Le meccaniche profonde della narrazione – di Simone Giusti

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L’ispirazione. Cos’è l’ispirazione? Dove si trova? È possibile ricrearla o siamo in balia di lei?

Chiunque ha provato la sensazione del flusso, quella sorta di fiume in piena che ti travolge e ti trascina, irruente e surreale, verso terre mai visitate, al di là di orizzonti conosciuti. Si può provare in ambito lavorativo (è l’ispirazione che mette nella testa degli inventori le visioni del futuro), si può provare in ambito sociale, ma è nell’arte che si manifesta con maggior vigore. E noi che scriviamo sappiamo che cos’è.

«L’ispirazione è quel portale da cui entrano idee che attraverso la penna si fissano nel mondo in cui viviamo noi.»

E così ti capita di essere in auto e avere il disperato bisogno di scrivere una storia che ti è saltata in testa dal nulla. Oppure in tram, e le idee iniziano a grandinare. Oppure sei al mare, da solo, d’inverno, ed è come se le onde ti parlassero e la risacca sputasse fuori parole e storie e personaggi. E allora ti piazzi al pc, o prendi carta e penna, o registri a voce sul cellulare, insomma, inizi a trasformare in parole il flusso ininterrotto che ti travolge, come una forza magnetica e magmatica, aliena e sconosciuta, una sorta di portale col mondo delle idee.

E l’ispirazione non vale solo per le emozioni, vale moltissimo per strutture, dialoghi, scene. Al di fuori del campo della narrativa vale per meccaniche celesti e qualunque altra intuizione. Sì, perché è l’intuizione che ci guida al di là.

Non c’è più la percezione del tempo, lo spazio si dilata e noi diventiamo lui, l’universo si plasma attorno a noi. Noi siamo un canale diretto con qualcosa di ignoto da cui piovono idee alla velocità delle comete. E allora pensiamo che sarebbe fantastico fare il cammino al contrario, fermare il tempo per davvero, rifugiarci nella dimensione da cui arrivano le idee e restar là per il tempo necessario alla stesura definitiva della nostra storia. Perché lo sappiamo che nel momento in cui interromperemo il contatto, nel momento in cui il nostro braccio teso nell’ignoto tornerà a noi, il contatto svanirà e riattivarlo sarà dura, forse impossibile, forse non accadrà mai più.

Mi sono avvicinato alla ricerca di come funzioni l’ispirazione per questo motivo qui: l’impossibilità materiale di vivere sempre nell’aldilà narrativo e la necessità oggettiva di stare anche nell’aldiqua.

Mondo delle idee, dove tutto viaggia non-locale, non c’è spazio e non c’è tempo, non c’è ingombro della massa, c’è solo energia; e mondo della materia, dove tutto è locale, dove siamo soggetti alle leggi dello spazio e del tempo, dove la massa ci schiaccia e non percepiamo l’energia.

Mi sono avvicinato a questa ricerca perché per più di un decennio ho lottato contro le distrazioni, i doveri, le necessità. E ho sofferto per giornate intere cercando di tornare là dove ero felice, dove le storie si raccontavano da sole, dove tutto era facile e la vita era armonia e colore, nel mondo delle idee, per parlarci più chiaro.

Per farlo sono partito dall’esaminare le tecniche adoperate dagli altri scrittori, ma non mi sono fermato lì, facendo ricerca post laurea sondavo inconsciamente anche le tecniche di ricerca di scienziati e ricercatori di oggi e del passato. L’accumulo di dati è durato per molti anni finché, grazie a un vortice di casualità (che da ora in poi chiamerò sincronicità) la risposta non è arrivata chiara e semplice. La risposta arriva sempre da sola.

Ecco che avevo trovato COME FUNZIONA L’ISPIRAZIONE!

Risponderemo presto al quesito, ma partiremo da un po’ più in là perché l’argomento lo merita e sarà necessario a te quanto lo è stato a me.

Noi siamo in una perenne dualità, strattonati dalla forza angelica e creativa del Sé e l’arrogante razionalità dell’Ego. Siamo in perenne lotta tra ciò che dobbiamo e ciò che vorremmo, tra ciò che mostriamo e ciò che siamo, in un perenne duello tra un demone a cui abbiamo donato il mondo, l’Ego; e un potere vastissimo ma fragile che abbiamo relegato nelle profondità di noi, sotto il mare dei demoni che popola l’inconscio, ben al di là di ciò che possiamo razionalizzare, il Sé.

Nella visione comune potremmo concepirli come la testa e il cuore. Ciò che siamo costretti e ciò che sarebbe bello poter fare. In un perenne disequilibrio tra ragione e sentimento, tra logica e amore.

Dualità, perché la dualità è l’origine delle cose, perché senza l’opposto di me non posso sapere chi sono, perché entrambi sono necessari. Ma la bilancia non è mai equa, la società si identifica con uno, e l’altro spesso lo releghiamo nella caverna dentro di noi.

