#riscrittura – ORDINE

Esercizio di #riscrittura nato dal racconto ORDINE di Michael Rigamonti che apre la serie delle versioni e la chiude con la sua revisione.

 

ORDINE – versione di Michael Rigamonti

Sapeva di non essere un grande autore, ma quello era troppo. Era davvero troppo.
Tolse lo sguardo dall’ultima riga letta mentre sentiva già la bile risalirgli lo stomaco.
Patetico, veramente patetico.
Strinse il pugno fino a sbiancarsi le nocche, i nervi guizzarono nell’avambraccio e sussultarono. Come potevano certe persone definirsi scrittori? Sarebbe stato come definire Cauchy uno a cui piaceva giocherellare coi numeri, alla faccia dei suoi teoremi. Mettiamo tutto sullo stesso livello dunque, bene. Perfetto! Si massaggiò le tempie.
Mentre rovistava in quella discarica mentale di pensieri confusi che aveva in testa un ricordo affiorò alla superficie. ‘Non è possibile’ si disse, cercando di controllare la rabbia che ormai eruttava i suoi lapilli di magma. ‘Questa è quella che due settimane fa mi ha chiesto quale fosse la differenza fra narratore ed autore perché, a detta sua, non l’aveva mai capita bene’.
Sentiva le pulsazioni mitragliargli tutti i muscoli del corpo scuotendolo in piccoli tremori. Chiuse gli occhi; si costrinse a prendere fiato e a calmarsi. Li riaprì e osservò la scrivania.
Ordine. Ordine.
Agguantò il cellulare posato di fronte a sé e lo ruotò in senso orario fra le dita. Uno. Lo rigirò in senso antiorario. Due. Di nuovo in senso orario. Tre.
Forse non era abbastanza, altri tre giri. Uno, due, tre.
Due volte tre? Impossibile, non sarebbe mai potuto rientrare nei piani quell’obrobrio. Un altro giro. Uno, due, tre.
Provò l’impulso di ruotarlo ancora e ancora, finché gli sarebbe parso più giusto, ancora più giusto di quanto quel giusto gli paresse giusto adesso. Rise dentro di sé fino a scoppiare. Non sapeva fino a che punto quella folle idea lo avrebbe potuto spingere. Forse avrebbe dovuto dichiararsi pazzo, ma ripensandoci c’era gente ben più folle in fin dei conti là fuori, no?
Sospirò, posò il cellulare di fronte alla tastiera raddrizzandolo fino ad avere linee parallele. Bordo della scrivania. Contorni del cellulare. Bordi della testiera. Perfezione.
Sfiorò la cornice del monitor del computer assaporando la sensazione di ruvido della plastica sotto le sue dita. Toccò il bordo destro, lo schermo dondolò, si fermò. Non abbastanza. Un altro piccolo buffo alla base, ancora il dondolio, di nuovo fermo. Probabile fosse già perfetto così, ma perché rovinare tutto? Un altro piccolo tocco. Ora era in linea con gli altri elementi. Equilibrio.
Controllò che Il portapenne fosse parallelo alle linee che definivano i contorni immaginari della sua creazione. La penna e il quaderno per gli appunti: anche loro dovevano rientrare in quello schema. Armonia, pura e semplice armonia. Paralleli, perpendicolari, equidistanti. L’unica cosa che contava in quel caos era la ricerca della pura precisione.
Cosa doveva fare ora con quel… coso, come si maneggiava?
Si allungò sulla scrivania con le mani sopra la testiera, immobilizzate a mezz’aria in attesa di istruzioni che non arrivavano. Si ritrovò a guardare la pagina del social network con quei suoi colori pastello così rilassanti, così conformisti. Il cursore lampeggiava impaziente nel riquadro vuoto dei commenti.
Si decise a scrivere qualcosa: «Ottimo lavoro» batté ingoiando saliva a vuoto. Certe volte era meglio non esternare le proprie paranoie.

