso a lui, mentre avanti e indietro dalla base faccio il mio lavoro. Come vorrei portargli un fiore, quando andrò a trovarlo. Gli mancheranno, i fiori. I miei bambini adoravano correre nel prato, in primavera, e fermarsi ad annusarli, ad accarezzarli. A osservare una pigra ape dedicarsi a quel cuore giallo. «Non strappateli, bambini! Lasciateli dove stanno.»

Un gruppo… ancora uno!

«Entrate!” chiudo il portone e corro. Non ho mai corso per andare in qualche inferno, correvo solo per scapparne, ma ora è diverso.

La strada me la ricordo, è abbastanza lontana. Corri Paola, corri.

Busso al portone con tutta la forza che ho in corpo, riversando la mia apprensione e la mia felicità in quel semplice gesto.

«Ciao» dice la secca aprendo.

Mi precipito dentro guardandomi intorno piena di gioia, lo cerco ma… Luca non c’è! Un gruppo di bambini gioca a palla, un altro disegna, due bellissime bambine, bionde con lunghi capelli legati in una treccia fatta a regola d’arte e occhi azzurri come il cielo giocano con le bambole, un groppo mi stringe la gola.

«Cerchi 3106, vero?» «Sì! Dove è Luca?» «Seguimi» e finalmente lo vedo, il mio cucciolo, rannicchiato in un angolo con lo sguardo triste rivolto alle sue scarpe. Giocherella noiosamente con le stringhe.

«Luca!» grido mentre lo raggiungo. Lui alza i suoi occhioni da terra, e per un momento, guardandomi, sembra che si illuminino.

«Paola!» urla con la sua dolce vocina mentre si alza e mi corre incontro. Lo stringo forte a me. Deve sentirsi così solo, qui. Così spaventato, disorientato, triste! «Sei passata davvero a trovarmi!» «Certo, piccolo! Te l’avevo promesso!» rispondo facendo grossi respiri per ricacciare indietro le lacrime, annuso i suoi capelli. Che profumo hanno i bambini. Sanno di biscotti, di miele, di buono.

«Come stai?» gli chiedo slacciandomi da quell’abbraccio che avrei protratto all’infinito. «Mi manca la mia mamma…» «Qui come ti trovi? Come è l’insegnate? Gli altri bambini come sono? Giochi con loro? Ho visto che hanno un pallone bellissimo, con tutte le lucine» «Quando posso tornare dalla mia mamma?» «Non lo so tesoro, non lo so». Ora le lacrime non riesco più a trattenerle. Ora è lui che mi abbraccia.

«Adesso devo andare» dico tuffando di nuovo il naso in quella chioma profumata. Respiro a fondo, voglio ricordarmi questo aroma per il resto della giornata. «Passo più tardi. Tu prova a fare amicizia con qualche bambino» annuisce appena, sento i suoi capelli solleticarmi le narici. Lo saluto. Un bacio sulla fronte.

Appena ne ho occasione torno a trovarlo. Sempre correndo. Con felicità e compassione che fanno a botte nel cuore. È quest’ultima che prevale, quando lo trovo di nuovo rannicchiato in un angolo, da solo.

Mi avvicino piano stavolta, senza urlare il suo nome, senza correre. Lo osservo, passo dopo passo. Piede destro davanti, Luca arrotola la stringa sull’indice. Piede sinistro, e la srotola. I suoi occhi sono spenti.

«Ho un regalo per te» dico sedendomi accanto a lui. Il piccolo sussulta, poi mi sorride. Gli mostro un sassolino a forma di cuore «Grazie, Paola» che per lui è solo un sassolino. A forma di cuore.

«Come stai?» lui non risponde, mi rivolge il suo sguardo disperato.

Prendo le sue morbide e calde mani nelle mie, come aveva fatto il vecchio con me. «Io sono tua amica, Luca. Se hai bisogno ci sono.»

«Mi manca la mia mamma.» «Lo so piccolo, lo so.» «Non mi ricordo quasi più…» il pianto lo interrompe. Stringo più forte le sue manine «la sua voce» «Pensala tesoro, pensa a un episodio particolare, vedrai che la senti» mentre nella mia mente i miei bambini si tengono per mano cantando girotondo.

«Era bella la mia mamma, era la mamma più bella di tutto il mondo»

«3106 è ora di andare a nanna» la secca mi rivolge uno sguardo perfido.

«Buonanotte, piccolo! Ci vediamo domani.» Lo saluto. Un bacio sulla fronte.

Pausa. Corro. Busso. Entro. Lo cerco. Lo vedo. Rannicchiato. Solo.

«Ciao Luca!» mentre la mia mano scompiglia i suoi capelli profumati.

«Paola. Non mi piace stare qui. Voglio la mia mamma.» «Non puoi stare con la mamma, adesso» «Allora voglio stare con te!» Mi siedo accanto a lui. «Parliamo un po’, ti va?» annuisce.