E così l’incubo del foglio bianco, del “Ommioddio, non riuscirò più a scrivere come prima!”, del “Ormai mi sono bloccato e l’idea non arriva più”, seguito da “Perché in realtà non sono uno scrittore”, “Perché è inutile che faccia una cosa dove non riuscirò” e altro ancora, non sono altro che prese di potere arroganti e meschine dell’Ego con cui ci identifichiamo noi. Quello razionale e logico che ha preso il dominio dell’esistenza e si basa sul giudizio; giudizio che dà origine al pregiudizio; pregiudizio che è la fonte di ogni prigione in cui ci infiliamo da soli. Il giudizio, nato come una forma di accelerazione della via tramite esperienze vissute, è divenuto una trincea dentro cui finiamo per soffocare. E più è grande il giudizio e più si rimpicciolisce la nostra libertà.

E allora finisce che ti lasci convincere dall’Ego e non scrivi più. E più tempo passa e più ti rendi conto che non eri uno scrittore. Ma c’è qualcosa in te che scalpita e soffre, c’è come un buco nello stomaco che non riesci a colmare. Sei divenuto vittima di te stesso: hai dato potere a qualcuno che non sei tu.

Giunti qui è bene lavorare con una metafora, perché le metafore (le storie) sono il mezzo più efficace che abbiamo per trasmettere messaggi. Gli scrittori lo sanno bene.

Ti voglio raccontare la metafora della carrozza di Gudjieff; è molto bella e chiara.

Immaginiamo di essere una carrozza; il nostro corpo è una carrozza. Per viaggiare sulla strada della vita ha i cavalli, che sono le nostre emozioni, e ha un cocchiere, che è la nostra testa razionale. Se diamo libertà ai cavalli, questi potrebbero portarci giù per scarpate, in paludi, in boschi così fitti da rimanere intrappolati. E allora spesso ci affidiamo alla logica del cocchiere, che conosce le strade e ci porta tranquilli e illesi per la via lastricata. Solo che quella è una strada costruita da altri, non è la via che dobbiamo seguire noi. E finisce che siamo frustrati dal seguire vie altrui o che ci ribelliamo e finiamo per tagliare le redini e lasciar liberi i cavalli che trascinano la carrozza in un caos di autodistruzione. In pratica sia i cavalli sia il cocchiere non sono altro che due facce della stessa realtà. Qui si ferma la concezione “normale” e “comune” della realtà. Ma c’è altro nella carrozza, nella carrozza c’è il passeggero, il passeggero è la coscienza: la coscienza siamo noi. La coscienza è quel Sé che ti aspetta oltre le acque della morte, al di là del viaggio dell’eroe; la coscienza è l’unica che sa quale sia il tuo vero cammino e sa anche come arrivarci. La coscienza è quel qualcosa che va risvegliato affinché dia indicazioni al cocchiere e questi guidi i cavalli per forgiare la strada che sarà unica e irripetibile, la strada per te.

La coscienza ha un unico modo per parlarti: lo fa attraverso l’intuizione.

Ed eccoci tornati a come attivare l’ispirazione. Come prendere contatto col nostro Sé superiore. E qui ti pongo una domanda.

CHI GUIDA QUANDO SEI AL VOLANTE?

Pensaci bene. Chi guida?

Riesci a ricordare ed esser consapevole di tutte le volte che schiacci la frizione, che cambi la marcia, che freni, che dai gas, che ti fermi al semaforo, tutte le volte che ritocchi la direzione eccetera, oppure ti capita di ritrovarti dove volevi andare senza ricordare tutto ciò che ho elencato. E ancora, ti è mai capitato di ritrovarti su una strada che percorri quotidianamente mentre volevi andare in un’altra direzione?

Pensaci.

Adesso che ci hai pensato, rispondi.

Chi guida quando sei al volante? Tu o il cocchiere?

Esatto, guida il cocchiere. Guida l’Ego. È lui che pensa a renderci semplici le cose a cui siamo già abituati. È un dono, è lì per noi. Ma a volte gli diamo troppa importanza e soprattutto ruoli per cui non è nato: decidere il nostro futuro. Quello lo può fare solo il passeggero, la coscienza, noi.

Senza addentrarci in discorsi forse troppo al di là dello scopo di questo articolo, torniamo a noi e a come scatenare a comando la potenza creatrice dell’ispirazione, a come varcare la soglia quando vogliamo noi.

L’Ego adora le cose meccaniche. È qui per questo. Ripetere. E dunque, per togliercelo dalle orecchie nel momento in cui dobbiamo riconnetterci con una parte molto più profonda di noi dobbiamo dargli un gioco meccanico da fare.

Andare in auto, farsi un giro in bici, farsi una passeggiata, fare attività fisica leggera, ma anche andare in piscina, andare ovunque, purché si sia in moto e da soli. Via cellulari, via amici di passeggiate. Via tutto il resto. Dobbiamo rimanere soli con noi.

Ma prima dobbiamo mettere nel programma la nostra richiesta: cosa vogliamo contattare nell’aldilà delle storie.

