Di pomeriggio – di William Babila

anziana

Di pomeriggio la stanza diventa calda, il mese è solo all’inizio, le giornate sono molli.
Il chiasso finisce dopo l’ora del pranzo, una volta che i piatti sono stati vuotati.
«La mensa», dice la signora.
La parola le è uscita da una memoria che da ieri si è schiarita, d’improvviso. I vecchi le sembrano i suoi compagni di scuola, bambini che si sporcano, piangono per il pasto o ridono o bisbigliano, indicando chi guardare, o pasticciano con le verdure bollite. È stato il supplizio di un anno alle elementari, prima che la ditta di sua madre chiudesse relegandola di nuovo al ruolo di casalinga.
«La fortuna viene una volta sola» dice.
È un buon giorno, questo. Sono finite le ore di fremiti nelle ossa ed è svanita la sensazione di freddo che non passa con nessuno scialle o coperta di lana. La signora si sente bene. Riesce a capire che è settembre: per lei è sempre stato simbolo di ritorno.
L’andirivieni del personale fra poco smetterà, pensa la signora, voltando appena la testa verso la porta aperta da cui si intravede il corridoio. Chi riesce a camminare sfila di ritorno dai tavoli, ma sono pochi quelli che possono permettersi il petto in fuori, e passando salutano. Non si fermano a chiacchierare, solo i dementi ci provano ancora.
La signora vorrebbe andare a fare una passeggiata, però sa che nessuno l’accompagnerebbe. Per spostarla serve una persona – ha le gambe fragili. Gli infermieri vogliono un po’ di riposo durante le ore in cui costringono i degenti a dormire. Sono come le suore tanto tempo fa all’asilo, pensa.
«La scuola» dice con poco fiato, e chiude gli occhi.
Si sta assopendo. È quasi dall’altra parte quando un rumore la infastidisce e solleva le palpebre. Nella stanza c’è qualcuno, non ha la divisa bianca. Nessuna novità, deve essere un volontario scrupoloso che si attarda.
«Virginia.»
«Eh» dice la signora. Le sembra di essere giovane e risponde come rispondeva alla bidella quando la apostrofava.
«Vieni, ti devo portare in un bel posto.»
«La fortuna allora viene due volte» dice.

 