Ordine – versione di Olympia Fox

A fine giornata lasciava sempre il compito più destabilizzante. Controllò per l’ennesima “ultima volta” che non ci fossero nuove e-mail cui rispondere o promemoria in agenda.
Solo il gruppo di scrittura mancava alla sua routine quotidiana.
18.57. La notifica lo rasserenò: aveva 3 minuti preziosi prima di buttarsi in quel caos. Gli servivano quei 180 secondi per rimettere ordine nel suo mondo, erano l’ossigeno che avrebbe alimentato l’apnea della sua permanenza nel social.
Respiro.
Tastiera allineata al bordo della scrivania, base del monitor parallela, come pure lo schermo: odiava gli LCD, il loro peso era troppo scarso perché mantenessero una precisa posizione, cosa che i suoi amati catodici invece facevano. Poi fu la volta di cellulare, penna e blocco – rigorosamente Bic e Moleskine neri con elestico in tinta – disposti in quel perfetto ordine di rette che tanto lo rassicurava.
Respiro.
Un’occhiata all’orologio gli confermò che gli restavano30 secondi. Controllo generale e riallineamento del cellulare. Troppo! Giro di 356 gradi per renderlo perfetto. Pochi. Altra rotazione: finalmente in asse. Ma… dovevano essere dispari. L’ansia degli attimi che passavano rischiò di farlo sbagliare l’angolazione del terzo giro, obbligandolo a ripetere il rituale, ma riuscì a fermarsi, seguendo la traccia del suo perfetto progetto dello spazio che lo attorniava.
Respiro.
19.00. Veloci 3 step in apnea: accesso a FB, download del racconto che doveva valutare, logout.
Respiro. Ordine. Respiro.
Aperto il file, il nome dell’autrice gli comunicò un indefinito senso di disagio, finché ricordò. Era proprio quella che gli aveva chiesto candidamente la differenza tra autore e narratore.
Ansito.
Iniziò a leggere, mentre il caos nel suo cervello cresceva parallelo alla sua rabbia. Lei… Lei non rispettava le regole! Nessuna.
Singulto.
Gli mancava l’aria. Sembrava che i battiti del suo cuore fossero irregolari. Cadenzò le pulsazioni contando: 1, 2, 4… 59, 60.
Respiro.
Si definiva scrittrice. Un ammasso di emozioni, aggettivi e dettagli gettati lì a macchiare un foglio altrimenti meravigliosamente candido. Nessuna costruzione, regola, conoscenza degli schemi e della grammatica trasparivano, solo disordinata “vita”.
Le sue mani tremarono sulla tastiera, cercando il punto da cui partite per inserire le sue tante osservazioni.
Dubbio.
I suoi appunti sarebbero stati specchio delle sue ossessioni, puntigliosi, avrebbero rivelato le sue debolezze. La rabbia rincarò la posta: sarebbe forse servito a qualcosa? La scrittrice avrebbe fatto tesoro dei suoi consigli?
Si diede 3 minuti per pensarci. Rabbia e caos, voglia di ordine e paura del giudizio dei colleghi che già gli davano del censore.
Sospiro.
Le dita, finalmente sicure, digitarono 13 battute perfettamente simmetriche: 6 caratteri, 1 spazio, 6 caratteri.
Sorriso.
La sua giornata era finita con quella meravigliosa armonia di pari e dispari: sul video brillava nero un “Ottimo lavoro”.

