#riscrittura – Via da qui!

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Il racconto originale, qui di seguito, è di Elisa Savoldelli

“Vattene, adesso!” ordino sussurrando alla ragazza di fronte a me.
Ha gli occhi pieni di paura, le sue labbra tremano leggermente. “Prendi le tue cose e vai via!” una lacrima le scivola dagli occhi gonfi, le carezza il viso pallido; solo un alone violaceo si scosta da tutto quel candore.
Mi porto le dita allo zigomo, sfiorandolo delicatamente con i polpastrelli, apro il cassetto della petineuse e prendo la cipria, senza spostare lo sguardo da quella me diventata irriconoscibile. Cerco di camuffare il livido, poi mi volto e getto indumenti alla rinfusa nella valigia, accecata dalla rabbia e dalle lacrime. Un versetto richiama la mia attenzione, mi avvicino al letto “amore di mamma,” dico sottovoce, ricacciando in gola l’odio che mi ha invaso “vengo presto a prenderti.”
Accarezzo e bacio il mio piccolo che sta sonnecchiando, un’ultima occhiata allo specchio ed esco da questa casa, la mia casa, ormai diventata una prigione. Non so dove andrò, so solo che devo scappare da qui, se voglio rimanere viva.

Friedrich L. Friede

– Non è tua la colpa, lo capisci?
Sputerei in faccia a quella sciocca che mi guarda dallo specchio.
– Prendi le tue cose e vattene!
Un occhio gonfio, una lacrima insensibile, l’ematoma sullo zigomo spicca sul pallore insano del viso.
– Vattene, adesso!
Una stupida vergogna mi costringe a tentare di camuffare il livido con la cipria, ma è tempo perso: quello non è certo il marchio di un mio peccato. Forse cerco solo di riconoscere il mio volto in quella maschera di sconfitta, inettitudine e squallore.
Getto pochi vestiti in valigia, le lacrime bruciano il viso e annebbiano la vista. Potrei andare, chiudere la porta. Sarebbe più facile, ma un sospiro lieve si fa strada fino al centro dell’anima.
– Amore mio… stai sereno, a te non farà del male.
China sul lettino guardo ciò che mi è più caro, tutto quel che mi resta.
– Vengo a prenderti presto, te lo prometto!
Non c’è altro modo. Se indugio anche solo un attimo, so che la mia determinazione svanirà e allora per noi non ci sarà più scampo.

Camilla Brancaccio

“Vattene” sussurro alla donna nello specchio.
Non riesco più a riconoscermi.
Quella lacrima che le segna il viso io non la sento sul mio, mentre il dolore che mi dà quel livido viola ce l’ho ben chiaro.
Forse è stata colpa mia.
Forse lui ha ragione, quando mi dice che non valgo niente.
No.
Ora basta.
Un velo di cipria a coprire quello che nessuno deve vedere, nessuno deve sapere.
A coprire il mio segreto che da oggi in poi chiuderò in un cassetto.
Oggi inizia una nuova vita.
Mentre infilo quattro cose a caso in un borsone, un leggero lamento.
Guardo mio figlio e per un attimo tentenno, tremo.
E poi penso a loro due insieme, a come per mio figlio suo padre sia un eroe.
Non ha mai alzato un dito su di lui. Non ha mai alzato un dito su di me in sua presenza.
Penso a quello che potrei dargli io, per ora nient’altro che l’ignoto.
E allora “Aspettami” gli dico “mamma verrà a prenderti”.
E senza più voltarmi scappo via da quella prigione, e ci lascio la cosa più importante per me, ci lascio il mio cuore.

Paola Giannò

“Te ne devi andare. Subito!”
Sibilo fra i denti guardandomi allo specchio.
Sono immobilizzata qui da chissà quanto tempo, saranno venti minuti? Dieci? Non lo so. Non so più niente.
Guardo i miei occhi spenti, le labbra tristi e quell’alone viola che diventa ogni minuto più scuro.
Sfioro lo zigomo e penso che con un po’ di cipria e fondotinta riuscirò anche questa volta a nasconderlo.
Mi volto e comincio a gettare vestiti alla rinfusa nella valigia mentre lacrime silenziose trovano il modo di scendere e tu ignaro dormi nel tuo lettino.
“Devo andarmene. Dobbiamo andarcene!”
Ti sfioro la fronte e mi volto a prendere dal tuo cassetto due tutine, un po’ di pannolini e infilo tutto nella valigia insieme al tuo orsetto.
“Non so dove andremo. Non riesco neanche a pensare. So solo che ce ne dobbiamo andare, subito. Prima che lui torni.”

Riccardo Dusi

La ragazza riflessa è smarrita.
“Vattene …”, le sussurro.
Rimane impietrita, impaurita, tremante.
“Prendi le tue cose e vai via!”, le grido, “Mi hai sentito?”
Scivola una lacrima da quegli occhi gonfi, accarezzandole il viso pallido; solo un alone violaceo si scosta da tutto quel candore.
Lentamente, continuando a fissarla, porto le dita allo zigomo sfiorandolo delicatamente coi polpastrelli.
Senza distogliere lo sguardo da quella me tanto irriconoscibile, afferro la cipria. Poi, accecata dalla rabbia e dalle lacrime, prendo gli indumenti alla rinfusa gettandoli in valigia.
Le braccia ricadono all’improvviso sui fianchi, guardando il lettino. “Tu continua a dormire, amore mio. Verrò a prenderti presto”, dico sottovoce col mio odio momentaneamente sconfitto. Una carezza e un bacio fugaci, un’ ultima occhiata allo specchio distante ora vuoto e afferro il bagaglio precipitandomi fuori da questa casa, questa prigione … la mia casa perduta. Devo sopravvivere!