Passare davanti all’edificio di mattoni rossi, intitolato ad Aldo Moro, mi porta sempre indietro. Adesso la scuola mi pare una grande madeleine, ma ai tempi mi era indigesta.
«Sarebbe questo il bel posto?» Lo dico al mio accompagnatore, che ride.
«L’hai pensato tu.»
Vedo la strada asfaltata e il marciapiede di mattonelle quadrate. Il mio accompagnatore mi invita a proseguire, ma prima di accontentarlo lo guardo. Ha un aspetto acerbo, i capelli corti.
«Vieni?» Dice, e fa un gesto con la mano, invitante, qualcosa che di solito si dedica a un cane.
Camminando, evito la mattonella quadrata che si diceva portasse sfortuna, e mi rivedo a saltarla con lo zaino sulla schiena e i libri dentro a saltellare con me. Ah, l’oscuro lato della superstizione!
«Qui è morto un ragazzo in motorino, ecco perché bisogna saltarla», spiego all’accompagnatore che osserva la targa. È in pieno sole e ci sono i fiori di plastica che si mettono nei vasetti degli ossari.
In risposta sento le urla dei ragazzi in palestra. Pallavolo, la chiamavamo. Ora è volley. Le finestre con gli infissi bianchi e i doppi vetri sono le stesse, però.
Sollevo la testa verso la finestra che era della seconda E. E sono là, lo giuro, dietro a quei vetri che anni fa mi hanno vista, ai quali affidavo la morsa che sentivo nello stomaco. «Volevo scappare.» La voglia si faceva più forte verso le undici, vicina al momento di uscire. «Quando coi compagni scendevo le scale, qualcuno mi chiedeva sempre se tornavo a casa insieme agli scoiattoli e cosa mangiavo, e io ero concentrata sui piedi che mi portavano giù dalle scale. Sai che mi gridavano “strega”? Dicevano che vivevo in un bosco e puzzavo di ghianda.»
«Davvero?»
«È cominciato in prima elementare e me lo sono portato anche alle medie.»
«Le medie sono un cappio» dice lui e lo mima coi gesti delle mani.
A me viene in mente il disegno dell’impiccato con le parole da indovinare, che altro non erano, quelle parole, che un tentativo dei maschi di disgustare noi femmine.
«Più ti ribelli, e cerchi di liberarti, più quello si stringe e ti impicca.»
«Infatti. Alla fine, ho dovuto adeguarmi ed ero io a tenere in piedi la mia leggenda.»
«A scuola si è tutti personaggi.»
È vero, penso. Io ai nomi aggiungevo la caratteristica. Andrea la pertica. Gianni il filenfio, Katia bocca di rana.
Guardo di nuovo e bene l’edificio lungo e, se prima non me n’ero accorta, adesso vedo i segni di umidità delle nebbie padane e dell’afa dei lunghi mesi estivi.
Fuori c’erano quelli di terza pronti a fermarti per fare cose assurde: d’inverno tiravano i mortaretti; a Carnevale agitavano le clave di plastica con addosso le maschere che nascondevano nella cartella; a Pasqua lanciavano le uova di gallina. D’estate sparavano con le pistole ad acqua, le riempivano sotto il getto del drago verde vicino al benzinaio.
Provo a cercare la pompa della benzina. Non c’è più. In un varco fra i palazzi, dove passa una stradina, si vede l’orologio del campanile. Non riesco a leggere l’ora, ma ricordo che gli indirizzavo le preghiere. L’ho scampata un mucchio di volte, e credo non fosse merito mio e del mio sgusciare e correre. Quelli di terza si divertivano a spaventare, si avvicinavano, ma non picchiavano le femmine, e con i maschi era un darsele allegro. Non colpivano la faccia o la gola, non c’era nessun istinto crudele. Non l’avevano neppure gli sbandati delle case popolari.
Scruto le braccia e le gambe arcuate dell’accompagnatore, mi ricorda per altezza un pallavolista. Uno di quei maschi che schiacciavano le bordate che ti arrossavano le braccia. Poi festeggiavano fra loro dandosi delle sberle fortissime. Matti. Rido e annuso l’odore della palestra, l’odore che per anni ho associato alla pubertà.
«Sai che mi sembra di conoscerti? Da prima, dico. Com’è che ti chiami?»
«Lele.»
Sento dei passi e mi giro. Dietro me una donna esce da un’auto, in un parcheggio a lisca di pesce, attraversa la strada, arriva sul marciapiede e passa dall’entrata secondaria che porta alla palestra. Deve essere una prof di educazione fisica, indossa la tuta. Non ci guarda.
«Mi ricordo la prof di italiano», dico a voce alta. «Passava in corridoio con quel suo golfino rosso e aspettava che finisse l’intervallo. Non stava mai in aula professori.»
«Stava sul cazzo a tutti» replica Lele.
«Quando dopo l’intervallo avevamo le sue materie si portava i libri e li metteva sulla cattedra, prima ancora che finissimo di mangiare. Aveva questa fretta di non perdere tempo. Non poteva avere figli, forse era per quello. Non capiva.»
«Quella era una stronza.»
«L’hai avuta anche tu?»
«Eccome, e per quattro volte.»
«Quattro volte?»
«Ho ripetuto due volte la terza. Il primo anno segato alla grande.»
Non sembra dispiaciuto. Mi piace la gente scanzonata. «Ecco perché sembri grande.» E io mi sento giovane, con nelle ossa la forza e il fremito dei dodici anni, e nella testa il vuoto delle possibilità.
Svoltiamo e comincia il muretto dove la mattina sostavano i gruppi di studenti, e già da allora si distinguevano i capannelli delle diverse classi: quelli di terza a parlare della fifa per gli esami, quelli di seconda del doposcuola – ah, tre giorni alla settimana, dalle due alle quattro! – e i primini che non conoscevano bene i professori e li temevano, innocenti dolci primini. Mi viene da ridere e Lele mi chiede perché.
«Non è come adesso. Noi tendevamo a stare divisi. I maschi di qua, sotto la farnia, e le femmine dove c’erano il palazzo e il parcheggio.»
Lui sorvola con gli occhi il parcheggio, c’è ancora, ma il palazzo ospita gente nuova, lo so, no, lo immagino. Di sicuro non ci abita più l’Andrea con suo fratello e i genitori. Parlavano già nel Novanta di trasferirsi.
