L’ombra – di Mariele Rosina

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Egr. dott Aldebrando Anfossi
direttore di
“La sera del corriere”

seracorriere@gmail.com

Caro direttore,

sono un agente finanziario che gode di grande credibilità nel settore del commercio. Gli affari sono la mia passione, oltre che il sostentamento della mia famiglia. Ultimamente, però, sono diventati ossessione e causa di frequenti litigi con mia moglie che mi accusa di trascurarla.

Ma cosa si può fare di diverso quando si è soverchiati da impegni che quasi impediscono di pensare a se stessi?

Fino a qualche anno fa entrambi lavoravamo, ma il nostro tempo libero era sacro: gite al mare, ai monti, in hotel di lusso, ristoranti e cene con amici, tennis e altre attività sportive. È vero, spendevamo anche di più di quello che i nostri stipendi potevano permetterci, ma a noi andava bene quella vita spensierata.

Poi tre anni fa è arrivato un figlio a sconvolgere la nostra esistenza e mia moglie non è stata più la stessa. Vive solo per lui: ha lasciato il suo ottimo impiego per fare la casalinga a tempo pieno, non frequenta più le amiche e, alla sera, è troppo stanca per uscire con me.

Le sono stato vicino durante la gravidanza e il puerperio, assecondandola anche nei capricci. Ma adesso il bambino è cresciuto, va all’asilo e basterebbe una brava babysitter, ma lei non vuole affidarlo a nessuno, neanche a mia madre, visto che i suoi sono lontani.

Vorrebbe che restassi a casa con lei, a sentire i frigni del marmocchio e magari a farlo giocare prima di metterlo a letto

Ma cosa pretende? Lavoro più di prima perché devo sfamare due bocche improduttive e il piccolo costa, oh, quanto costa! Quasi più della madre che non bada a spese.

Così ho deciso di riprendermi il mio spazio: due sere alla settimana frequento un prestigioso circolo milanese, non per divertimento, ma per concludere affari con avvocati, medici ed economisti. Tutti si rivolgono a me per le questioni finanziarie perché sono onesto e mantengo sempre quel che prometto.

Il pomeriggio del sabato c’è la partita di tennis: siamo quattro amici e non posso mancare all’impegno preso.

La domenica c’è il calcio e da sempre ho l’abbonamento allo stadio, il giovedì sera c’è il poker, e il venerdì ci sono le riunioni con associazioni benefiche per definire programmi e iniziative a cui do il mio contributo anche economico.

Ma non voglio annoiarla con altri dettagli: ho accennato alla mia vita privata solo perché sapesse di che pasta sono fatto, ma vengo al punto.

Una settimana fa, il suo giornale ha pubblicato l’articolo, di cui allego scansione, che mi ha tolto quel poco sonno che è indispensabile alla sopravvivenza di ciascuno.

Quel povero ragazzo, lasciato solo e indifeso in balìa di un delinquente, ma io c’ero e voglio che sappia come sono andate le cose.

Erano circa le due del pomeriggio del 10 ottobre u.s. e mi trovavo in un vagone vuoto della linea 3 della metropolitana. Mi stavo recando al Corvetto per un appuntamento di lavoro ed ero in lieve ritardo. Non vuole essere una scusa, ma la puntualità è un’altra mia prerogativa. Alla stazione di Crocetta salì un ragazzo che si accomodò di fronte a me sull’ultimo sedile che finisce contro le sbarre ai alti dell’uscita. Alla fermata successiva, Porta Romana, gli si sedette accanto un altro giovane che con una mano afferrò una sbarra bloccando ogni via di fuga e con l’altra estrasse un coltello per puntarglielo al fianco.

La vittima era un ragazzino dalla faccia quasi imberbe con i segni dell’acne sulla fronte e sulle guance: capelli corti castani e ricci, occhi scuri, vivaci, fisico asciutto. Indossava jeans azzurri con maglione rosso a scollo a V e camicia azzurra slacciata. Tra le gambe aveva un grosso zaino nero.