Cinzia Fabretti

La giovane riflessa è smarrita.
“Vattene …”, le sussurro.
È impietrita, impaurita, tremante.
“Prendi le tue cose e vai via!”, le grido.
Scivola una lacrima da quegli occhi gonfi, accarezzandole il viso pallido; solo un alone violaceo si scosta da tutto quel candore.
Lentamente, porto le dita allo zigomo. Il suo, il mio.
Senza distogliere lo sguardo da quella me irriconoscibile, afferro il fondotinta: nessuno deve vedere, nessuno deve sapere!
Poi lo lascio come scotti: No, devo denunciarlo, invece!
Ancora accecata dalle lacrime getto poche cose, alla rinfusa, in valigia. Le braccia mi ricadono sui fianchi davanti al lettino.
Mio figlio.
Penso a loro due insieme, per Marco il padre è un eroe e lui non ha mai alzato un dito su nostro figlio.
‘Tornerò a prenderti’, mormoro.
Devo crederci, o tanto varrebbe lasciarsi annientare. Tornerò ma devo rimanere viva, se voglio salvarci tutti. Persino per lui che ormai è malato di violenza, devo andare. Non sto rinunciando. Sto cominciando a combattere.

Olympia Fox

Il tempo che ho impiegato a gettare nel borsone i primi abiti che mi sono capitati in mano è stato meno di quello che ho passato in piedi, davanti allo specchio, a guardarmi. Smunta, emaciata, spenta. Non mi sono quasi riconosciuta.
I lividi neri invece, l’alone giallastro che li circonda, quelli sì che li conosco bene. Ore passate a studiare come nasconderli con il trucco man mano che guarivano e cambiavano colore, tanto da sapere – senza volerlo ricordare – di quanti giorni erano.
Un vagito mi strappa dalla mia contemplazione: «Tornerò a prenderti, piccolo mio.»
Piango mentre glielo prometto.
Esco dalla mia casa senza cerone sul volto: non ho più nulla da mascherare e mostro i segni dei suoi colpi e la mia rabbia a testa alta.
Non sto scappando, sto salvando la mia vita.

Giovanna Hugues

Ho un grosso livido sullo zigomo, una tumefazione violacea che deturpa il pallore del mio incarnato. Sfioro con le dita i segni della violenza ma non sento niente, non mi fa male, è come se quella cosa che ho in volto non mi appartenesse. Devo andarmene ora, subito, prima che sia troppo tardi, devo andarmene prima che queste lacrime cariche d’odio si prosciughino come l’amore per me stessa. Ho il fiato corto, copro il livido con la cipria e smetto di guardarmi allo specchio, non voglio più vedere l’immagine di quella donna ferita. Prendo un borsa e butto dentro alla rinfusa quattro stracci e un vecchio maglione buttato sul letto. Qualcosa tra le lenzuola si muove, un piccolo respiro che mi commuove. Lo sfioro appena con le dita come ho fatto poco prima con il mio livido. “Devo andare” gli dico piano piano per non svegliarlo “ma prometto di tornare a prenderti. Tu fai il bravo e pensa a me ogni tanto”.

Eugenio R. R. Saguatti

La ragazza che mi guarda è ridotta da schifo. Non la riconosco, eppure dovrei. I capelli sono un disastro, piagnucola, ha un livido su uno zigomo. Se lo accarezza con dita che tremano quanto le labbra.
– Scappa – le sussurro. – Vattene finché sei in tempo. Se non per te, per tuo figlio, o tra poco farà la tua stessa fine.
Non è la prima volta, so quanta cipria serve per coprire l’alone viola. Passo il pennello più volte, che per quanto morbido fa comunque male. La ragazza di fronte a me fa lo stesso.
Mi alzo di scatto, butto un altro paio di pantaloni in valigia e chiudo. Con la coda dell’occhio vedo la ragazza fare altrettanto.
Mi chino a baciare mio figlio, pure la ragazza si piega. – Torno a prenderti, promesso.
M’incammino a passi lunghi, prima di perdermi d’animo, prima che lui torni; esco dalla mia casa, la mia prigione, dall’incubo, da una vita che poco alla volta è scivolata sempre più in basso fino a diventare l’opposto di quel che era e che avrebbe dovuto essere.
Ho deciso. Vivrò.

William Babila

“Guardati.”
“Non ce n’è bisogno.”
“Detesto quando piagnucoli. Ti farei andare via io a calci in culo.”
“Non dire così.”
“Vattene!”
“E dove?”
“Il mondo è grande.”
“No, è pericoloso.”
“Perché qui è sicuro, invece.”
“Dai, ti prego…”
“Cosa fai? Lo sapevo, non sai fare altro. Metti giù quella cipria.”
“…”
“Ti darei io uno schiaffo in faccia per pareggiare l’altro occhio.”
“Ti odio. Sei così piccola.”
“Ma ci sono. E a volte la senti la mia voce.”
“E ti vedo.”
“Anch’io.”
“Pensa a lui.”
“Appena ti sei sistemata, torniamo a prenderlo.”
“Ma…”
“Alzati, prendi quella cavolo di valigia.”
“Dov’è?”
“Dove è sempre stata. Riempi.”
“Lasciamelo baciare, il mio piccolino.”
“Avevi detto il bacio. Adesso la carezza e poi cosa? Disfi la valigia?”
“No. Ce ne andiamo.”

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