Un morto per un morto – di Serena Pisaneschi

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Allora è così che ci si sente, quando si sfiora la libertà. La leggerezza che mi vibra dentro è tutto ciò che ho sempre voluto e sapevo che un giorno l’avrei ottenuta. Quel giorno è arrivato, adesso non temo più nulla.

Sto qui in piedi con le mani strette a pugno. Con una afferro l’aria, l’altra invece stringe le dita attorno all’impugnatura di legno. Le apro, la lama fa un rumore acuto contro le piastrelle del pavimento, cadendo sulle gocce vermiglie. Dalla finestra aperta entra aria fresca, allargo le braccia e butto indietro la testa. Se la gravità non mi tenesse ancorato a terra mi lascerei trasportare via da quella brezza, veloce e morbido volteggerei tra foglie e fili d’erba. Rimango così per molto tempo, con gli occhi chiusi e il respiro del cielo che mi sbatte addosso. Ma non sono ancora del tutto libero, lo so bene. Apro gli occhi e raccolgo il coltello. Non ho ancora finito.

Prima di continuare devo darmi una ripulita. Il sangue mi si è appiccicato addosso e non posso uscire in questo stato. Salgo al piano di sopra e mi spoglio senza curarmi di nascondere i vestiti. Non m’interessa di essere catturato, il mio unico scopo è la vendetta e, una volta che l’avrò ottenuta, il resto non avrà valore. Potrei anche morire, ma non m’importa. Tutto quello a cui riesco a pensare è la mia sete di giustizia ed è arrivato il momento di dissetarmi. Che la mia ossessione mi faccia finire in galera o in un buco per terra non fa differenza, in ogni caso sarò finalmente libero. Ho vissuto la mia vita imprigionato da sbarre invisibili e mura invalicabili, bloccato in un mondo che non aiuta quelli come me. Ma ora è arrivato il momento di evadere e riprendere in mano il timone, la rotta la deciderò io.

Mi lavo velocemente e indosso jeans e maglietta puliti, lavo anche il coltello. Non è stato difficile coglierli di sorpresa, quei due coglioni. Big G sonnecchiava sul divano rintontito dalla decima birra, la lama è entrata facilmente tra le pieghe del suo collo lardoso. Non ha emesso un suono, ha solo strabuzzato gli occhi quando mi sono piazzato tra lui e la tv con il coltello in una mano e un vaffanculo nell’altra. Credo abbia perso i sensi pochi secondi dopo. Con Bill è stato più divertente.

«Ehi amico» mi ha detto, «che hai in mano?»

«Un coltello» gli ho risposto.

«E che vuoi farci?»

«Voglio ucciderti.»

Si è messo a ridere. Con quel cervello cotto dalle droghe non ha capito quanto facessi sul serio e, quando gli sono piombato addosso, mi ha guardato come se non capisse. Tre bei fendenti in pancia e due un po’ più su lo hanno messo al tappeto. Nonostante il suo metro e novanta si è accasciato come un sacco vuoto. Sono distesi nelle loro pozze di sangue giù al piano di sotto, vittime di qualcosa di più grande di loro. Tanto prima o poi Big G sarebbe morto d’infarto e Bill di overdose, si può quasi dire che abbia fatto loro un piacere.

Scendo le scale senza fretta, pensando a come nascondere il coltello. Poi mi viene in mente che nello sgabuzzino ci dovrebbero essere delle armi, se Ty non è venuto a riprenderle. È questo il lavoro dei gregari come noi, l’ultima ruota del carro: nascondere la droga e le armi, così in caso d’imboscata avrebbero beccato noi e non i capi. Alla luce fioca della lampadina cerco tra cianfrusaglie e polvere. Nel doppiofondo di una scatola trovo un’automatica e un caricatore pieno, e anche un pacchetto di hashish mezzo aperto. Bill è stato fortunato che lo abbia ucciso io, se Ty se ne fosse accorto avrebbe fatto la stessa fine. Io almeno gli ho risparmiato l’umiliazione di essere sputtanato come un maledetto ladro.