Pensiamo a cosa vogliamo avere: una soluzione, un’idea su un plot, approfondimenti sul personaggio eccetera. Poi ci prendiamo tutto il tempo necessario senza necessità. Diamo il tempo all’Ego di distrarsi con le cose meccaniche che gli offriamo: seguire il sentiero, pedalare lungo la strada, nuotare vasca dopo vasca, sollevare i pesi, guidare; noi ci godiamo la passeggiata o cosa abbiamo scelto di fare, e di colpo il portale si aprirà. Se sei un pigrone ci sono altri due modi per aprire il portale. L’Ego si addormenta un po’ prima di noi e si sveglia un po’ dopo. L’Ego è il controllo razionale, infatti. Quindi, facendo la stessa procedura del programmarsi allo scopo, le idee potrebbero piovere mentre ci stiamo per addormentare o al mattino appena ci svegliamo.

Regola fondamentale!

Scrivi, annota, registra tutto ciò che pioverà dal portale. Sarà come fissare l’indirizzo web di un sito che non è rintracciabile dal motore di ricerca. Se lo fisserai, potrai accedervi di nuovo anche a distanza di anni. Se non lo fisserai, non ci saranno possibilità di recupero: lo avrai perso per sempre. Potrai riconnetterti, ma troverai sempre qualcosa di simile ma non identico a ciò che avevi scaricato prima.

Detto questo, adesso capirai il perché esiste la tecnica-tortura del mettersi di fronte alla pagina bianca e logorarsi finché la storia non inizierà a fluire. Semplicemente perché l’Ego (la capacità d’attenzione logica) pian piano si stancherà lasciandoti accedere al tuo Sé.

Ma davvero vuoi soffrire?

Ora qui potrebbe sorgere la domanda: ma per accedere al Sé esistono altri metodi? È possibile farsi il viaggio senza troppe menate e magari arrivare più in profondità di tutti gli altri per tirar fuori robe colossali?

La risposta è sì: con alcol e droga. Ma non lo fare. Non lo fare mai!

La leggenda dello scrittore mezzo tossico che tutti conosciamo è vera e ha fondamento. Ma ti sconsiglio di utilizzare tale metodo e ti spiego anche perché.

Quando ti limiti a usare le tecniche che ti ho spiegato e abbassi il controllo dell’Ego e prendi contatto col tuo Sé fai come un voletto leggiadro sopra le acque della morte, ma sei ancora cosciente, l’Ego è pronto a schioccar la frusta per venirti a recuperare. Diciamo che coglierai dall’aldilà narrativo solo i fiori che le tue connessioni sinaptiche saranno pronte per capire.

Se invece addormenti l’Ego con alcol o droghe, allora non ci sarà più la cavalleria pronta a recuperarti e quando sarai di là sarai da solo. Cadrai nella merda e quella merda ti soffocherà. Certo, nel frattempo avrai portato di qua storie potenti e bellissime, ma rischierai di rimanere di là, rischierai l’autodistruzione. Vedi grandi artisti profondi e potenti del passato che hanno detto cose bellissime ma che però non hanno resistito al viaggio senza paracadute e sono finiti per cadere vittima dell’autodistruzione.

Il viaggio verso il Sé è un qualcosa che deve esser fatto lentamente e con la neocorteccia sempre attiva, altrimenti peschi cose bellissime ma non sei pronto per loro e non servono a nessuno se non a farti vincere un Nobel per la letteratura che però non ti godrai perché sarai depresso o già morto suicida. È come una maratona: ci si arriva solo allenandoci a piccoli passi finché il nostro corpo non sarà pronto per l’impresa. Se ti alzi dal divano e fai quarantadue chilometri di volata il tuo corpo non reggerà e morirai.

La natura ci ha donato il Sé e l’Ego come due piatti di una bilancia che devono lavorare in sintonia. La società ha sempre dato maggior risalto all’Ego, perché è sicuro e stabile, e l’artista ha sempre ricercato il Sé, perché sta lì la potenza creatrice delle storie. Lo scrittore consapevole sa come funzionano le cose e sa come bilanciare l’utilizzo dei due grandi poteri che ha.

Prima di lasciarti, ti voglio chiedere se ti è mai capitato di lavorare intensamente su un’idea e poi trovarla simile o addirittura uguale nell’opera di qualcun altro. A me è capitato un sacco di volte. Addirittura dei film di oggi hanno sequenze identiche ad alcune che avevo pensato oltre dieci anni fa. C’è un motivo se ciò accade. Quando contatti il tuo Sé superiore raggiungi l’apice di te, il Sé superiore è immerso in un mare chiamato Inconscio collettivo. A quel mare attingiamo tutti noi. Non solo, in quel mare poniamo le nostre idee. Per questo il tuo viaggio, ciò che scrivi, ciò che capisci attraverso i tuoi personaggi e racconti nelle tue storie, arriverà a tutti anche se quel libro resterà nel cassetto e al tuo Ego apparirà che non l’abbia letto nessuno. Al contempo, ogni volta che scaricherai storie e idee, saranno pezzi di vita che qualcun altro ha messo lassù per te.

Non è fantastico fare lo scrittore?

E ora, torna alle tue storie con questa piccola consapevolezza in più. E ricorda:

L’Ego (la ragione) domanda. Il Sé (l’intuizione) è l’unico che ha la risposta e te la darà.

Buon viaggio, scrittore.

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