L’aggressore era tra i venti e i trenta, difficile stabilirlo: tarchiato, un viso squadrato, una fossetta sul mento, naso largo e schiacciato e labbra così sottili da rendere la sua bocca una fessura. Gli occhi erano nascosti da occhiali scuri, le tempie e la nuca rasate e una cresta di capelli biondastri dalla sommità del capo ricopriva parzialmente la fronte. Anche lui indossava jeans azzurri, lacerati sulle ginocchia che terminavano sfilacciati all’orlo su scarpe di tela malconce. Sotto il chiodo aperto spuntava una maglia a strisce bianche e blu che lasciava intravedere alla base del collo un tatuaggio credo floreale.
Gli intimò di aprire lo zaino.
Senza una parola il giovinetto sollevò la sacca che verosimilmente conteneva libri e altro materiale scolastico, estrasse da una tasca il portafoglio e lo consegnò allo sconosciuto che inveì con una serie di bestemmie perché conteneva solo 10 euro e nella borsa non c’era altro che lo interessasse, neanche una “canna”. A quel punto il coltello passò dal fianco alla gola. La lama sfiorava la pelle del ragazzino che era cadaverico, con le labbra serrate, ma lo sguardo fermo sull’aggressore. Costui, con un grugnito di rabbia e una raffica di improperi, sferrò prima un pugno allo zaino, poi dopo un giro d’esplorazione all’intorno, puntò gli occhi su me che immobile osservavo la scena. Mi sentii raggelare, avrei voluto scomparire, ma cosa dovevo fare?
Reputai che fosse meglio non intervenire perché ogni mio gesto in difesa del malcapitato avrebbe potuto scatenare una reazione sconsiderata come eventualmente uccidere entrambi. La sola idea mi terrorizzò al punto che, alla stazione successiva, mi precipitai all’uscita. Come può immaginare, in certe circostanze non si pensa ad altro che a salvare la pelle.

Quando le porte si richiusero alla mie spalle, tirai un sospiro di sollievo, l’avevo scampata bella. Certo, avevo lasciato il ragazzo da solo, ma considerai che prima o poi sarebbe salito qualcuno sul quel treno. Qualcun altro, non io che ero già in ritardo per l’appuntamento. Presi il convoglio successivo per raggiungere la mia destinazione dopo due fermate.

Confesso, però, che il pensiero dell’accaduto era un tarlo che mi impediva di svolgere serenamente il mio lavoro. Passai una notte insonne aspettando le notizie del giorno e quando lessi il suo articolo mi preoccupai seriamente.

Comunicava che nel pomeriggio precedente un giovane, con gravi ferite da arma da taglio, era stato rinvenuto privo di conoscenza su un vagone vuoto della MM3 da un passeggero salito a Porto di mare. Aggiungeva che, trasportato al vicino ospedale Policlinico e sottoposto a intervento chirurgico di alcune ore, era al momento in coma farmacologico presso il reparto di terapia intensiva.

Era solo un trafiletto, pochi i particolari, nemmeno il nome del ragazzo, ma più che sufficienti a scatenarmi il panico. Per la prima volta nella vita entravo in conflitto con me stesso.

Sì, caro direttore, voglio renderla consapevole del danno che ha prodotto, suscitando in me il senso di colpa per un’azione, ma sarebbe meglio chiamarla non-azione, che, se confessassi, comprometterebbe irrimediabilmente la mia immagine. Infatti, ha gettato un’ombra sul concetto che ho sempre avuto di me stesso minando alle radici la mia autostima.

Quella notizia mi ha reso nervoso con tutti, taciturno e pronto a infiammarmi per un nonnulla. Non era il mio comportamento abituale e ciò non faceva che peggiorare i rapporti già tesi con mia moglie.

Come le ho premesso sono sempre stato ligio al mio dovere, sia come cittadino, sia come padre di famiglia. Non ho scheletri nell’armadio, pago le tasse e ne vado fiero. Non ho mai fatto del male ad alcuno e non meritavo di trovarmi in quella situazione. Non riesco a darmi pace. Anche la considerazione che non avrei potuto fare di più, non serve a placare la mia ansia, perché il tarlo continua a rodere. Avrei dovuto avvertite la sorveglianza della metropolitana? Ma questo sarebbe bastato o avrei dovuto sporgere denuncia alla polizia? E poi, se mi avessero chiamato per un confronto nei giorni successivi? Prevedevo solo guai e perdita di tempo. Ero già in ritardo e il parlamentare con cui avevo l’appuntamento non poteva aspettare, perché doveva essere in aeroporto entro una certa ora.