Mi metto la pistola nei pantaloni e il caricatore in tasca, ma il coltello? Una lama così si fa notare, non posso girare per strada tenendola in mano. L’unica soluzione che mi viene in mente è indossare la giacca anche se fuori ci sono almeno 30 gradi. Infilo il coltello nella tasca destra tagliando la fodera da dentro. Armato di molte pallottole e una lama affilata, sono pronto a portare a termine il mio progetto. Esco di casa chiudendomi la porta alle spalle senza il minimo rimorso.

Cammino piano per la strada, il sole batte forte sopra la mia testa. Non ho fretta, sono calmo come quando si sa perfettamente cosa sta per succedere. Come quando, da piccoli, ci sbattevano da una casa all’altra: all’inizio ci rimanevamo male, poi col tempo io ho imparato a non disfare mai completamente la mia valigia e, quando la famiglia in cui eravamo ci cacciava via, non dovevo far altro che chiuderla e ripartire. Eddie invece piangeva ogni volta. Mi chiedeva come mai dovessimo lasciare anche quella casa, ma io non gli davo molte spiegazioni, anche perché la maggior parte delle volte era colpa mia.

«Non possono più tenerci» gli dicevo. «Costiamo troppo per loro. Adesso torniamo in istituto, ma prima o poi troveremo un altro posto, vedrai.» Lui mi ascoltava fiducioso, ma quella fiducia io l’ho sempre tradita. Non so spiegare il motivo per cui, a un certo punto, decidessi di mandare a puttane la nostra nuova occasione di serenità. Tante ce ne sono state offerte e altrettante ne ho rovinate. Il mio carattere ribelle non ha aiutato e spesso mi hanno bollato come un delinquente, e visto quello che ho appena fatto non posso dargli torto. L’unico che non mi ha mai giudicato è stato Eddie. Mi ha sempre dato fiducia anche quando non lo meritavo, anche quando ho capito che il mio esempio l’avrebbe portato a un punto di non ritorno. Capita spesso di prendere il fratello maggiore come modello, ma io sono stato per lui il peggiore che potesse avere e, per mettermi la coscienza in pace, non posso far altro che vendicare la sua morte.

Fa caldo, adesso. Avrei voglia di togliermi la giacca ma non posso farlo. La mano nella tasca stringe il coltello, mi ci aggrappo come se fosse una speranza. Sento anche il ferro freddo della pistola sulla pelle, dietro la schiena. Quei due strumenti di morte riescono a darmi sicurezza, so che mi sto buttando in qualcosa di più grande di me, ma non ho paura. Devo essere prudente e intelligente però, se voglio arrivare a lui. Non posso farmi bloccare dai suoi scagnozzi, non posso lasciare niente al caso. Ho programmato questo giorno per settimane e non fallirò.

Ci sono alcuni quartieri di questa zona che chiunque tenga alla propria pelle non attraverserebbe mai di giorno, figuriamoci di notte. Io ho cominciato a bazzicare queste strade che avevo poco più di sedici anni, Eddie non ancora quattordici. Eravamo tornati in istituto già da un po’ e io non facevo altro che saltare la scuola e rientrare molto tardi, sfidando ogni volta le ire del direttore. Fumavo, bevevo, racimolavo soldi con qualche furto. Eddie mi guardava rovinarmi senza intervenire, ma un giorno mi disse qualcosa che non scorderò mai.

«Perché lo fai, Dave? Perché butti via così la tua vita?» Mi chiese, io sulle prime non seppi cosa rispondere, poi saltai sulla difensiva.

«Perché no, Eddie? Cosa pensi che avremo mai, noi due? Siamo soli al mondo, a nessuno frega un cazzo di noi.»

«A me frega di te» mi disse. «Io ho te e tu hai me.»

«Stronzate!»

«Non sono stronzate, è la verità. Siamo la nostra famiglia, su chi altro possiamo contare se non su noi stessi?»

Tredici anni e così saggio, avrebbe dovuto essere lui il fratello maggiore, non io, che invece ho rovinato tutto. Ma quello che mi disse quel giorno mi colpì e mi detti una regolata, tanto che riuscii a trovarmi un lavoro in un’officina. Studiare non ha mai fatto per me, ma a sporcarmi le mani ero bravo. Per lui cambiai strada, letteralmente.