«Cos’è l’ultima cosa che ti ricordi prima di venire qua, piccolo?» «La macchina.» «Di mamma?» «No, del mio papà» E la giornata? Te la ricordi?» annuisce, ancora. «Ti va di raccontarmela?»

«Mi sono svegliato ed è passata a prendermi la mia nonna. Mi ha portato al parco. Poi a mangiare il gelato, anche se la mamma prima di pranzo non vuole. Abbiamo mangiato insieme al nonno, poi ho giocato con le macchinine, con il nonno…» è concentrato, gli occhi chiusi forte, e le manine strette a pugno «Poi ho mangiato ancora il gelato, al cioccolato, no forse era alla panna, non me lo ricordo più. E poi la nonna mi ha portato a casa dalla mia mamma. La mia mamma mi ha abbracciato forte forte quando sono arrivato. Ma aveva gli occhi bagnati.» «Gli occhi bagnati?» «Si. Aveva pianto.» Due lacrime riescono a scivolare dai suoi occhioni chiusi. «Matteo stava dormendo…» «Matteo è il tuo papà?» «No è il mio fratello piccolo. Il mio papà era a lavorare. Allora la mia mamma mi ha detto di non fare casino, perché Matteo stava dormendo. Era nella culla in sala. Io e la mamma ci siamo seduti sul divano a guardare i cartoni. Poi Matteo ha iniziato a piangere forte forte. La mia mamma ha urlato basta Matteo e poi… e poi una parolaccia, che non posso dire…» gli sorrido, anche se lui non mi vede. «Smettila di piangere non ti voglio più sentire. E poi è andata via e stava piangendo. Io mi sono alzato e ho tappato la bocca a Matteo, così smetteva di piangere. E anche la mamma smetteva di piangere. Quando è ritornata in sala io avevo ancora la mano sulla sua faccia» dei brividi gelati mi disegnano la spina dorsale, sembra di essere al polo nord ora, non all’inferno. «E poi non mi ricordo molto bene. La mamma mi sposta e prende in braccio Matteo che non stava più piangendo. Ma lei piangeva ancora. Poi ha chiamato il papà. E poi è arrivato il papà. Siamo saliti in macchina. La mamma aveva sempre Matteo in braccio. Il papà guidava. La mamma urlava e piangeva, ma non mi ricordo. E poi il papà si gira verso la mia mamma, andrà tutto bene, e poi un grosso camion ci viene addosso» spalanca i suoi occhioni -bagnati- e mi guarda. Lo abbraccio forte per non fargli vedere i miei occhi. Bagnati.

«Piccolo, piangi, se ti va» gli sussurro all’orecchio e lui si lascia andare in un grosso pianto. Trema, tra le mie braccia.

«Mi porti via con te?» «Domani, tesoro» e una stupida idea si affaccia ai miei pensieri. Ma sì Paola, proviamoci, cosa abbiamo da perdere? Lo tengo stretto ancora un po’, lo respiro, ancora un po’. «Ciao Luca». Un bacio sulla fronte.

Pausa. Corro da lui, inseguita da mille pensieri. Arrivo. Busso. Entro.

«Ciao piccolo», è al solito posto, solo. Ma oggi lo porto via con me.

«Paola!» «Ascoltami bene tesoro» gli dico mentre mi inginocchio davanti a lui legandogli strette le stringhe delle scarpe «Ti porto via da qui, staremo insieme, ok? Però devi ascoltarmi. Devi fare quello che ti dico, e soprattutto non devi avere paura, ci sono io con te. Non sei solo. Me lo prometti?» «Te lo prometto» «Bravo, allora ascolta…» mi avvicino parlando piano al suo orecchio.

Quando ho finito di esporgli il piano lo guardo dritto negli occhi, prendendo le sue mani tra le mie. Ha paura. Ma annuisce piano. «Hai capito?» chiedo rimanendo a studiare il suo sguardo. «Ho capito» «Bene, tieni» gli allungo un pezzo di carta. Si alza.

La sento piangere, sorrido, mentre alle orecchie mi giunge la voce di una bambina che grida «maestraaaa!». È il momento. La vedo precipitarsi da lei. Lo vedo corrermi incontro. Gli afferro al volo la mano, mentre mi passa accanto, e scappiamo. Via. Fuori dal portone. Corro. Corre. Corriamo. Insieme.

«Per di qua, Luca» dico indicandogli una rientranza tra le rocce alla nostra destra. Ci sediamo, prendendo fiato, in silenzio, prestando attenzione ad ogni rumore, ogni passo, ogni voce.

«È andato tutto bene?» ha gli occhi impauriti e divertiti allo stesso tempo. Mi ricorda Giovanni, quando lo portavo al parco divertimenti. Scendeva dalle montagne russe tremando, con lo stomaco sottosopra, il suo viso era vistosamente pallido “posso fare ancora un giro?” ma vistosamente elettrizzato.

