#riscrittura – Il mondo fa schifo

Esercizio di #riscrittura nato dal racconto IL MONDO FA SCHIFO di Emilio Ics

Il mondo fa schifo – no edit

Sai cos’è un attacco di panico?
È tremendo. Il cuore batte forte, inizi a sudare freddo e ti prende una nausea che vorresti cacciare fuori tutto, anche quello che hai mandato giù una settimana prima, compresi tutti i rospi che devi ingoiare ogni giorno.
A volte ti assale senza motivo. Stasera, all’uscita dall’ufficio, mi ha aggredito dalle serrande chiuse dei negozi di giocattoli urlandomi contro: “Ti sei fatto incastrare anche la sera della vigilia, coglione! E ora cosa cazzo regalerai a tua figlia, eh?”
Costeggio le vetrine sperando in un miracolo ma tutte le luci sono spente.
La tachicardia non dà tregua e la rabbia monta. Fisso con cattiveria il volante. L’ultima volta che l’ho colpito, riparare il clacson mi è costato mezzo stipendio. Fanculo il meccanico.
Il semaforo è rosso, per strada non c’è nessuno, tranne un tizio in cappotto nero che attraversa le strisce pedonali.
È un negro con il mio regalo sotto al braccio, deve essere quel fottuto negro che mi chiede sempre un euro quando parcheggio per andare all’Agenzia delle Entrate. Fanculo anche lui! Mollo la frizione, abbasso l’acceleratore e le gomme fischiano. Il negro si volta e qualcosa spunta al suo fianco, è quel ragazzino storto che si porta dietro per impietosire le persone. Il motore sta ruggendo e il ragazzino tende le mani come per fermarmi. Ha un paio di piccoli guanti, sono bianchi e rossi, con i pompon sui polsi. Sono uguali a quelli di Sofia. Anche gli occhi sono come i suoi. E il naso. E il sorriso.
Inchiodo.
La cintura si tende e sbatto contro il sedile.
I due saltano sul marciapiedi. Io riparto.
Ora il cuore è in gola, stavo mettendo sotto due persone e non ho nemmeno un regalo per mia figlia!
Apro la porta. La casa è piena di lucine, ma prima che possa togliere l’ingombrante giaccone il cellulare squilla: è l’ufficio: – Torno tra una settimana, ho detto! – urlo a chiunque sia – Non mi chiamate più! Per colpa vostra non ho neanche preso un regalo a mia figlia! – Attacco e sto per iniziare a piangere, quando mi accorgo della bella faccina mora che mi osserva dal basso.
La bimba sorride incerta coi suoi occhi castani e abbracciandomi la gamba mi dice – non ti preoccupare papà, non fa niente che non mi fai il regalo, l’importante è che ci sei tu!
La tachicardia non mi ha portato via il cuore, lo so perché mi si è fermato per un momento, quest’attimo in cui il mondo è diventato un posto migliore.
“Buon Natale tesoro” le sussurro prendendola in braccio.

Emilio Ilardi

Il mondo fa schifo – edit

Sta succedendo ancora, è tremendo. Il cuore batte forte, sudo freddo e arriva la nausea, quella potente che mi fa sperare di riuscire a cacciare fuori tutto, anche quello che ho mandato giù la settimana scorsa, anche i rospi che devo ingoiare ogni giorno.
Non so cos’è, mi assale senza motivo. Panico? Ansia? Follia? A volte mi sembra d’aver imparato a gestirla, questa Cosa Bastarda. Ma è infida, la troia: quando credo d’averla buttata giù dalla finestra, lei si ripresenta alla porta con un nuovo vestito: eccola che è un attacco di rabbia… come quello di stasera, all’uscita dall’ufficio, che si è impossessato di me e mi ha aggredito sbattendomi in faccia le serrande chiuse dei negozi di giocattoli, urlandomi contro: “Ti sei fatto incastrare anche la sera della Vigilia, coglione! E ora cosa cazzo regalerai a tua figlia, eh?”
Sto ancora costeggiando le vetrine, sperando in un miracolo, ma tutte le luci sono spente. La tachicardia non mi dà tregua e la collera monta ancora. Fisso con cattiveria il volante, pronto a sfogarmi su di lui. Poi ricordo: l’ultima volta che l’ho colpito, riparare il clacson mi è costato mezzo stipendio. Fanculo meccanico. Fanculo Cosa Bastarda. Fanculo io.
Il semaforo è rosso e per strada non c’è nessuno, tranne un tizio in cappotto nero che attraversa sulle strisce pedonali. È un negro con qualcosa sotto il braccio… no, è quel fottuto negro che mi chiede sempre un euro quando parcheggio all’Agenzia delle Entrate. Fanculo anche lui! Mollo la frizione e pesto sull’acceleratore. Le gomme che fischiano fanno voltare il negro che d’istinto si china a proteggere qualcosa che spunta al suo fianco. Cazzo! È quel ragazzino storto che si porta dietro per impietosire le persone. Il motore sta ancora ruggendo e il ragazzino tende le mani come per fermarmi. Ha un paio di piccoli guanti, bianchi e rossi con i pompon sui polsi. Sono uguali a quelli di Sofia. Anche gli occhi sono come i suoi. E il naso. E il sorriso.
Inchiodo. La cintura si tende e sbatto contro il sedile.
I due saltano sul marciapiedi. Io riparto con il cuore in gola. Mi fermo poco dopo, la rabbia si scioglie in un pianto isterico. La vergogna e il rimorso si contendono il primo posto nella mia autocommiserazione: stavo mettendo sotto due persone la vigilia di Natale e non ho nemmeno un regalo per mia figlia! Sono una merda. Mi riprendo quel minimo che mi consente di guidare. Devo andare a casa, da mia figlia, e dirglielo.
Prendo fiato e apro la porta. La casa è piena di luci e musica, ma prima che possa togliere l’ingombrante giaccone il cellulare squilla: è l’ufficio.
«Torno tra una settimana, ho detto! – urlo a chiunque sia – Non mi chiamate più! Per colpa vostra non ho neanche preso un regalo a mia figlia!»
Attacco e sto per ricominciare a piangere, quando mi accorgo della bella faccina mora che mi osserva dal basso, pensierosa.
Poi la mia bambina mi sorride, illuminando i suoi occhi castani e il mio mondo. Abbracciandomi la gamba mi dice:
«Non ti preoccupare papà, non fa niente che non mi fai il regalo oggi, l’importante è che ci sei tu!»
Anche questa volta la Cosa Bastarda non mi ha portato via il cuore: lo so perché mi si è fermato per un momento, proprio in quell’attimo in cui il mondo è stato un posto migliore.
«Buon Natale, tesoro» le sussurro, prendendola in braccio.

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