A diciotto anni fui mandato via dall’istituto, guadagnavo abbastanza da potermi permettere una stanza in affitto, ma non per poter stare con Eddie. Lui rimase là, anche perché doveva continuare gli studi, ma io passavo da lui quasi ogni giorno. Lo portavo a cena, andavamo alle partite e alle corse delle macchine, quelle clandestine. Alcuni clienti dell’officina gareggiavano e mi avevano preso in simpatia, così ci invitavano ad assistere. Non ci misi molto a entrare nel giro delle scommesse, riuscendo anche a portare a casa qualche soldo. Ma quel che sembrava essere un modo per arrotondare un po’ lo stipendio finì per diventare la porta per l’inferno.

Si sparse la voce che ero un bravo meccanico, forse il migliore di tutta la città. L’officina acquistò clienti e il mio capo era felice. Poi però, un giorno, venne da noi un tizio che non avevo mai visto. Con una scusa mi prese da parte e mi disse che avrei dovuto “favorire” una macchina. Ma non era una richiesta, semplicemente non mi dette possibilità di scelta. Provai a dire che non volevo essere coinvolto, ma lui minacciò di distruggere l’officina. Dovetti accettare. Andò avanti così per mesi. Per ogni favore fatto ricevevo soldi, come incentivo a continuare, e alla fine mi convinsi che dopotutto io ero solo un meccanico. Quel tipo si fece rivedere molte volte fino a quando, un giorno, mi propose di aprire un’officina tutta mia. Io non sapevo cosa fare, da un lato sapevo che mi sarei invischiato in qualcosa di illegale, ma dall’altro lui mi offriva i soldi che avrebbero potuto mandare Eddie all’università. Accettai consapevole sia del rischio che dell’opportunità, almeno uno di noi due si sarebbe salvato. Il signor Black – si faceva chiamare così – s’impossessò di un grosso capannone in uno dei quartieri più degradati della città e lo fece diventare la mia officina. Poco dopo seppi che quell’uomo gestiva l’intera rete criminale a sud di Phoenix, dalla droga alla ricettazione, dalla prostituzione alle corse clandestine, appunto. Solo in quel momento mi fu chiaro che avevo firmato un patto col diavolo e che non sarei mai più tornato indietro. L’unica consolazione che avevo era che Eddie si era trasferito in un’altra città per studiare e io cercavo di contattarlo il meno possibile. Non parlavo di lui a nessuno e nessuno sapeva che io avessi un fratello, così facendo pensavo che sarei riuscito a proteggerlo da quel mondo. Ma avrei dovuto immaginare che certi poteri non hanno confini, anzi hanno spie e braccia che sarebbero arrivate ovunque il signor Black avesse voluto. Sto andando da lui adesso, a vendicare mio fratello. Lui ha dato l’ordine, sua è la mano per mano di altri.

A quest’ora il signor Black dovrebbe essere alla sala da biliardo. Sono da poco passate le due, avrà mangiato il suo solito pasto pieno di carboidrati e si sarà concesso una scopata con una delle puttane di sua proprietà. Il mio piano prevede di andare alla sala e chiedergli un incontro, cosa che non ammette mai senza appuntamento. Ma conto sul buonumore post sesso e sulle voci che ho messo in giro nelle settimane scorse. Mi ci è voluto del tempo e molta cautela, ma sono riuscito a fargli arrivare all’orecchio indiscrezioni su un possibile doppio gioco sulle corse clandestine. Di solito incaricava i suoi scagnozzi di chiudere certe questioni di poco conto, ma ho architettato un piano per stimolare il suo spropositato ego fino a farlo sentire minacciato. Da chi? Da uno come lui. Un certo Jonnny che vuol farsi strada nel mondo della malavita facendo fuori tutti gli altri. Nessuno riusciva a sapere nulla su questo tizio, ma le poche cose che avevo inventato avevano fatto il giro ingigantendosi di bocca in bocca. Avevo portato la curiosità del signor Black a tali livelli d’isteria che aveva mobilitato tutti i suoi uomini e promesso ricompense a chi gli avesse portato qualsiasi informazione. Cominciava a temere per il suo regno e per la sua sicurezza e, da come agiva ultimamente, pareva non riuscisse più a fidarsi di nessuno. Non vedo l’ora di guardare la sua faccia mentre gli dico che mi sono inventato tutto solo per arrivare a lui, subito prima di premere il grilletto e ficcargli un proiettile in corpo.