Sa, gli affari sono affari e quello non potevo lasciarmelo sfuggire, si trattava del mio futuro…

Penso che lei possa capire il mio stato d’animo. Non voglio danneggiare l’immagine professionale e di uomo integerrimo che mi sono creata.

Perciò mi rivolgo a lei, direttore, perché possa darmi notizie su quel povero ragazzo in quanto, né i giornali, né la Tv ne hanno più parlato, venendo meno al dovere d’informare.

Glielo chiedo perché nel caso che ci fossero spese per le cure, sono disposto a dare il mio contributo. La pregherei inoltre di comunicamele riservatamente a questo indirizzo email.

Attendo il suo riscontro e le mando i migliori saluti
Un’anima in pena.

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Buongiorno “Anima in pena”

Prima di risponderle ho aspettato che mi sbollisse lo sdegno che la sua mail ha suscitato. Scusi la franchezza, ma non posso tacere quando ho a che fare con ignavi ammantati di perbenismo.

Dev’essere difficile vivere con un uomo come lei, interessato tanto al proprio tornaconto quanto alle apparenze e mi chiedo se dietro alle rimostranze di sua moglie non ci sia qualcosa di più che “il sentirsi trascurata” per i suoi impegni professionali. Ma questi sono solo affari suoi.

Lei mi accusa di averle provocato il senso di colpa che non avrebbe avuto se io non avessi pubblicato quel pezzo, ma il senso di colpa nesce dal fatto stesso, non dalla sua rivelazione. Ma non basta, perché leggo un esplicito rimprovero ai media che non hanno comunicato gli aggiornamenti sul caso, perché lei VUOLE SAPERE, sì lei vuole sapere, come è andata a finire… Del resto i giornali sono fatti per dare informazioni e i giornalisti s’intrufolano dappertutto pur di fare lo scoop, almeno così pensa la maggior parte degli individui e considero lei tra questi.

Con tali implicite premesse si sente autorizzato a sollecitare una risposta, magari in via del tutto riservata per non ledere la sua immagine “immacolata” e nel contempo alleviare il tormento che l’affligge, perché lei è una persona per bene, disposta a contribuire economicamente, ce ne fosse bisogno.

Definirei la sua richiesta grottesca se non fosse delirante e le motivazioni che l’accompagnano un capolavoro di egoismo. E ha anche il coraggio di scrivere che le mie rivelazioni hanno minato alle radici la sua autostima, ma su che cosa è basata la sua autostima se di fronte al dovere sacrosanto di denunciare un crimine a cui ha assistito ha preferito defilarsi? Una segnalazione tempestiva avrebbe forse tutelato la vittima. Il caso comunque è coperto da segreto istruttorio e, per il momento, si è imposto il silenzio stampa che intendo mantenere, soprattutto con lei che ha solo l’esigenza di alleggerirsi di un peso, scaricandolo su di me. Non ci sto. Mi domando quali siano i suoi valori, oltre agli affari che sembrano occupare tutto il suo tempo e le sue risorse. Si rende conto della gravità della sua omissione? Penso di sì, visto che tra le righe leggo la vergogna. E la vergogna è l’unica nota positiva in tutto il suo sproloquio, perché dimostra che in fondo, ma molto in fondo, una coscienza deve averla, se ne sente i morsi. Ed è con questo barlume di speranza che la invito a rivolgersi alla autorità competente, assumendosi la responsabilità delle sue azioni.

Contrariamente a lei io sento il dovere di inoltrare agli inquirenti la sua mail con la descrizione dell’aggressore, ma mi auguro che lo faccia prima lei. Può essere che la polizia la rintracci attraverso l’account di comodo, ma questo è un suo problema.

Venire allo scoperto, con la sua vera identità, senza rifugiarsi dietro uno pseudonimo come sta facendo, potrebbe essere il primo passo da uomo per acquistare una “vera” dignità. In caso contrario, l’ombra sulla sua immagine diventerà una macchia gigantesca, sempre più scura, e non sarò certo io a cancellargliela.

Aldebrando Anfossi

 

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