Ordine – versione di Friedrich L. Friede

Tolse la matita dal temperino a manovella e fissò in controluce la punta. Affilata.
Pose la matita di fianco alle altre quattro. Parallela. A otto millimetri dalla sua vicina.
“Troppo corta” mormorò a denti stretti.
Prese una dopo l’altra le tre matite e le infilò nel buco dell’attrezzo. Quattro giri di manovella ciascuna. Una di fianco all’altra, otto millimetri. Due centimetri dal lato destro del blocco di carta. Parallelo alla tastiera.
“Ora è tutto in ordine” pensò, e solo allora ebbe la forza di alzare lo sguardo sul monitor.
Quel racconto gli dava ansia. Era di quella stessa ragazza che non più di cinque giorni prima gli aveva chiesto la differenza fra narratore e autore.
“Scrittrice, puah!”
Non che si ritenesse un novello Carver, ma definire quell’insulsa ragazza scrittrice, ai suoi occhi era come scambiare un bambino ritardato per un astrofisico di fama internazionale.
Il racconto era disordinato, asimmetrico, la struttura era completamente priva di armonia, non c’era alcuna traccia di musicalità in quelle parole messe in fila a caso.
“Strette trecce, strette trecce, strette trecce.”
Ripetè ancora sette volte quelle due parole che mai, a pare suo, avrebbero dovuto stare vicine in un testo. L’acidità gli aggrediva la gola e gli mozzava il respiro. La vista si annebbiò, dovette distogliere gli occhi dallo schermo e stropicciarli con due dita della mano destra. Sette volte.
Riaprì gli occhi. Lo schermo del cellulare, due centimetri a lato del tappetino del mouse era illuminato. Mise a fuoco la notifica.
“Allora, ti è piaciuto?”
Sentì il cuore balzare in petto. Un messaggio, se avesse sbloccato lo schermo la sedicente scrittrice avrebbe visto che l’aveva letto. Comunque si sarebbe accorta che era stato consegnato e si sarebbe sicuramente chiesta del perché lui non l’avesse ancora aperto.
Prese il cellulare e quasi gli cadde. Lo recuperò al volo e lo portò davanti agli occhi. Cosa poteva dire? Girò lo schermo di novanta gradi a destra. La verità era che quel racconto era immondizia, il frignare scoordinato di una adolescente troppo cresciuta con un cervello rimasto grande come un fagiolo. Girò lo schermo di novanta gradi a sinistra. Poteva inventare una bugia pietosa. Destra. Poteva dire che aveva apprezzato lo sciocco profluvio di sentimenti che l’insulsa protagonista si peritava di condividere. Sinistra. Meglio di no. Meglio dire che la prosa era fresca. Destra. Fresca non vuole dire nulla. Sinistra.
“Maledetta imbecille!” disse.
Il cellulare fece un breve volo verso la scrivania, ma lui subito lo riprese, controllò che non ci fossero scalfitture, quindi lo riposizionò a due centimetri a destra del tappetino del mouse.
Sentiva distintamente la pressione crescere dentro di lui.
“Strette trecce, strette trecce, strette trecce”
Le mani partirono quasi fuori dal suo controllo cosciente. Prese le matite, le posizionò sulla scrivania in piedi e le traguardò per controllare che l’altezza fosse proprio identica, poi le ripose, una a otto millimetri dall’altra, parallele.
Le matite erano in ordine, tastiera e mouse pure. Il cellulare era perfettamente parallelo al tappetino incollato al piano. Era tutto in ordine, ma quel racconto era un frenetico casino.
“Strette trecce, strette trecce, strette trecce”
Allungò le mani verso la tastiera. Un commento pubblico. Lo avrebbero letto anche altri.
Ritirò le mani e fissò il cellulare. Un messaggio privato.
“Strette trecce, strette trecce, strette trecce”
Afferò il cellulare, passò il dito sullo schermo per sbloccarlo. Pulì immediatamente il visore con un piccolo panno, poi lo piegò in quattro e lo ripose.
Ora lei avrebbe visto la spunta, avrebbe pensato ‘L’ha letto, ora mi risponderà’.
Lui sentiva la pressione crescere con il passare dei secondi, dei tremori incontrollabili si stavano impadronendo di lui.
“Mi dispiace dirti che il tuo racconto non…” digitò, ma cancellò subito.
“È veramente un indecente guazzabu…” ancora cancellò vergognandosi un po’.
Alzò gli occhi al cielo, si sgranchì il collo, ma l’ansia continuava a salire, la sentiva divorare ogni centimetro del suo corpo come un piccolo branco di piranha.
“Le bugie aumentano l’entropia, aiutano il disordine nel mondo. Le bugie sono male. Devo dirle la verità. Devo dirle… qualcosa, devo dirle qualcosa qualcosa qualcosa o impazzisco qui e ora.”
Puntò lo sguardo sullo schermo. Nel riflesso del suo viso gli sembrava di intravvedere l’espressione ansiosa di quella ragazza che neppure conosceva.
Si decise a scrivere.
“Davvero un opera degna di te, devi esserne fiera” batté con i polpastrelli ingoiando saliva a vuoto, poi premette invio e riprese subito il panno per pulire lo schermo.
I piranha lentamente si diressero verso altri mari.