«Eh sì, io stavo sempre vicino all’ingresso di ‘sto palazzo. Me ne fregavo se era il posto delle femmine, ci parcheggiavo il motorino.»
«Lo so, ti guardavo.» Lo dico sapendo di doverlo fare. È qualcosa che mi appartiene o apparteneva tanto tempo fa.
«Non me ne sono mai accorto.»
«Perché ero furba.» Rido ancora. «Ah, Lele. Non ero mica quella che viveva nel bosco come credevano gli altri. Potevo sembrare tranquilla, ma le covavo dentro.» Gli tocco il torace all’altezza dello sterno. «E mi ricordo che, al corso di teatro, alle prove della sera, tu e il Massimo venivate a spiarci. La sala… come chiamavamo l’auditorio? La sala video, forse. Noi ragazze ci cambiavamo nello spazio sopra le scale, con la porta a vetri a destra e voi nel corridoio a guardare. A provarci. C’era un solo maschio, il Matteo, e noi gli dicevamo di mettersi davanti alla porta.»
«Ah, il Matteo» fa lui.
Forse Lele non sa perché stava con noi al corso di teatro. Era un forestiero, uno di un’altra città – sempre della provincia di Milano! Ma allora i confini erano davvero limitati e se un ragazzino si trasferiva a metà anno pativa un sacco di problemi, come succedeva ai figli dei giostrai. Chi veniva non lo immaginava e noi che eravamo obbligati ad accoglierlo neppure. Eravamo animali che soffiavano e abbaiavano a un altro randagio. Solo che non lo sapevamo.
«Il teatro era roba da donne» conclude lui, e ride.
Quella risata mi innesca un’immagine. Di nuovo io che sto seduta nel mio banco, seconda fila vicino alla finestra, e scarabocchio il lembo del libro mentre la prof di italiano continua la parafrasi dell’Odissea. Scrivo una frase, un’ossessione, io che non avevo mai pensato a certe cose prima che la Sabrina insistesse: “Dai dimmelo, non lo dico a nessuno”, e iniziassi a ragionarci, a guardarmi in giro e dentro. A far diventare una scelta il perno della giornata, a raggruppare il pensiero in frasi e disegni, a lasciare che il sentimento prendesse spazio e il posto dei cartoni animati. E poi ricordo che ero diventata curiosa, volevo sapere che suo papà faceva il macellaio, sua mamma era una rappresentante di cosmetici, non aveva fratelli, che abitava vicino al parco. Ricordo le volte in cui passavo davanti a casa sua in bicicletta, di ritorno dalle ripetizioni, per vedere se c’era, sperando che mi vedesse e mi chiedesse se volevo fare un giro in motorino.
«Una sera, io e la Sabrina abbiamo aspettato che la prof di teatro chiudesse tutto e poi ho scritto sul muretto» dico d’improvviso. La stessa frase con cui riempivo i libri di testo. Il diario no, i miei lo controllavano. «Proprio qui.» Indico una parte scrostata, sotto c’è vernice vecchia. Nessuna scritta. Ma io so che c’era.
«Eri una teppista? Non ci credo.»
«Ho scritto Lele ti amo.»
E succede. Sono in mezzo a un gruppo e ascolto. È una mattina tiepida, un giorno di aprile che somiglia a settembre. Lui passa in motorino, lentamente perché la strada è piena di buchi, senza salutare nessuno – i suoi veri compagni erano alle superiori – osserva il muretto, corruga le sopracciglia. È senza casco, chi lo mette? Svolta. Sentiamo una frenata e una botta, mi ricordo il suono di uno scatolone pieno di roba di ferro che cade, aprendosi. I maschi che corrono a vedere e gridano, chiamano i professori come non li hanno mai chiamati prima. Sono curiosa e vado a vedere insieme alle coraggiose.
Adesso ricordo che pregavo il campanile, speravo riuscisse a cavarsela, l’ambulanza era arrivata in fretta. Non si interrompevano le lezioni. Dopo due giorni, il preside camminava di classe in classe e parlava e chiedeva se qualcuno volesse fare una colletta per la targa. Chiamava così la lapide.
Emanuele continua a sorridere. «Eh, lo so. Guardavo la scritta quando ho girato, la vedevo in diagonale, le parole nere e in stampatello. Mi dicevo, sono io! Non c’era un altro Lele a scuola. Ho girato e quella mi ha preso in pieno. La macchina veniva dalla banca e mi ha messo sotto.»
Si diceva così una volta, mi ha messo sotto, anche se la macchina aveva colpito il motorino e sbalzato Emanuele sul marciapiede.
Mi formicola la gola. «Lele, mi dispiace. Non sai quanto.»
«È stata la scuola. Non dovevo guardarla, non la guardavo mai, non mi piaceva. Non vedevo l’ora di finirla.»
«Sì, ma ho scritto io sul muro. E c’è un’altra cosa che… ti ho portato con me per poco, qualche anno, e poi sono arrivati altri ragazzi, un’altra scuola, due lavori. Non è vero che il primo amore non si scorda mai.» Ricordo però la sensazione della sua perdita, a cui non riuscivo a dare una caratteristica, ne aveva troppe; un dolore che mi pareva dovesse durare per sempre e mi dava la nausea quando ci pensavo o quando qualcosa – un oggetto, un modo di dire, una somiglianza – riavvicinava quella mattina d’aprile. Ma ero troppo giovane perché durasse.
«T’ho dimenticato e non ero neanche demente, all’epoca.»
Emanuele ride. «Non importa. Tanto non ero più in giro.»
«Lele.»
«Eh.»
«Mi sa che neanch’io sono più in giro.»
«Sì, ma tranquilla. Te l’ho detto che ti porto in un bel posto.»

L’infermiera delle cinque scuote la donna che si è assopita sulla sedia nel caldo della stanza.
«Signora Virginia. Signora Virginia?»
Se ne accorge subito, ne ha viste troppe. Ma è comunque spaventata, preme il bottone e chiama il resto del personale. Prima che arrivino, guarda la donna: i capelli grigi, la bocca chiusa e il mento rotondo sopra un’altra gorgiera di carne.
«Sorride. Non sorrideva mai da che l’avevano messa qui. Chissà qual è stato il suo ultimo pensiero.»

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