Non manca molto ormai, solo poche centinaia di metri. Sto sudando, ma non è colpa solo del sole. Cammino dritto per la mia strada salutando con un cenno della testa chi incrocia il mio sguardo. Sono ragazzi come me, attratti da ricchezza e potere e poi rimasti incastrati. I più duri si sono guadagnati posti di comando, ma la maggior parte non ha fatto altro che adeguarsi per non morire. Mi viene incontro uno di loro, si occupa di spaccio.

«Ehi Dave, come va fratello?» Mi saluta stringendomi la mano.

«Tutto bene, JC, tu che mi racconti?»

«Alla grande, amico» mi sorride. «Stavo venendo da te, devo prendere la roba che ha lasciato Ty. Sto finendo le dosi, tra un paio di giorni ci sarà un rave e devo essere preparato» ammicca.

Merda!

«Big G e Bill non ci sono, non so quando rientreranno» provo. «Ti accompagnerei io ma devo fare una commissione per il capo e non vorrei fare tardi, sai com’è…»

«Tranquillo, capisco. Ieri sera mi hanno detto di passare nel pomeriggio, mi sa che si sono rincoglioniti.»

«Cazzo ne so, sono usciti senza dirmi niente.»

«Che stronzi!»

«Stronzi pezzi di merda!» Ridacchio per nascondere la tensione.

«Vabbè passo stasera, tra poco ho una cosa con una.»

«Te la fai?» Gli chiedo, tirando un sospiro di sollievo.

«Chiaro che me la faccio» dice lui, annuendo.

«Allora ci si vede in giro» lo saluto, lui mi stringe di nuovo la mano e mi oltrepassa.

«Cazzo no! Stasera devo dare il cambio a Mik… Magari vado e mi siedo fuori, non credo che Big G resisterà ancora molto con questo caldo.»

Improvvisamente sento la mia giacca più pesante.

«Senti ti accompagno io, ok? Tanto sono in anticipo, ci vorrà poco se passiamo di là» dico indicando a destra.

«Non voglio mica farti fare tardi col boss, aspetterò.»

«Chissà a che ora rientreranno quei due, rischi si saltare la tua scopata» provo sperando di convincerlo. E funziona.

«Ok bello, ma solo se ce la fai.»

«Se passiamo di qua tagliamo due isolati» continuo guardandomi intorno, infilandomi in un vicolo che odora di piscio e vomito. Non ci ha visto nessuno.

«Ma sei sicuro?»

«Non si vedono ma in fondo ci sono dei campi, basta attraversali e saremo sulla nona.»

Camminiamo per qualche secondo affiancati, poi io decido che siamo abbastanza dentro e mi fermo.

«Lo sapevo che avevi sbagliato strada, da qui non si va da nessuna parte. Mi sa che sei rincoglionito pure te» mi sorride JC.

Quando si avvicina abbastanza, in un gesto solo sfilo il coltello dalla tasca e lo affondo nel suo addome.

«Scusa amico» gli sussurro all’orecchio prima di lasciarlo cadere a terra. Gli prendo dalla tasca il cellulare e ritorno sui miei passi. Mi dispiace per JC, era un bravo ragazzo dopotutto. Ma come il tifone si abbatte con gelida indifferenza sia sulla casa del povero che su quella del ricco, io spazzerò via chiunque si metterà sul mio cammino.