 

Ordine – versione di Ergo Scripsit

Sedersi alla postazione di lavoro ricavata in casa era un rito: passava la mani sulla scrivania, si adagiava sulla poltrona con i supporti lombari, apriva il portatile.
Lo faceva già sentire uno scrittore, non grande, ma vero.
Però quella volta l’equilibrio s’era perso: lui che viveva per la scrittura e dedicava tutte le sere un’ora esatta a commentare i lavori di altri, era costretto a sprecare parte di quel tempo con del materiale orribile.
Già rabbrividiva nel sentire qualcuno definirsi scrittore senza rientrare in nessuna delle corrette caratteristiche, come se bastasse giocare con le tabelline per definirsi un matematico. Al pensarci le ondate di rabbia trasformavano il brivido in un tremore vero e proprio. In questi casi stringeva le ginocchia con le mani e chiudeva gli occhi, fino a lasciar passare la tempesta di pensieri.
A lui piacevano le definizioni, ma si ricordava esattamente come questa stessa aspirante gli avesse chiesto poco tempo fa la differenza fra autrice e narratrice, lasciandolo senza parole.
Aveva inviato un testo terribile, la cui unica perfezione era di aver disatteso in modo scientifico tutte le regole della scrittura.
Quando riaprì gli occhi, si concentrò sulla scrivania e la simmetria che era alla base di ogni forma di vita: aveva risolto il problema della lampada che stava solo sulla sinistra eliminandola completamente, tanto nessuno scrive più sulla carta. Rimaneva la questione del cellulare: stava a destra del portatile, sbilanciando l’equilibrio dell’insieme e soprattutto in quei frangenti non aiutava per niente.
Cercò di rilassarsi allineandolo perfettamente al bordo del portatile. Si accorse che stava entrando in un circolo vizioso, spostando prima uno, poi l’altro, finché non tirò fuori un quaderno dal cassetto e bilanciò il tutto mettendolo a sinistra.
Così potè tornare a concentrarsi sulla tastiera, sullo schermo e sul social che al momento lo occupava.
Certo che se le avesse risposto dicendole tutto con estrema sincerità lei non solo non avrebbe ringraziato, ma sarebbe partita con un lamento o con una polemica. E in entrambi i casi ci sarebbe stato di nuovo disequilibrio, avrebbe dovuto consolarla o rimetterla a posto e i commenti su un testo così sgraziato non potevano che crescere.
Soprattutto perché brani più degni sarebbero andati sotto, spariti dal video. Una volta aveva lottato per ore ad aggiungere commenti fasulli a un brano per fare in modo che rimanesse sempre visibile nella schermata del social, ma era solo una fatica di Sisifo.
Di solito le risposte le scriveva prima in una nota, per evitare errori di battitura, le rileggeva e poi le copiava, evitando così rallentamenti a video e invii sbadati di mezzi commenti.
Invece decise di essere breve, avrebbe scritto direttamente sul social: si rilassò a vedere le facce di amici e conoscenti sul video, tutti posizionati in modo equilibrato lungo le linee di blu aziendale, respirò profondamente, abbassò le spalle tese, e con grande tranquillità scrisse: “ottimo lavoro”. Due parole da sei caratteri ciascuna che non gli costavano niente e portavano con sé tranquillità e simmetria.