«Tutto bene, tutto come mi hai detto te. Ho fatto finta di strappare i disegni, ma invece ho strappato il foglio che mi avevi dato tu. Ma la bambina piangeva. È colpa mia…» «Tranquillo, tesoro» dico immediatamente per fermare quel velo che sia sta posando sui suoi occhi. «Non è successo niente. Ci serviva un diversivo, i disegni li ritroveranno, e si accorgeranno che era solo una stupida mappa!» «Hai detto una parolaccia» «Hai ragione, scusa. Pronto?» Annuisce, ci alziamo. Mi prende la mano. Ora viene la parte difficile.

Corro. Corre. Corriamo. Insieme.

Lascio la sua mano.

«Ora vai da solo, Luca. Fermati là, vicino a quella roccia storta. Ricordi tutto?» «Ho paura Paola» «Non devi. Io sono qua. Ricordi tutto?» «Si” “Allora vai, tesoro!»

Io rimango ferma, lo osservo. È stato bravo, il mio piccolo. Sarà bravo, il mio piccolo. Staremo insieme.

Si guarda intorno impaurito e si siede, di fianco alla roccia. Le gambe incrociate, i pugni stretti.

Sento i suoi passi. È vicino.

Un tuono: «TU!»

Il temporale: «COSA CI FAI QUI? CHI SEI? DAMMI IL TUO NUMERO!»

Ha paura, il mio piccolo, ha paura. Non guardare di qui tesoro, non guardarmi.

«3…1…0…6» mormora a quell’orribile demone, mormora al mio supervisore, fissando il fiocco stretto che ha alle scarpe.

«Mi… mi sono perso… vo… volevo uscire un po’ e mi sono perso»

«ALZATI, TI ACCOMPAGNO IO»

Corro, corro, corro. Strappo con tutta la forza che ho in corpo le chiavi dal suo cinturone. «Corri!» gli urlo, corre. Mi raggiunge e si aggrappa alla mia mano. Lo sento respirare a fatica, o forse sono io che sto respirando a fatica.

Sento i suoi passi dietro di noi. Ci raggiungerà presto. Ci deve raggiungere.

«FERMATEVI! DOVE CREDETE DI ANDARE?» È alle nostre spalle… così vicino.

Mi arresto. Mi volto verso il demone.

Luca si nasconde dietro di me. Forse hai fatto una cazzata, Paola.

«Allora. 80886, cosa credevi di fare? Lo sai che non si può scappare da qui. Dammi le mie chiavi.» afferra il suo walkie talkie urlando dei codici, che conosco.

Rimaniamo in attesa del nostro accompagnatore. Immobili. Luca dietro di me, abbracciato alle mie gambe. Io ferma davanti a quel mostro, piedi uniti, pancia in dentro e petto in fuori.

Il suo vocione rompe il silenzio «Finalmente 16611, ce ne hai messo. Accompagnali dove stanno quelli come loro, i ladri» «Agli ordini signore« un ragazzo orribile, con mezza testa saltata -forse è stato un proiettile- ci dice di seguirlo. So dove ci porterà.

«Staremo insieme, adesso» sussurro al piccolo. Ho le lacrime agli occhi. Gli prendo la mano.

«ALT!» il suo inconfondibile tono.

Ci voltiamo tutti e tre, allarmati. «16611 LASCIALI ANDARE! ORDINI DALL’ALTO» «Dall’alto?» chiede timidamente «Dall’alto-alto.» una smorfia accompagna il suo viso orribile. Annuisce, il ragazzo, mentre ci regala uno sguardo perplesso. «vuole vivere» dice il demone avvicinandosi a lui, usando quel suo inusuale tono di voce pacato «la vita ha importanza per lei, ora. lasciali andare» «e il bambino?» risponde, urla «LASCIALI ANDARE 16611! È UN ORDINE. NON DISCUTERE»

Incredula guardo Luca, mentre le nostre mani rimangono avvinghiate.

La corda si spezza.

Mi ritrovo a terra, tantissimi puntini neri danzano attorno a me. I polmoni si fanno sentire, avidi di aria. Respiro piano, a piccole boccate.

Sono viva.

Mi porto le mani al collo, slaccio con timore e dita tremanti quel cappio infernale.

Sono viva.

Sono a casa.

Una telefonata, devo fare una telefonata. Cammino a fatica verso il telefono; i piedi bruciano.

«Ciao. Sono io, Paola. La lettera dell’altro giorno buttala. Non mi servono le ferie. Il mio viaggio è… bruciato! Sì sì bruciato. Annullato. Non parto più» le mie mani stringono forte la cornetta «Grazie. Mi spiace, per la supplente, ma torno io dai miei bambini. Ho anche alcune idee, per il programma, magari ne possiamo parlare domani. …va bene. A domani» preparo la moka, aspetto di sentirla borbottare. Porto la tazzina al solito posto, sul tavolino accanto alla mia poltrona. Comoda. Non è mai stata così comoda. Un leggero raggio di sole si appoggia vicino a me, accarezzando la copertina del libro. -Divina commedia-

È primavera, penso portando la tazzina alla bocca. I miei bambini potranno tornare a giocare e correre sul prato. Sorrido. Al caffè, ai libri, al sole, ai fiori. A me. Alla vita.

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