Eddie non sarebbe fiero di me, ne sono sicuro. Ma io non credo nella vita dopo la morte e lui, ormai, giace sotto una lapide spoglia a molte miglia da qui. Non sono più andato a trovarlo dopo il funerale, non ho mai creduto a queste cose. Fiori e preghiere non fanno per me, tanto non mi renderanno mai mio fratello. Piuttosto da quel giorno ho avuto solo una cosa per la testa e adesso è così vicina che ne sento quasi il conforto. Sono inebriato, completamente avvito dal mio scopo. Ho mangiato e respirato odio per quasi un anno, ho mangiato e respirato solo per arrivare a questo momento. Cerco di non affrettare il passo per non dare nell’occhio, ma la bramosia è tanta che riesco a malapena a contenerla. Non posso e non voglio commettere errori, adesso che sono così vicino.

La telefonata arrivò un sabato notte, io ero con un paio di ragazzi alle corse. Risposi con fare distratto, reso allegro da qualche birra e un paio di spinelli. Quello che mi dissero dissipò ogni torpore in un attimo, dieci minuti dopo stavo correndo in autostrada. Eddie era stato brutalmente picchiato fuori da un locale, apparentemente senza motivo. Non era stata una rapina, dato che gli avevano trovato addosso soldi e telefono, e la polizia non aveva trovato motivi che giustificassero l’aggressione. Mio fratello era benvoluto da tutti, compagni di corso e amici. Nessuno riusciva a darsi una spiegazione, nessuno tranne me: era colpa mia. Avevo voluto sfidare il signor Black rifiutandomi di truccare una macchina come voleva lui. Mi disse che avrei dovuto far morire il pilota provocando un’esplosione, gli negai il mio aiuto. Il pilota non morì, ma Eddie non si riprese dalle percosse e non superò le ventiquattrore. “Un morto per un morto, è quello che succede quanto non si obbedisce al signor Black”, mi disse fra i denti Big G, qualche giorno dopo la sepoltura di mio fratello. “Un morto per un morto” è quello che mi ripeto da allora.

Un campanile in lontananza rintocca le due e mezza, l’intoppo con JC non mi ha fatto perdere troppo tempo. Entro pochi minuti sarò alla sala biliardo, sta andando tutto secondo il mio piano. Stringo più forte l’impugnatura del coltello, la pistola ancora dietro la schiena. Pochi passi e ci sono, il fiato si accorcia, il caldo si fa più opprimente. Ma devo stare calmo, ho i nervi troppo tesi. Nel fare gli ultimi passi cerco di rallentare il respiro e riacquisto un po’ di freddezza, dentro e fuori. Arrivo. Busso alla porta della sala biliardo, chiusa al pubblico per soddisfare il bisogno di tranquillità (e sopravvivenza) del signor Black. Mi apre Tony, il gestore. Lo sguardo torvo, uno strofinaccio in mano.

«Ehi Tony, c’è il capo? Devo dirgli una cosa molto importante.»

«Lo sai che non vuole essere disturbato» fa, prima di richiudere la porta.

Mi aspettavo la sua risposta, così prima che il battente tornasse a serrarsi mi gioco il jolly.

«Digli che ho informazioni su Johnny.»

Butto le parole in quel poco spazio d’aria che è rimasto, Tony mi guarda storto e chiude senza dire una parola. Resto alcuni secondi immobile domandandomi cosa stia succedendo là dentro, poi la porta si riapre e Tony si scosta per farmi passare. L’esca ha funzionato, ora si tratta di tirare fuori il pesce.

Attraversiamo la sala semibuia, i tavoli da biliardo sono coperti con dei panni azzurri e le stecche messe in ordine nelle rastrelliere. Il maxischermo alla parete è sintonizzato su un canale sportivo, il volume è fastidiosamente alto. Tony mi fa strada muovendosi agilmente tra le sedie, io lo seguo senza fiatare. Arriviamo sulla soglia di una piccola stanza, non l’avevo mai notata. È nascosta in fondo, protetta bene da ogni lato. Capisco perché il capo l’abbia scelta.

«Aspetta qui» mi dice Tony, facendomi entrare e chiudendo la porta alle mie spalle. Io obbedisco. Nella stanza non c’è molto. Un tavolo apparecchiato per due con gli avanzi del pranzo, alcune sedie, una poltrona un po’ malconcia con accanto una lampada spenta. Nel posacenere, sul tavolo, un mozzicone di sigaro sta esalando gli ultimi sbuffi di vita prima di spegnersi definitivamente. Dopo pochi minuti, da un’altra porta, entra il signor Black. Si sta allacciando la cintura, la camicia ancora aperta sul petto.