Ordine – versione di Eugenio R. R. Saguatti


– Cazzo!
Picchiò il pugno sulla scrivania, il mouse fece un sobbalzo.
Rilesse il racconto sul monitor.
– Oh, io non sarò ’sto gran romanziere, occhei, ma tu cara mia fai CAGARE.
Scrollò la videata fino in fondo.
– E hai pure la grandissima faccia tosta di mettere “scrittrice” nella firma. AHAHAHAH!
Si lasciò andare contro lo schienale della poltrona da ufficio.
– Calma. Ci vuole tanta calma a stare al mondo.
Scosse la testa, un’espressione di disgusto in faccia.
– Che poi… ’spetta un po’…
Si riavvicinò di scatto al video. Mise il nickname della rivale come chiave di ricerca interna.
– Sì, è lei. Incredibile.
Si sfregò le mani in faccia.
– Due settimane fa mi ha chiesto la differenza narratore e autore. No, dico, capito? E ti dai pure arie nel forum, te la tiri. Eh, ma adesso te le dico io un paio di cosette.
Cliccò sulla finestra dei commenti e rimase con le dita sospese a mezz’aria. Guardò il piano di lavoro: un disastro. La tastiera era storta rispetto al bordo del tavolo, le penne si erano mosse, il quaderno era chiuso, addirittura.
Perfino il monitor era leggermente storto.
Forse.
– Vedi, VEDI cosa mi fai fare? Colpa tua, “scrittrice” di ’sta minchia.
Inspirò, trattenne il fiato. Chiuse gli occhi, espirò lentamente con un leggero fischio.
– Calma. Ordine. Calma, ordine, calmaordinecalmaordine. CALMA E ORDINE, cazzo! La chiavetta USB, dov’è, perdìo, eh? La tengo sempre qui, per il backup, dov’è finita?
La trovò dietro il portamatite.
Raddrizzò, allineò, ristabilì le geometrie giuste. Ecco, così era meglio.
Calma, ordine ed equilibrio ci vuole. Perché il caos non deve vincere, no, mai. L’armonia tiene lontano il caos.
Il cellulare. Era ancora fuori posto, gli era sfuggito. Mica di tanto, un occhio disattento si sarebbe lasciato ingannare, ma lui no. Lui no.
Lo afferrò, guardò il display. Le 11 e 10. Un minuto, meno, e sarebbe stato il momento perfetto per rispondere alla “scrittrice”. Fece ruotare il telefono sul palmo della mano, in senso orario, tre volte, poi altrettante all’inverso. Sempre le 11 e 10. Frullò di nuovo, di là e di qua. 11 e 11, ottimo.
Poggiò lo smartphone quattro dita a sinistra della tastiera, in squadro, protese le mani e si fermò.
Fissò la pagina del social. Il cursore lampeggiava nel riquadro dei commenti.
Schioccò la lingua.
“Ottimo lavoro”, scrisse, una lettera alla volta, pigiando con più energia di quel che serviva.
“Hai fatto davvero un ottimo lavoro”.
Calma, ordine, equilibrio e prudenza, ci vuole. In quest’epoca, forse soprattutto prudenza.

ORDINE – versione di Giovanna Hugues

Ettore trascorse la giornata a camminare su e giù per il giardino modulando i passi per evitare la linea di congiunzione delle mattonelle senza abbassare lo sguardo. Anche perchè con lo sguardo era impegnato ad osservare un cespuglio di rose che contava esattamente tre rose semi appassite, cinque in piena fioritura, sette appena sbocciate e quindici ancora in bocciolo.
Poi Ettore girava, si lasciava il roseto alle spalle e tornava indietro, questa volta concentrandosi su ciò che aveva visto perchè c’era ancora un grosso lavoro di selezione da fare sui boccioli che erano tutti di dimensioni diverse.
Su e giù tutto il giorno per colpa di quella stronza che si credeva un’artista e invece era una scrittrice a dir poco mediocre, di quella mediocrità che trasuda ignoranza e non se ne vergogna. Anzi.
Ma ormai si era fatto buio e anche l’armonia della natura cominciava a sfocare come la rabbia che provava ogni volta che doveva scendere a compromessi. Avrebbe preferito sradicare il roseto a mani nude piuttosto che premere il tasto del computer che avrebbe spedito nell’iperspazio a memoria dei posteri e per sempre, la grandissima cagata che aveva scritto per complimentarsi con la stronza che si credeva un’artista, ma non aveva alternative e lo sapeva.
Tornò in casa e l’odore dell’appartamento fu il segnale che era arrivato il momento, il secondo fu il monitor del computer acceso dal quale la sua risposta ammiccava come la stronza ogni volta l’aveva incontrata. Sapeva che sarebbe bastato premere un tasto, un gesto tutto sommato tanto semplice quanto inevitabile e allungò la mano verso la tastiera ma solo per calcolare mentalmente a che distanza si trovava. I dettagli erano importanti, sono l’anima delle cose, sono l’unica possibilità che abbiamo per mettere ordine nella vita, sono le nostre piccoli razioni di razionalità e la comodità di un’ossessione. Il disagio dell’ossessione è che Ettore sapeva bene che non avrebbe premuto quel tasto finché la scrivania non fosse stata tutta in ordine. Il suo ordine, quello che lui aveva elaborato come un chimico potrebbe elaborare una medicina, un ordine fatto di milligrammi dosati alla perfezione, fatto di studio, di rituali, di significati, di capacità lenitive. Per questo la prima cosa che fece fu tirare fuori da un cassetto una bomboletta di aria compressa con cui pulire la tastiera del computer, poi pulì il monitor e mise in asso il medesimo con la libreria sullo sfondo, ma quando provò a premere il tasto, si rese conto che non era ancora pronto così spolverò la libreria, passò la cera sui mobili e l’aspirapolvere sui tappeti.
Poi troppo stanco per essere ancora arrabbiato si avvicinò nuovamente al computer e non solo la tastiera lo accolse ma le sue mani modificarono rapidamente il commento e premere invio diventò facilissimo. “Cara, è come se le tue parole avessero messo finalmente ordine nella mia vita. Ne avevo davvero bisogno, grazie”.
Ettore quella notte dormì benissimo.