«Sei fortunato che abbiamo già finito» mi dice, ammiccando alle sue spalle. Sbircio in quella direzione e vedo il profilo di una donna nuda.

«Scusa capo, ma ho pensato che fosse importante.»

«Quindi sai qualcosa su questo Johnny…» si avvicina alla giacca appesa a una delle sedie e tira fuori un sigaro dalla tasca interna. Lo accende. «E come hai saputo queste informazioni?» Domanda, dopo aver aspirato.

«Un paio d’ore fa è passato un tizio in officina, non l’avevo mai visto. Mi ha fatto domande sul mio lavoro, sul tipo di macchine di cui mi occupo. Io l’ho lasciato parlare per vedere fin dove arrivava. Alla fine mi ha domandato delle corse e mi ha detto che ci sarebbe una certa persona interessata a entrare nel giro.»

«E come mai non ho saputo nulla subito?» Mi chiede. Cioè voleva sapere come mai una delle sue spie all’officina non gli avesse detto di quel tizio.

«Ho mandato via i ragazzi mezz’ora prima, stasera ci sarà da fare tardi sulla Mustang» gli rispondo. Ho pensato a tutto, coglione! «Non sono venuto subito qui perché so che non vuoi essere disturbato nell’ora del pranzo, ma l’officina riaprirà tra poco e volevo sapere cosa devo fare se si ripresentasse.»

Il signor Black mi guarda dall’alto in basso, un po’ per la sua arroganza un po’ perché è alto una spanna più di me. Sta decidendo se fidarsi o meno, questo lo so. Io non posso fare altro che aspettare.

«Tesoro vestiti e vattene, dobbiamo parlare tra uomini» dice poi a voce alta. Nella stanza accanto sento dei rumori, in pochi secondi una ragazza esce quasi in punta di piedi. È Mary, una volta sono stato a letto con lei, ci sa fare. Saluta con un cenno tutti e due e se ne va richiudendo la porta.

Perfetto, siamo solo noi due. Di là c’è Tony, ma riesco a sentire la tv da qui, lo sparo si dovrebbe confondere.

«Dimmi tutto quello che sai.» il Signor Black si accomoda sulla poltrona e mi indica una sedia, ma non mi siedo. Adesso voglio guardarlo io dall’alto in basso.

«Quello che so? So che Big G e Bill mi hanno tenuto d’occhio e ti hanno detto quale fosse il mio punto debole e che tu non hai esitato a colpirlo. Io ho scoperto il loro però, con questo non è stato difficile» dico, tirando fuori il coltello dalla tasca e poggiandolo sul tavolo. «So che anche i ragazzi dell’officina sono spie tue, so che pranzi ogni giorno qui e che dopo ti sbatti una delle tue puttane. So che sono mesi che sei ossessionato da Johnny e che questo ti sta facendo perdere il senno. So che Johnny non esiste perché l’ho inventato io. So che il tuo punto debole è la paura di perdere anche solo un grammo del tuo potere e del tuo controllo e so che sono riuscito a tenderti una trappola in cui sei caduto come un ingenuo. Ma soprattutto so che hai ammazzato l’unica persona a cui io abbia mai voluto bene, e so che morirai per questo.»

Tiro fuori la pistola dai pantaloni e gliela punto contro. La sua faccia è a metà tra l’incredulo e il sorpreso, il sigaro gli pende dalle labbra semiaperte. Mi guarda come se non mi avesse visto mai, come se di fronte a lui ci fosse una specie di fantasma. Ma io sono reale quanto il grilletto che sfiora il mio indice e ho una gran voglia di spingerlo fino in fondo.

Il signor Black continua a guardarmi ancora per un po’, poi sbotta in una grassa risata.
«Sei un piccolo bastardo senza palle, non avrai mai il coragg…»
Il dito finisce la corsa, lui non finisce la frase.

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