ORDINE – versione di Michael Rigamonti

Sapeva di non essere un grande autore per poter giudicare, ma il racconto di quella scribacchina era davvero troppo.
Tolse lo sguardo dallo schermo mentre sentiva già la bile risalirgli lo stomaco. Come potevano certe persona definirsi scrittori? Sarebbe stato come auto definirsi maratoneta per la misera corsetta che si concedeva la domenica. Si massaggiò le tempie.
Cercò di ricordare chi fosse la novella Virginia Woolf. ‘Non è possibile’ si disse. ‘Questa è quella che due settimane fa ha chiesto quale fosse la differenza fra narratore e autore perché non l’aveva mai capita’.
Chiuse gli occhi; si costrinse a calmarsi. Li riaprì e osservò la scrivania.
Ordine. Ordine.
Agguantò il cellulare posato di fronte a sé e lo ruotò in senso orario fra le dita. Uno. Lo rigirò in senso antiorario. Due. Di nuovo in senso orario. Tre.
Forse non era abbastanza, altri tre giri. Uno, due, tre.
Due volte tre? Impossibile, non sarebbe mai potuto rientrare nei piani quell’obbrobrio. Un altro giro. Uno, due, tre.
Riportò l’attenzione sul brano: l’incipit non centrava nulla con il resto, apriva con un concetto e proseguiva cambiando argomento senza nesso logico. Le frasi fatte nei primi paragrafi lo avevano costretto a cambiare postura sulla sedia per non ammattire: “le nocche che si sbiancano”, “i nervi che guizzano”, tutte cose già lette.
Provò l’impulso di rigirarsi lo smartphone tra le dita, ripetere quel gesto all’infinito se necessario; renderlo più ‘giusto’, ancora più giusto di quanto quel giusto gli paresse giusto adesso. Rise dentro di sé fino a scoppiare. Non sapeva fino a che punto quella folle idea lo avrebbe potuto spingere. Forse avrebbe dovuto dichiararsi pazzo, ma ripensandoci c’era gente ben più folle là fuori.
Posò il cellulare di fronte alla tastiera raddrizzandolo fino ad avere linee parallele: bordo della scrivania, contorni del cellulare, bordi della testiera.
Perfezione. Perfezione.
Rilesse d’un fiato il racconto e l’irritazione tornò alla carica per tutte quelle ripetizioni, quelle allitterazioni cacofoniche da jazzista impazzito che martella il pianoforte, quelle metafore prive di connessione con il contesto. L’insieme trasmetteva la sensazione di essere fuori luogo in ogni suo passaggio.
Sfiorò la cornice del monitor del computer assaporando il ruvido della plastica sotto le dita. Toccò il bordo destro, lo schermo dondolò e si fermò. Non abbastanza. Un altro piccolo buffo alla base lo fece oscillare. Probabile fosse già perfetto così, ma perché rovinare tutto? Ripeté il gesto una terza volta per essere sicuro che tutto rientrasse nell’Unico Grande Schema. Ora era in linea con gli altri elementi.
Equilibrio. Equilibrio.
Controllò che Il portapenne fosse parallelo alle linee che definivano i contorni immaginari della sua creazione. Il mouse col suo tappetino, la penna e il quaderno per gli appunti: anche loro dovevano rientrare in quello schema. L’unica cosa che contava in quel caos era la ricerca della pura precisione.
‘Come devo comportarmi, che commento scrivere?’ si chiese.
Si allungò sulla scrivania con le mani sopra la testiera, immobilizzate a mezz’aria in attesa. Si ritrovò a guardare la pagina del social network con quei suoi colori pastello, mentre Il cursore lampeggiava nel riquadro dei commenti.
L’impulso di spegnere per sempre le ambizioni di quella scribacchina era pressante, ma decide di sputare la sua sentenza battendo con foga il messaggio sulla tastiera prima di pentirsene: «Ottimo lavoro!»
Meglio non esternare le proprie paranoie se voleva mantenere una parvenza di sanità mentale.

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